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Mons.Francesco Follo Lectio”Inginocchiarsi davanti a Dio per poterci inginocchiare accanto ai sofferenti”

Rito Romano – V Domenica del Tempo Ordinario – Anno B – 7 febbraio 2021

Gb 7,1-4.6-7; Sal 146; 1Cor 9,16-19.22-23; Mc 1,29-391

Rito Ambrosiano – Penultima Domenica dopo l’Epifania – detta “della divina clemenza”

Os 6,1-6; Sal 50; Gal 2,19-3,7; Lc 7,36-50

Santa Caterina da Siena2 amava ricordare che spesso accade che sia molto più fecondo parlare a Dio degli uomini che non di Dio agli uomini. La verità di questa affermazione si fonda sul Vangelo, quando ci racconta di Gesù solo, nella notte, in preghiera. E’ questo il grembo da cui nasce ogni missione. Parlare al Padre del proprio figlio in difficoltà, della moglie in crisi, del marito depresso, di chiunque abbiamo a cuore ed è in preda alla febbre, di ogni relazione, del lavoro, del matrimonio, del fidanzamento, dell’amicizia. Senza questa preghiera, senza questo parlare a Dio, ciascuno di noi sbaglierà tempi e parole, rinchiuderà ogni opera nell’angusto confine della mondo e dei suoi criteri, e sarà fallimento.

Mettiamoci in ginocchio e apriamo il cuore al Signore, implorando che ci aiuti secondo la sua volontà benevola e paterna. Come hanno fatto gli apostoli Giacomo e Giovanni (così ci racconta il Vangelo di oggi). Accompagnano Gesù al capezzale della suocera di Pietro, e lasciano che Lui compia la volontà del Padre. Non si tratta solo di guarire dalla febbre, una medicina potrebbe essere sufficiente. Non basta cucire un pezzo di stoffa su un vestito sdrucito. Gesù infonde il vino nuovo della vita, la sua vittoria è sulla malizia che abita nel cuore, il peccato di cui la febbre è solo un sintomo. Gesù sa guardare oltre le apparenze, e la sua diagnosi non fallisce.

La suocera di Pietro è afflitta da un morbo maligno di morte, giace a letto, e il verbo greco è lo stesso che definisce il giacere nella tomba. Per questo Gesù prende per mano la donna e la solleva, la risuscita, ancora secondo l’originale greco. E il frutto sarà il servizio, la diaconia, l’amore gratuito, l’offerta della propria vita.

Però è importante notare che il Vangelo di oggi non ci racconta solo il miracolo della guarigione della suocera di Pietro, ma ci descrive anche un sabato trascorso da Gesù a Cafarnao, che può essere considerato come il paradigma di come Gesù viveva il giorno di riposo ebraico, e che può essere un paradigma per noi per le nostre domeniche ed anche per gli altri giorni della settimana se vivremo il lavoro come costruzione di un mondo guarito, redento.

Questa giornata di Gesù è cadenzata dalle Sue tre occupazioni prioritarie: immergersi nella preghiera con il Padre, stare in famiglia e tra la gente e guarire i malati. Gesù parla con l’uomo, tocca con la Sua mano, che è la mano dell’Infinito, la mano della persona finita, in questo caso quella della suocera di Pietro, ma tutto ciò è è “intriso” di Dio, parte dalla preghiera e si conclude nella preghiera.

Infatti, il Vangelo di oggi ci riferisce di un sabato, che, iniziato nella sinagoga, continua nella casa di Simone, dove Gesù gli guarisce la suocera, e fuori da questa casa dove il Messia guarisce molti malati e indemoniati. Ma facciamo attenzione al fatto che il racconto di oggi non si conclude con la sera di questo sabato ma con la narrazione di Gesù che prima che sorga l’alba va in un luogo solitario, dove Lui, il Figlio parla con Dio Padre.

In riva al lago, in una sinagoga, in una casa, in piazzo o un luogo solitario: ogni posto è buono per l’incontro tra noi e il Signore, che ci offre la sua chiamata. Ogni ora può essere quella giusta e ogni posto è conveniente per l’incontro con Dio: la sinagoga, la casa della gente, il luogo desertico.

Cerchiamo di immaginarci la scena descritta dal Vangelo: Gesù, dopo aver lasciato la sinagoga e tra due ali di gente va a casa di Simon-Pietro, dove trova la suocera di questi a letto, con la febbre. Subito la guarisce, prendendola per mano. Mano nella mano, come forza trasmessa a chi è stanco o malato, come mano di fratello e di amico per dare fiducia al fratello e amico debole, infermo. Gesù rialza (il verbo greco è quello usato dal Vangelo anche per parlare della risurrezione) la suocera di Pietro. Gesù alza, eleva, fa rialzare (ri-sorgere) questa donna, la riconsegna alla sua andatura eretta, alla fierezza del fare, del prendersi cura degli altri. La donna si alza e si mette a servire3.

