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Battista Borsato”Scegliere di lottare”

I Domenica di Quaresima

Scegliere di lottare

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il Vangelo di Dio, e diceva: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo”.

(Mc 1, 12-15)

Siamo invitati come credenti a vivere il tempo favorevole della Quaresima: un tempo di quaranta giorni in preparazione della Pasqua. È un tempo non tanto di digiuni, ma un tempo opportuno per cambiare il modo di pensare e il modo di vivere. La parola che lo disegna è “metanoia”, una parola greca che significa cambiare testa, assumere un’altra mentalità. Lo esprime bene il profeta Gioiele: “Non lacerate le vostre vesti, lacerate il cuore”. È il tempo in cui formarsi un cuore nuovo, o meglio in cui passare da un cuore di pietra ad un cuore di carne.

Lasciamoci ispirare da alcune espressioni del Vangelo.

E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto…”.

Gesù era stato battezzato da Giovanni Battista. Appena battezzato lo Spirito Santo lo sospinge nel deserto. Il deserto era il luogo della prova, della tentazione. Anche il popolo ebraico, nel deserto, in cammino verso la terra promessa, verso la libertà aveva subito la tentazione. Di fronte alla mancanza dell’acqua e del pane il popolo era tentato di tornare indietro, di ritornare nella schiavitù, dove almeno c’erano il pane e l’acqua.

Anche Gesù viene sospinto nel deserto, e sospinto dallo Spirito di Dio e viene sospinto per essere tentato. La tentazione o le tentazioni non sono negative, esse sono una opportunità per interrogarsi, per chiarire le proprie idee e compiere con consapevolezza le scelte. Senza saper scegliere non si è vivi: “Togliete le tentazioni e nessuno crescerà più” (Abba Antonio del deserto). La tentazione si esprime in una lotta. Anche Gesù è chiamato a lottare, quasi possiamo dire a lottare con Dio o meglio con ciò che sembra essere Dio. La Bibbia riporta molte lotte con Dio. Giacobbe lotta con Dio in un combattimento notturno (Gn 32, 23-33), pure Mosè lotta con Dio che vorrebbe farlo morire (Es 4,24). È un travaglio per capire il vero volto di Dio. Dio non è sempre come ce l’hanno presentato: è un Dio altro, diverso, un Dio che ci sconcerta e ci scompiglia.

E allora pure Gesù nei quaranta giorni di deserto lotta per cercare il vero volto di Dio sfigurato dalla religione giudaica. Deve lottare contro la sua religione che presentava un Dio signore e padrone che dominava le persone e le coscienze; un Dio che esigeva obbedienza e sottomissione; un Dio che di fronte ai peccati e agli sbagli più che compassione e perdono, nutriva sentimenti di ostilità e di avversità. Inoltre era un Dio parziale: era solo dalla parte degli ebrei contro i popoli detti pagani, dalla parte dei maschi contro le donne, dalla parte dei giusti e non dei peccatori.

Gesù nel deserto è andato a lottare contro questo Dio: un Dio imparato nella sua “catechesi”. Avvertiva che non poteva e non doveva essere questo il vero volto di Dio. Gesù dovrà liberarsi dalle incrostazioni, dalle semplificazioni prodotte dalla sua religione. Questa aveva oscurato Dio, se non falsificato. Occorreva un’opera di restauro, un’azione di ripulitura, se non di rifondazione dell’immagine di Dio per cogliere che Dio è diverso da quello che pensava la religione o che pensava l’uomo. Nel deserto Gesù compie un esodo dal Dio che aveva conosciuto al Dio che non si lascia catturare e che sfugge ad ogni presa umana.

Rimane quaranta giorni tentato da Satana”.

Nel momento della scelta del suo battesimo Gesù avrà intuito la chiamata ad essere il Messia. Ma un interrogativo l’avrà assillato: “accettare questo gravoso mandato o rinunciare per vivere una vita tranquilla e privata?”. Per cogliere tutta la spinosità di questo interrogativo bisogna partire dal fatto che Gesù era pienamente uomo: con le nostre aspirazioni, i nostri dubbi e le nostre paure. Anche lui ambiva ad una vita tranquilla e magari avvolta dal consenso e dal prestigio sociale.

All’inizio della vita pubblica aveva circa trent’anni. Era adulto e conosceva bene la situazione del popolo di Israele e del suo tempo. Sapeva che i Farisei e i Sacerdoti esercitavano, sulle coscienze e sulla vita della gente, un potere smisurato. Pretendevano un’osservanza religiosa così rigida e rigorosa che non consentiva nessun spazio al cambiamento, nessuna possibilità di trasformazione. Il potere del tempio poi era sostenuto e appoggiato dal potere politico che aveva a sua volta in Roma un solido fondamento. Chi poteva nutrire l’ardire di contestarlo? Chi poteva sognare di metterlo in crisi?

Gesù non ignorava la incresciosa e disumana situazione economica e sociale del Paese: i poveri vivevano in maniera stentatissima, le donne non avevano alcuna dignità, ammalati e handicappati erano considerati peccatori e impuri, quindi da emarginare. Si poteva forse sperare in una svolta? Non era meglio dedicarsi al proprio lavoro, alla propria famiglia, senza tormentarsi e senza prendersi inutili rischi?

Sono questi gli interrogativi che avranno accompagnato Gesù nel deserto. Un senso d’impotenza lo avrà certamente afferrato. Avrà provato sconcerto. Avrà avuto la voglia di ritirarsi nel privato. Ma poi, in quel suo riflettere, sarà spuntato un altro, pressante quesito: che avverrà del popolo se io mi ritiro?

E tale interrogativo ha probabilmente preso possesso del suo cuore, illuminandone la coscienza. Non ha più pensato alle difficoltà, al possibile insuccesso, ha deciso che bisognava amare, e basta. Che bisognava impegnarsi, al di là della certezza dei risultati.

In Gesù si è ingenerato così un passaggio, un esodo, che oggi noi chiamiamo “conversione”: dal pensare a sé al pensare agli altri.

La quaresima dovrebbe essere anche per noi il tempo del coraggio di impegnarci per cambiare qualcosa del mondo, lasciandoci scuotere dall’interrogativo: “Che ne sarà del futuro delle nuove generazioni se non mi impegno per la giustizia?”.

Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano”.

C’è un richiamo al giardino terrestre, dove Adamo viveva felice tra le bestie selvatiche e gli angeli. Questa è un’immagine simbolica ricca di speranza. Essa viene a dirci che è possibile creare questa situazione di armonia, di fraternità e di giustizia. Dentro al clima di pessimismo si apre una finestra di speranza che ci mette voglia di impegnarci e di lottare.

Due piccoli impegni

Non smettere mai la ricerca del volto di Dio.

Non lasciarci prendere dal senso di impotenza: il mondo può essere cambiato.


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