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Don Marco Ceccarelli Commento VI Domenica Tempo Ordinario

VI Domenica Tempo Ordinario “B” – 14 Febbraio 2021
I Lettura: Lv 13,1-2.45-46
II Lettura: 1Cor 10,31-11,1
Vangelo: Mc 1,40-45

  • Testi di riferimento: Gen 2,18; 4,12-14; Lv 16,10.21-22; 22,4-7; Nm 5,2; 12,10-15; 2Re 5,11-14;
    15,5; 2Cro 26,21; Sal 38,12; Is 6,5; Lam 1,1; 3,28; 4,15; Ag 2,12-13; Mt 8,17; Mc 7,33; 8,22; 9,22-
    23; Lc 5,8; 8,27; 17,12; 1Cor 4,9-13; 5,5; 2Cor 5,21; Eb 1,3; 9,13-14; 13,12-13; Gc 4,8; 1Pt 2,24;
    2Pt 1,9; 1Gv 1,7
  1. Prima lettura.
  • La purificazione. La prima lettura ci offre la chiave di interpretazione per il brano di Vangelo
    odierno. Innanzitutto occorre capire quale sia il senso della “impurità” per l’ebreo biblico. Israele è
    stato chiamato da Dio alla santità: “Siate santi poiché Io sono santo” (Lv 11,44; 19,2; 20,7.26).
    Questo è il principio chiave del libro del Levitico (ma anche di tutta la Torah). La “santità” costituisce ciò che è proprio di Dio, la sua essenza, ciò che lo distingue da tutto ciò che non è Dio, da ciò
    che è creato. Israele, essendo stato chiamato da Dio alla comunione con Lui, deve diventare ugualmente santo, partecipare cioè della santità divina. Tutto ciò che non è santo è impuro, cioè non rientra nella sfera del divino. E niente di ciò che non è Dio può essere completamente santo; neppure gli
    uomini e neppure Israele. Però gli israeliti sono chiamati a diventare santi, a purificarsi, a liberarsi
    cioè dall’impurità per potersi avvicinare a Dio. In base a questo principio vanno capite tutte le regole sulla purificazione – così strane agli occhi nostri – che appaiono soprattutto nel libro del Lv. Togliere l’impurità significa santificarsi, e santificarsi significa avere la possibilità di accostarsi
    all’inaccessibile Dio (cfr. Gc 4,8).
  • La lebbra. Una malattia di lebbra nel mondo biblico costituiva soprattutto una questione di impurità. Però, rispetto ad altri casi, la lebbra comportava anche e soprattutto il problema della separazione
    dalla vita pubblica. La separazione del lebbroso era resa necessaria per non contaminare altri; ma
    non tanto a livello fisico. Infatti si può constatare che i tipi di lebbra descritti nel Levitico sono a
    volte delle innocue affezioni cutanee. La contaminazione da evitare era perciò soprattutto a livello
    spirituale. Infatti chi tocca un impuro, cioè un peccatore, chi lo frequenta, chi si mette a tavola con
    lui, chi in definitiva entra in comunione con lui in qualche modo, finisce per restarne contaminato.
    L’impurità si trasmette per contatto (a differenza della santità), come testimonia un passo del profeta Aggeo: «Se uno porta della carne santificata in un lembo della sua veste e con il lembo tocca il
    pane, le vivande, il vino, l’olio o qualunque altro alimento, queste cose saranno santificate?». I sacerdoti risposero: “No!” … Se uno, che si è contaminato per il contatto di un cadavere, tocca qualcuna di quelle cose, diventerà essa pure immonda? E i sacerdoti risposero dicendo: “Sì, diventerà
    immonda!”» (2,12-13). Così, quando il lebbroso Naaman si rivolse ad Eliseo per essere guarito, egli
    pensava che il profeta lo avrebbe toccato per guarirlo (2Re 5,11), ma non fu così. Eliseo si guarda
    bene dal toccarlo, e lo manda a bagnarsi nel Giordano. Con il contatto si sarebbe trasmesso il suo
    stato di impurità. Chi è lebbroso è impuro ad un livello pubblico e permanente, e quindi deve vivere
    separato dagli altri: «Se ne starà solo; la sua dimora fuori dall’accampamento» (Lv 13,46). La separazione era il grande problema della lebbra, perché comportava una condizione di solitudine. Per
    questo la lebbra diventerà la metafora privilegiata per il peccato: una separazione da Dio e dagli altri. Il peccato è esattamente ciò che ci separa dagli altri, che ci condanna alla solitudine,
