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Don Paolo Zamengo “Una giornata di immersione “

Una giornata di immersione    Mc 1, 29-39

V DOMENICA TEMPO ORDINARIO – 7 febbraio 2021 

Il Vangelo di oggi descrive una giornata di Gesù. E non ha importanza sapere se quella giornata è reale o se l’evangelista con i suoi ricordi ha ricostruito una giornata tipo di Gesù. 

Rileggendola provo un’emozione, come se mi sentissi riconciliato con alcune mie giornate: le “nostre” giornate, a volte così piene, affollate, di corsa, senza tregua, senza un attimo di respiro.

Mi impressiona l’immersione di Gesù nella vita reale della gente, nei ritmi umani, a volte disumani, immerso in tanti i luoghi: la sinagoga, la casa, la strada, la porta della città, il deserto, forse un monte; immerso a tutte le ore: quelle del giorno, e poi al tramonto del sole, e il mattino quando ancora era buio. 

Non dobbiamo evitare l’immersione, come Gesù non l’ha evitata! Era il segno della sua fedeltà all’uomo, all’umanità, alla storia. E la fatica di Gesù è uguale alla nostra quando stentiamo a trovare spazi d’interiorità! Ed è affascinante vedere come Gesù si inventava, e dove li inventava, i momenti di silenzio e di profondità.

 “Si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava”. Quasi un invito per me, per tutti noi, a inventarci i luoghi e i momenti del silenzio, dell’ascolto, della riflessione e della preghiera. Questa è una condizione per non essere prosciugati, una condizione perché l’essere immersi nella vita non abbia come esito finale l’essere sequestrati. 

È un pericolo e lo  è stato anche per Gesù: “Tutti ti cercano”. La sua risposta: “Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là”. Immerso, ma non prosciugato; immerso, ma non sequestrato.

Anche se l’immersione di Gesù è nell’umanità sofferente e non in una umanità plaudente. Non è l’applauso il bagno di folla che Gesù cerca. Il suo desiderio e la sua volontà sono altrove: è dentro le malattie, dentro il dolore, dentro i problemi senza fine dell’umanità.

Perché Gesù dà preferenza a questa immersione? Mi sembra di capire che al problema del male, della sofferenza, al grido del dolore innocente, non abbiamo risposte. E quindi è meglio tacere! Non rispondere con parole al problema del male, della fatica di vivere, all’assurdo del dolore innocente. 

La risposta al male non sta nelle parole, il nodo non si scioglie con le parole: la risposta è la condivisione, la risposta è un Dio immerso, un Dio che sta accanto con infinita compassione; la risposta è un amore che condivide la sofferenza. 

Gesù alla suocera di Pietro, febbricitante, non dice parole. Invece i suoi gesti  sono: “avvicinatosi, la fece alzare, prendendole la mano”. “Avvicinatosi”: Gesù non ha nessuna paura. “La fece alzare”: è il verbo della risurrezione, la risuscita. “Prendendola per la mano”, nessuna distanza sociale ma la dolcezza della vicinanza, l’eloquenza del contatto. 

Penso che tutti noi abbiamo molto da imparare, noi che abbiamo teorizzato il distacco e la distanza sociale, noi che abbiamo seminato il sospetto sul corpo. Gesù tocca il corpo. Nel Vangelo è scritto: “Le strinse forte la mano”. Forse un po’ più forte di quanto ce la stringevamo noi allo scambio della pace.


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