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Don Marco Ceccarelli Commento II Domenica Quaresima

II Domenica Quaresima “B” – 28 Febbraio 2021
I Lettura: Gen 22,1-2.9.10-13.15-18
II Lettura: Rm 8,31-34
Vangelo: Mc 9,2-10

  • Testi di riferimento: Gen 26,4; Es 24,15-16; 34,29-35; Dt 18,15; 1Re 8,10; 2Cr 3,1; 1Mac 2,52;
    Sal 72,17; 104,2; Sir 44,21-22; Dn 7,9; Mt 28,3; Mc 3,11; 8,31; 16,5.12; Gv 1,14; 3,16; 20,9; At
    3,22.25-26; 6,15; Rm 6,6; 8,17.29; 12,2; 1Cor 3,7-9; 15,49-53; 2Cor 3,18; 4,16-18; Gal 3,7-16; Ef
    4,22-24; Fil 2,6-7; 3,20-21; Col 3,9-10; Eb 1,3; 2,9-10; 6,13-14; 11,12.17; 12,21; 1Pt 4,13; 2Pt
    1,16-18; Ap 3,4; 7,14
  1. La prima lettura.
  • Questa lettura potrebbe dare l’impressione di essere poco attinente al periodo di quaresima, se non
    per il collegamento del sacrificio di Isacco con la passione di Cristo. Come Abramo non ha “risparmiato” Isacco (Gen 22,16), così Dio non ha “risparmiato” il proprio Figlio (seconda lettura).
    C’è però in questo episodio anche qualcos’altro che ha molto a che fare con la quaresima, perché ha
    a che fare con la conversione e con la prova. Al v. 1 infatti si dice esplicitamente che Dio chiama
    Abramo per metterlo alla prova [ricordiamoci che “prova” e “tentazione” sono in ebraico la stessa
    parola]. La prova non è qualcosa che ha a che fare soltanto con la tentazione che viene dal demonio.
    Piuttosto il demonio “tenta” di inserirsi all’interno del rapporto fra Dio e l’uomo e far dubitare questo di Quello. Ma la prova risiede già nel rapporto fra Dio e l’uomo perché le vie di Dio non sono
    mai così facilmente comprensibili da parte dell’uomo, il quale deve perciò mettere in campo un atteggiamento di fiducia prima ancora che di logica.
  • Si presenta allora qui una seconda chiamata di Abramo, dopo quella di Gen 12. Ad Abramo è richiesta una obbedienza ancora più grande e apparentemente più assurda di quella che lo aveva portato a lasciare il clan familiare. Questa chiamata ad obbedire all’ordine di Dio di sacrificare il figlio
    della promessa è la “prova” di Abramo. Come abbiamo rilevato la domenica precedente, la tentazione per l’uomo consiste nel rifiutare la realtà della propria condizione umana quando essa si presenta come inaccettabile. Qui Abramo è chiamato ad obbedire alla storia che Dio sta facendo con
    lui. Per questo egli sarà lodato per la sua obbedienza (Gen 22,18).
  • Le chiamate di Abramo e la sua relativa obbedienza segnano l’inizio di una nuova fase per
    l’umanità. Quell’umanità, che a partire da Gen 3 era stata descritta sempre più in separazione da
    Dio, conseguenza della disobbedienza a Lui, ora trova in Abramo la possibilità di ribaltare la maledizione causata dal peccato. Mentre i progenitori avevano disobbedito al comando di Dio diffidando
    di Lui, Abramo obbedisce ad un comando apparentemente folle di Dio confidando in Lui. Con
    Abramo appare sulla terra la “conversione”; appare una inversione di tendenza rispetto a come
    l’umanità si era mossa dopo il peccato delle origini. La conversione si manifesta nella rinuncia a seguire la propria volontà per obbedire a Dio. Con Abramo la creatura ritorna ad essere quello che è,
    una creatura che dipende dal Creatore. Con Abramo appare sulla terra qualcuno che si fida di Dio e
    che è disposto ad obbedire anche contro le apparenze, contro ogni speranza. Se per la disobbedienza
    dei progenitori la maledizione è entrata nel mondo, a partire dall’obbedienza di Abramo la benedizione può arrivare a tutta l’umanità (Gen 22,18). Quello che Abramo ha fatto dovranno continuare a
    farlo i suoi discendenti. Non solo in Abramo, ma anche (e soprattutto) nella sua discendenza saranno benedette tutte le nazioni della terra (Gen 22,18; 26,4; 28,14; At 3,25). Per san Paolo tale discendenza è Cristo (Gal 3,16). È nella fede in lui che le genti riceveranno la benedizione. Cristo come
    nuovo Abramo ha testimoniato la bontà di Dio anche contro le apparenze, non accettando l’inganno
    del demonio, facendo la volontà del Padre. I cristiani, come figli di Abramo per la fede, in mezzo
    alle genti danno testimonianza alla bontà di Dio, nella misura in cui, come Cristo, rimangono saldi
    di fronte alle tentazioni.
  1. Il Vangelo della trasfigurazione.
  • Il brano di Vangelo odierno presenta, come ogni anno nella seconda domenica di quaresima,
    l’episodio della trasfigurazione. Teniamo presente che, anche se esiste una festa propria della trasfigurazione che si celebra il 6 Agosto, tuttavia, non essendo essa una festa di precetto, questo brano lo