    all’incapacità di amare, di stare in comunione. Il nostro peccato – l’egoismo, la superbia, il rancore,
    ecc. – ci separa dagli altri, ci rende soli. Quando Adamo ed Eva peccano, rompono la comunione
    con Dio e fra di loro. Caino dopo aver ucciso è condannato alla solitudine (Gen 4,12-14). La solitudine è ciò che contraddice la vocazione dell’essere umano, che è quella appunto di non essere solo
    (Gen 2,18). Per questo il primo e principale frutto della redenzione è la comunione, la fine della divisione, la possibilità di essere uno, come avviene con la Pentecoste. La purificazione riporta l’uomo nello stato di santità che gli permette di stare in relazione, in comunione con Dio e con gli altri,
    capace di amare.
  1. Il Vangelo.
  • Anche se non viene detto esplicitamente, il contesto del miracolo descritto nel brano odierno di
    Vangelo è certamente quello di una situazione isolata. Questo lebbroso doveva trovarsi fuori dai
    centri abitati. Egli è in una condizione pubblica di impurità che lo costringe a starsene isolato. Gesù
    fa nei confronti di questo uomo un gesto che avrebbe attirato una forte disapprovazione da chi lo
    avesse visto. Mentre in altri episodi di guarigione di lebbrosi Gesù si limita a dire loro qualcosa (cfr.
    Lc 17,11ss.) in questo caso invece egli tocca il lebbroso. Ma per un ebreo toccare un lebbroso significava diventare partecipe della sua impurità. E, a livello simbolico, è proprio questo che Gesù fa.
    Egli sana il lebbroso – simbolo del peccatore che Cristo è venuto a salvare – facendosi carico delle
    sue infermità. Questo è esattamente quanto era stato annunciato dalla figura del servo di Jahvè:
    «Egli portò le nostre malattie, e si addossò i nostri dolori» (Is 53,4). Toccando il lebbroso e sanandolo Gesù compie un segno che indica in cosa consiste la sua missione: farsi carico delle infermità
    degli uomini, che sono i loro peccati. Toccando il lebbroso egli esprime con un segno ciò che compirà con la sua passione: Gesù si fa lui stesso lebbroso. La conclusione dell’episodio, con Gesù che
    non può più entrare in città, ma deve rimanere in luoghi isolati (1,45), sottintende, in maniera sottile, al fatto che egli, a causa della guarigione del lebbroso, ne ha assunto le conseguenze. La lettera
    agli ebrei dice che «Gesù, per santificare il popolo mediante il proprio sangue, ha sofferto fuori della porta (della città)» (Eb 13,12), diventato, appunto, come un lebbroso. Gesù si è fatto lebbroso
    quando, per renderci santi, si è caricato della nostra lebbra, del nostro peccato, inchiodandolo nel
    suo corpo alla croce (1Pt 2,24) di modo che noi potessimo vivere nella giustizia, cioè capaci di amare, perché chi ama non è mai solo. Caricandosi del peccato Gesù ha condannato il peccato nella carne (Rm 8,3) perché noi potessimo vivere nella santità. Egli realizza la figura del Servo di Jahvè che
    a sua volta era figura del capro che portava nel deserto (fuori dall’accampamento) su di sé le iniquità del popolo (Lv 16,10.21-22). La nostra purificazione (= santità) avviene grazie a questo atto
    espiatorio di Cristo («dalle sue piaghe siete stati guariti»: 1Pt 2,24).
  • Occorre riconoscere che siamo lebbrosi. Siamo profondamente ammalati e questo è la causa della
    nostra incapacità di stare in comunione, della nostra solitudine. L’unico che ci può guarire è Cristo;
    ma ciò è possibile soltanto a partire dal riconoscimento della nostra malattia. Chi è stato guarito e ha
    ricevuto una nuova vita non può non annunciare quello che ha visto. La testimonianza nasce dalla
    forza di questa esperienza. I cristiani annunciano agli uomini la possibilità di essere purificati dalla
    loro lebbra; e si fanno essi stessi lebbrosi, a somiglianza di Cristo, caricandosi dei peccati degli altri
    (Eb 13,13; 1Pt 1,21).

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/


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