Il Signore prende per mano anche noi, anche noi facciamo lo stesso, prendiamo la mano che si tende verso di noi. Quante cose contiene una mano. Un gesto così può sollevare una vita. Questo, secondo il Vangelo di Marco, è il primo miracolo di Gesù, il più piccolo in apparenza, ma che dice il significato di tutti gli altri: Gesù Cristo, la Parola fatta carne, ci libera dal male fisico e spirituale e ci rende liberi per il bene. Allora facciamo almeno come la suocera di Pietro, guarita dalla febbre, che imita subito Gesù, che è venuto per servire perché ci ama. Servire significa amare, non a parole, ma con i fatti.

Credo che il senso di tutti i miracoli che Gesù fa è di cambiare la vita dell’uomo, di riconsegnare l’uomo a se stesso e a Dio. Secondo il Vangelo di Marco, il primo miracolo di Cristo è quello di guarire la suocera di Pietro, poi durante la sua vita pubblica

  • guarirà anche dei ciechi, perché l’uomo abbia occhi che vedono,
  • guarirà dei sordi perché l’uomo abbia orecchi che ascoltano,
  • guarirà i muti perché la bocca dell’uomo dica la verità,
  • guarirà gli zoppi perché l’uomo abbia piedi che camminano alla sua sequela,
  • guarirà le mani perché l’uomo a mani aperte e tese tocchi santamente il suo prossimo e soccorra i fratelli e sorelle in umanità,
  • guarirà le mani del cuore perché si congiungano in preghiera e l’uomo entri in comunione con Dio. Lui stesso, di notte e fino all’alba, Gesù, anche “stanco” di guarire, andrà in luogo solitario per pregare.

2) Il giorno e la sera per pensare all’uomo, la notte e l’alba per pensare a Dio.

Gesù assediato dal dolore, in un crescendo turbinoso (la sera fuori dalla casa di Simon-Pietro la folla con il suo dolore si affretta da Gesù, Gli consegna il suo dolore e ritrova la vita) sa trovare spazi e tempi per stare con Padre. Gesù ci insegna a inventare quegli spazi segreti che danno salute all’anima, spazi di preghiera, dove niente sia più importante di Dio, dove dirgli: Sto davanti a te; per un tempo che so breve non voglio mettere niente prima di te; niente per questi pochi minuti viene prima di te. Ed è la nostra dichiarazione d’amore.

Nella narrazione evangelica, l’ambientazione della preghiera di Gesù si colloca all’incrocio tra l’inserimento nella tradizione del suo popolo e la novità di una relazione personale unica con Dio. “Il luogo deserto” (cfr Mc 1,35) in cui si ritira, “la notte” che gli permette la solitudine (cfr Mc 1,35; 6,46-47; Lc 6,12) richiamano momenti del cammino della rivelazione di Dio nell’Antico Testamento, indicando la continuità del suo progetto salvifico. Ma al tempo stesso, segnano momenti di particolare importanza per Gesù, che consapevolmente si inserisce in questo piano, pienamente fedele alla volontà del Padre.

Anche nella nostra preghiera noi dobbiamo imparare, sempre di più, ad entrare in questa storia di salvezza di cui Gesù è il vertice, rinnovare davanti a Dio la nostra decisione personale di aprirci alla sua volontà, chiedere a Lui la forza di conformare la nostra volontà alla sua, in tutta la nostra vita, in obbedienza al suo progetto di amore per noi.

La preghiera di Gesù tocca tutte le fasi del suo ministero e tutte le sue giornate. Le fatiche non la bloccano. I Vangeli, anzi, lasciano trasparire una consuetudine di Gesù a trascorrere in preghiera parte della notte.

Guardando alla preghiera di Gesù, chiediamoci: come prego io? Quale e quanto tempo dedico al rapporto con Dio? Chi può essermi maestro?

Il primo Maestro in ciò è Gesù, che ci insegna il Padre nostro e rivela la novità del nostro dialogo con Dio: la preghiera filiale, che il Padre aspetta dai suoi figli. E da Gesù impariamo come la preghiera costante ci aiuti ad interpretare la nostra vita, ad operare le nostre scelte, a riconoscere e ad accogliere la nostra vocazione.

