Don Paolo Zamengo”Senza tende “

II domenica di Quaresima (Marco 9, 2-10)

Senza tende      Mc 9,  2-10

Abbiamo seguito nel deserto della tentazione Gesù e abbiamo imparato a riconoscere i falsi miraggi del potere.  Oggi ci lasciamo condurre sul monte e gustare qualcosa della bellezza di Dio, della bellezza del vivere per il vangelo. 

Accadrà così anche per Gesù nella sua passione: alcuni riconosceranno che lui è il figlio di Dio e altri lo abbandoneranno. Ancora una volta non resterà che Gesù, solo. Quanto somigliamo a Pietro sul Tabor che interviene sempre per avanzare proposte e  mettersi in mostra! La tentazione di Pietro è anche la nostra. 

Ci è difficile uscire dalle categorie del fare, dalla logica delle prestazioni e dell’utilità. Pietro non regge la rivelazione sul monte e vorrebbe trovare una via d’uscita. Pietro sfugge a quel Gesù che sta parlando del suo esodo, del suo morire, di quello che di lì a poco gli accadrà. Pietro pensa alla tenda! Non sapeva, infatti, quel che diceva!

La voce dal cielo chiede ai tre discepoli sul monte e a tutti noi di ascoltare Gesù e di smettere di fare cose che non hanno senso. Pietro fatica ad ascoltare e farà ancora più fatica nei giorni della passione quando non tarderà a rinnegare e tradire il Maestro.  Pietro vorrebbe bloccare Dio nello spazio di una sua tenda ma non ha capito che nel cammino della fede invece bisogna entrare nella tenda di Dio, così come ha scelto di manifestarsi.

Arriva il momento in cui gli stessi discepoli scoprono che non basta aver lasciato le barche e il padre. Non basta entrare una volta nel progetto di Dio: è necessario restarvi, senza la pretesa di sapere già quale strada percorrere. Pietro è afferrato dallo spavento. 

Mettersi nelle mani di Dio, tenere occhi e cuore sempre desti, accettare di lasciarsi sorprendere da lui non è facile. Ma è proprio ciò che ci chiede: lasciarci guidare da lui. Per Abramo la nascita di quel figlio insperato sembrava essere un punto di arrivo. E, ad un tratto, tutto è di nuovo messo in discussione. 

Abramo si fida e scopre che il monte della prova, dove tutto sembrava finire tragicamente, diventa il luogo della benedizione. Per Pietro, Giacomo e Giovanni, il Tabor doveva diventare la tappa definitiva, “Maestro, è bello per noi stare qui”. E invece c’è un altro monte dove tutto sembrerà finire  e, invece, è proprio sul monte Calvario  che Dio rivelerà tutta la grandezza del suo amore.

Perché allora è necessario che anche noi accompagniamo i discepoli sul monte della trasfigurazione. Per imparare che la solitudine, l’abbandono, il fallimento non sono per forza il segno di una vita sbagliata. 

Sul monte impariamo a riconoscere la presenza di Dio e le sue strade, soprattutto quando ci sembrano tanto distanti dalle nostre. Sul monte si impara anche la fedeltà a quello che Dio ci chiede anche se ci sbilancia e sembra mettere in discussione tutto.

Sul monte Abramo ha compreso che il voler bene a quel figlio passava attraverso il non venir meno alla fiducia in Dio. Su un altro monte, il Calvario, Gesù sceglierà la fedeltà al Padre e a tutti noi. Sul monte si impara che la fedeltà passa attraverso il silenzio e l’ascolto anche se a volte ci fanno soffrire. 

A parlare si rischia di dire cose insensate. L’ascolto è capacità di accogliere l’Altro che è Dio e lasciarsi guidare da lui.