    si ascolta quasi esclusivamente in questa domenica. Ciò significa che l’episodio con i suoi significati è strettamente connesso con questo tempo liturgico. Domenica scorsa abbiamo ascoltato nella
    Colletta che la quaresima è il “segno sacramentale della nostra conversione”. La quaresima indica la
    necessità di una trasformazione, di un cambiamento che deve avvenire nella nostra realtà. È il dinamismo della salvezza. La salvezza produce un cambio sostanziale. Produce il passaggio dalla
    schiavitù alla libertà, da una condizione di miseria ad un’altra di felicità, da uno stato di tristezza ad
    uno di gioia. La salvezza cambia qualcosa in me e non solo fuori di me. Così la conversione consiste in una trasformazione, nel passaggio da una realtà ad un’altra.
  • La gloria e l’umiliazione. L’episodio della trasfigurazione sta in parallelo (contrasto) con quello
    del Getsemani (Mc 14,32-42), dove ancora appare un “monte”, una “preghiera”, la presenza degli
    stessi tre apostoli, la presenza del “Padre”, la solitudine di Gesù. I due momenti si richiamano a vicenda e costituiscono come i due estremi della vita pubblica di Gesù, la manifestazione della sua
    gloria divina e la sua massima prostrazione umana. E in un certo senso questi due estremi si toccano
    e ci dicono che la via della glorificazione del Figlio passa per la sua umiliazione.
  • Così con la sua trasfigurazione Cristo annuncia quello che avverrà in lui attraverso il suo mistero
    pasquale. Lui è il salvatore; ma lui è anche il sofferente, colui che si è fatto uomo, che si è caricato
    di quella condizione umana che è venuto a salvare. È lui che grida dalla croce, perché sulla croce
    riassume in sé tutto il grido dell’umanità sofferente a causa dei propri peccati. Anche la natura
    umana di Cristo per entrare nella gloria celeste ha dovuto essere trasformata. Infatti è a causa della
    sofferenza della morte che ora possiamo vedere Gesù coronato di gloria (Eb 2,9). Cristo dopo la sua
    risurrezione ha un corpo trasfigurato, glorificato (cfr. Mc 16,12). L’episodio della trasfigurazione
    annuncia così il mistero pasquale che si compirà in Cristo. La trasfigurazione che Gesù mostra agli
    apostoli come un riflesso della sua gloria divina, è anche un anticipo di ciò che avviene con il mistero pasquale per ciascuno di noi. Dio ci ha predestinato a divenire “conformi” all’immagine del Figlio suo (Rm 8,29); ci ha chiamato a “trasformarci” (metamorphoomai: Rm 12,2; 2Cor 3,18) in
    quell’immagine, finché saremo completamente trasformati in lui nella gloria (Fil 3,21). Durante la
    nostra vita terrena, che è una preparazione alla vita celeste, si deve compiere questo “passaggio”
    dall’uomo di terra all’uomo celeste, di cui Cristo è il prototipo e la primizia. La forza della redenzione di Cristo opera in noi una trasformazione, un passaggio, una pasqua, che in qualche modo ci
    assimila, ci assomiglia a Cristo. Per la sua sofferenza egli può condurre molti figli alla gloria (Eb
    2,10).
  • Possiamo chiederci: in che modo si realizza questa trasformazione, con quali mezzi? Nello stesso
    modo in cui lo ha realizzato Cristo: entrando nella croce. Perché appaia l’uomo nuovo, il vecchio
    deve morire (Col 3,9-10). Perché questo avvenga il Signore ha predisposto per noi un “battesimo”,
    una immersione nella morte di Cristo, attraverso le nostre croci (Mc 10,38-39). L’uomo terrestre,
    l’uomo di carne che vive in noi, viene distrutto poco alla volta attraverso un cammino di immersione continua nella morte di Cristo (Rm 6,4ss.). Partecipando alle sofferenze di Cristo diventeremo
    partecipi anche della sua gloria cioè della sua vita divina (Rm 8,17). Noi siamo chiamati a riflettere
    in noi questa gloria (2Cor 3,18); come questo si realizza lo dice poco più avanti (4,8-10): portando
    nel nostro corpo il morire di Gesù si manifesta la sua vita divina; 4,16-17: «Perciò non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in
    giorno. Infatti la momentanea leggera nostra tribolazione opera in noi un eccezionale eterno peso di
    gloria». La tribolazione del cristiano, la croce di Cristo vissuta in lui, opera in lui una gloria eterna,
    affinché il nostro corpo giunga alla conformazione del corpo glorioso di Cristo (Fil 3,20-21).

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/


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