Poi noi, discepoli piccoli di questo grande Maestro, siamo chiamati a essere testimoni della preghiera, proprio perché il nostro mondo è spesso chiuso all’orizzonte divino e alla speranza che porta l’incontro con Dio. Nell’amicizia profonda con Gesù e vivendo in Lui e con Lui la relazione filiale con il Padre, possiamo aprire finestre verso il Cielo di Dio attraverso la nostra preghiera fedele e costante.

A chi non ha tempo e modo di pregare con la Liturgia delle Ore, suggerisco di recitare l’Angelus al mattino, per ricordare la risurrezione di Cristo, a mezzogiorno per celebrare la sua crocifissione, a sera per far memoria della sua nascita. Oppure di iniziare la giornata con questa due preghiere: “Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo”, tratta dal Deuteronomio 6,4, e “Padre nostro, che sei nei cieli…”. La prima preghiera è ascolto, la seconda è risposta. Nell’ascolto io imparo che Dio è Uno solo, e nella riposta dico subito: “Padre mio…” (cfr Divo Barsotti).

Come la preghiera sia il “lavoro” più importante, lo si può capire anche dal fatto che il primo e irrinunciabile impegno delle vergini consacrate nel mondo è quello della preghiera, come viene espressamente richiesto loro durante il rito di consacrazione(Cfr Consacrazione delle Vergini, Premesse, n. 2). In effetti, consegnando il libro della Liturgia delle Ore, il Vescovo si rivolge alla consacrata con queste parole: “La preghiera della Chiesa risuoni senza interruzione nel tuo cuore e sulle tue labbra come lode perenne al Padre e viva intercessione per la salvezza del mondo”(Cfr ib., Riti esplicativi, n. 48).

Con particolare affetto e devozione le vergini coltivano con la Vergine Maria, modello di ogni sequela e di ogni consacrazione, l’umile confidenza filiale, la preghiera di intercessione, la contemplazione dei misteri del suo Figlio Gesù.

Ogni vergine appartenente all’Ordo inoltre tiene costantemente presente che la preghiera non è solo personale, generosa risposta alla voce dello Sposo e umile richiesta di aiuto per mantenersi fedele al santo proposito e al dono ricevuto, ma è intima partecipazione alla vita del corpo mistico di Cristo, intercessione instancabile per la Chiesa e per il mondo.

1 “In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.

Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.

Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».

E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.”(Mc 1,29-39).

2 Nata a Siena, nel 1347, in una famiglia molto numerosa, morì a Roma, nel 1380. All’età di 16 anni, spinta da una visione di san Domenico, entrò nel Terz’Ordine Domenicano, nel ramo femminile detto delle Mantellate. Rimanendo in famiglia, confermò il voto di verginità fatto privatamente quando era ancora un’adolescente, si dedicò alla preghiera, alla penitenza, alle opere di carità, soprattutto a beneficio degli ammalati La dottrina di Caterina, che apprese a leggere con fatica e imparò a scrivere quando era già adulta, è contenuta ne Il Dialogo della Divina Provvidenza ovvero Libro della Divina Dottrina, un capolavoro della letteratura spirituale, nel suo Epistolario e nella raccolta delle Preghiere. Il suo insegnamento è dotato di una ricchezza tale che nel 1970 San Paolo VI la dichiaro Dottore della Chiesa.

3 Il miracolo è per il servizio; aggiungo qualcosa che leggevo in un commentario e che mi è piaciuto molto: il verbo servire (diakoneo) è lo stesso che esprimerà il servizio del dare la vita da parte di Gesù. Questo, che per tanti è il primo miracolo di Gesù nel vangelo di Marco, ci dice che questa donna, della quale poi non si parlerà più, da subito è entrata nella logica che guida la vita e le scelte di Gesù: il dono della vita! L’incontro, la relazione avviene così: Dio in Gesù ci visita, guarisce la nostra vita e ci rende “liberi per servire”. Non è tanto per essere acclamato che Gesù fa un miracolo, non è tanto per essere riconosciuto come Dio: è perché l’uomo non resti chiuso ma si apra ai fratelli in una relazione gratuita e continuata di servizio.

Lettura Patristica

San Girolamo,

Comment. in Marc., 2

       “Ora la suocera di Simone stava a letto con la febbre” (Mc 1,30). Dio voglia ch’egli venga ed entri nella nostra casa, e guarisca con un suo ordine la febbre dei nostri peccati. Ciascuno di noi è febbricitante. Quando sono colto dall’ira, ho la febbre ogni vizio è una febbre. Preghiamo dunque gli apostoli affinché supplichino Gesù, ed egli venga a noi e tocchi la nostra mano: se la sua mano ci tocca, subito la febbre è scacciata. E il Signore un grande medico, un vero archiatra. Un medico era Mosè, un medico era Isaia, medici sono tutti i santi: ma questo è il maestro di tutti i medici. Egli sa toccare con cura le vene, sa scrutare nei segreti del male. Non tocca le orecchie, non tocca la fronte, né tocca alcuna altra parte del corpo: tocca soltanto la mano. Quella donna, infatti, aveva la febbre, perché non aveva opere di bene. Prima viene dunque sanata nelle opere e poi viene liberata dalla febbre. Non può liberarsi della febbre se non è guarita nelle opere. Quando la nostra mano opera il male, è come se fossimo costretti a stare a letto; non possiamo alzarci, non possiamo camminare: è come se fossimo ammalati in ogni parte del corpo.

       E “avvicinatosi” (Mc 1,31) a lei che era ammalata… Essa non poteva alzarsi, giaceva nel letto; quindi, non poteva venire incontro al Signore che entrava: ma questo misericordioso medico, che la teneva sulle sue spalle come fosse una morbida pecorella, va lui al letto. «E avvicinatosi…». Si avvicina spontaneamente, per guarirla di sua propria volontà. «E avvicinatosi…». Stai attento a che cosa dice. È come se dicesse: Avresti dovuto correre incontro a me, venire alla porta per accogliermi, affinché la tua guarigione non fosse soltanto opera della mia misericordia, ma anche della tua volontà: ma, poiché sei in preda ad una violenta febbre e non ti puoi alzare, vengo io.

       E “avvicinatosi la fece alzare“. Ella non poteva alzarsi, ed è alzata dal Signore. “E la fece alzare prendendola per mano” (Mc 1,31). Giustamente la prende per mano. Quando anche Pietro era in pericolo in mare e stava per essere sommerso, è toccato dalla sua mano e subito si alza. «E la fece alzare prendendola per la mano»: con la sua mano prese la mano di lei. O beata amicizia, o dolcissimo bacio! La fece alzare dopo averla presa per mano: la mano di lui guarì la mano di lei. La prese per mano come medico, sentì le sue vene, costatò la violenza della febbre, egli che è medico e medicina. Gesù tocca, e la febbre fugge. Tocchi anche le nostre mani, per rendere pure le nostre opere. Che entri nella nostra casa: alziamoci dal letto non restiamo sdraiati. Gesù sta dinanzi al nostro letto e noi non ci alziamo? Leviamoci, stiamo in piedi: è ignominioso per noi giacere dinanzi a Gesù. Ma qualcuno dirà: – Dov’è Gesù? Gesù è qui. “Sta in mezzo a voi uno che voi non conoscete” (Jn 1,26). “Il regno di Dio è dentro di voi” (Lc 17,21). Crediamo, e vedremo Gesù qui oggi. E se non possiamo toccare la sua mano, corriamo ai suoi piedi. Se non possiamo giungere alla sua testa, almeno laviamo con le nostre lacrime i suoi piedi. Il nostro pentimento è profumo per il Salvatore. Osserva quanto è grande la misericordia del Signore. I nostri peccati mandano un cattivo odore, sono putredine: tuttavia, se ci pentiamo dei nostri peccati, se piangiamo, i nostri puzzolenti peccati diventano il profumo del Signore. Preghiamo dunque il Signore affinché ci prenda per la mano…

       Che dice ancora David? “Mi laverai e io sarò più bianco della neve” (Ps 50,9). Poiché mi hai lavato con le mie lacrime le mie lacrime e la mia penitenza hanno agito per me come ii battesimo. Potete costatare da qui quanto sia efficace la penitenza. Egli si pentì e pianse: perciò fu purificato. Che cosa dice subito dopo? “Insegnerò agli iniqui la tua via, e gli empi si convertiranno a te” (Ps 50,15). Il penitente è diventato maestro.

       Perché ho detto tutto questo? Perché qui sta scritto: “E subito la febbre la lasciò ed ella si mise a servirli” (Mc 1,31). Non si accontenta di essere stata liberata dalla febbre, ma subito si mette al servizio di Cristo. «E si mise a servirli». Li serviva con i piedi, li serviva con le mani, correva di qua e di là, e venerava colui dal quale era stata guarita. Serviamo anche noi Gesù. Egli accoglie volentieri il nostro servizio, anche se abbiamo le mani sporche: infatti egli si degna di guardare ciò che si è degnato di guarire. Sia a lui gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Fonte:http://francescofolloit.blogspot.com/


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