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fr. Massimo Rossi Commento III Domenica di Quaresima

III Domenica di Quaresima (Anno B) (07/03/2021)

Vangelo: Gv 2,13-25

Come annunciato domenica scorsa, eccoci al primo scandalo, nel quale si trovò coinvolto Gesù,.

Il quarto Evangelista colloca agli inizi del suo ministero la purificazione del Tempio, conosciuta come cacciata dei mercanti dal Tempio.

Il Concilio Vaticano II sostiene la stessa tesi di Giovanni, e avvia la riforma della Chiesa cominciando proprio dalla liturgia. Il cuore della relazione tra l’uomo e Dio, il culto divino, rappresenta la sorgente della vita di fede, la fonte e il culmine della salvezza; dunque, per rinnovare l’identità cristiana e il secolo presente, è necessario partire da qui.

Il Tempio, per noi la Chiesa, è il luogo ove Dio si rivela, e l’uomo risponde a questa rivelazione, rendendo grazie, “eucaristizzando”.

“Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme…”: non era la prima volta che il Signore entrava nel Tempio della città di Davide. Ogni anno vi si recava, da quando aveva compiuto 12 anni, secondo quanto prescriveva la Legge di Mosè.

I giorni della Pasqua ebraica erano giorni di grande affollamento nella capitale della Provincia di Israele, e Roma rafforzava la presenza dei militari, onde sventare i focolai di rivolta che spesso scoppiavamo, in occasioni come questa, contro i rappresentanti dell’Impero.

L’affluenza straordinaria di pellegrini, favoriva anche il mercato del sacro. Era così da secoli, nessuno ci trovava nulla di strano. I pubblicani, i cambiavalute, tradizionalmente ritenuti i peggiori peccatori della società, a Pasqua vivevano il loro momento di gloria e facevano soldi a palate…

Ciò che scandalizza di questa situazione, a guardarla dall’esterno, è proprio la normalità del fenomeno, il fatto che andasse bene a tutti, o, quantomeno non suscitasse alcuna obbiezione, né da parte della gente, né da parte delle autorità religiose: questo gran giro di denaro non andava solo a ingrassare le casse dei negozianti – con tutto il rispetto per la categoria! -, ma rimpolpava anche il tesoro del tempio e le tasche dei sacerdoti, naturalmente.

Il proverbiale contrasto tra fede e ricchezza, che tuttavia convivono, sembra, con una certa disinvoltura, non è solo una triste verità dei giorni nostri…

Se tra le mura leonine – il Vaticano, per intenderci – il Terzo millennio si è aperto nel segno delle faide nella Curia romana, degli scandali finanziari e non solo, il Cinquecento non fu meno turbolento: la Chiesa del XVI secolo diede i natali al più illustre mecenate del Rinascimento, Papa Leone X, Al secolo, Giovanni, figlio di Lorenzo de’ Medici, il quale chiamò a Roma artisti eminenti come Raffaello, Michelangelo, Borromini, ad esaltare con i loro capolavori i fasti della Città eterna e della Chiesa. Ma, si sa, ogni medaglia ha il suo rovescio: architetti, scultori, pittori non lavoravano certo gratis… Le casse vaticane si svuotarono e il Pontefice si convinse ad intraprendere una spericolata quanto discutibile operazione – come definirla? – teologico/finanziaria, che, tra vendita di porpore cardinalizie e prestiti bancari, condusse la Chiesa sull’orlo del lastrico, e, come conseguenza, provocò lo scoppio dello scisma protestante.

La vicenda l’abbiamo appresa sui banchi di scuola, e di questo capitolo della storia della Chiesa, noto come commercio delle indulgenze, non andiamo certo fieri.

Non consola la constatazione che anche ai tempi di Gesù i capi religiosi e i banchieri concludessero affari d’oro. “Non potete servire due padroni, (…) Dio e mammona”, ebbe a dire il Signore (cfr.Mt 6,24).

Cambiamo discorso, va’, che è meglio!…o forse non lo cambiamo affatto: la pagina dell’Esodo che l’odierna liturgia affida alla nostra riflessione rappresenta uno dei “Decaloghi” di cui è disseminato l’Antico Testamento. Il dato che immediatamente salta all’occhio è il peso specifico del primo comandamento, di gran lunga superiore a quello degli altri; due terzi del brano sono dedicati all’imperativo: “Non avrai altri dèi di fronte a me!”, con tutto ciò che ne consegue.

Il monoteismo nasce qui. A differenza di tutte le fedi professate dai popoli che vivevano nel XIII sec. a.C. le tribù guidate da Mosè fuori dall’Egitto conobbero, attraverso il loro patriarca, la volontà di Dio, un Dio che verosimilmente non avevano conosciuto negli anni della loro prigionia in Egitto, vivendo a contatto con il popolo del Nilo e con il loro culto notoriamente politeistico…

Spicca l’introduzione del brano: “Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire dalla terra di Egitto, dalla condizione servile.”: questo è il motivo per il quale non avremo altri dèi di fronte al nostro Dio. In altre parole, la fede nasce come risposta ad un bene ricevuto, la liberazione dalla schiavitù. E la liberazione dalla schiavitù è proprio l’annuncio che Gesù proclama, citando la profezia di Isaia declinata in prima persona: “Lo Spirito del Signore è sopra i me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato (…) per proclamare ai prigionieri la liberazione; (…) per rimettere in libertà gli oppressi, a predicare un anno di grazia del Signore.” (Is.61; Lc 4,18ss).

Il concetto di liberazione da ogni forma di schiavitù è dunque l’elemento determinante che orienta la scelta di fede, una fede che non può e non deve conoscere compromessi, né sincretismi.

Quali sono le odierne schiavitù? quelle di sempre: l’attenzione va puntata sulle forme di idolatria, cioè di dipendenza dai beni materiali, e dalla ricchezza in genere; ecco che ritorna il tema iniziale del mercato correlato al culto, della commistione tra fede e denaro, o meglio, tra religione e denaro; che poi è commistione tra religione e potere: perché il denaro alimenta il potere, e l’economia condiziona la politica: lo si è visto in occasione delle elezioni che hanno portato al potere il penultimo Presidente degli Stati Uniti, ma anche l’ascesa politica di alcuni personaggi del quadro politico italiano degli ultimi 30 anni… Non è un caso che questi personaggi saliti al potere tenessero in alta considerazione le gerarchie ecclesiastiche e i principi morali di matrice cristiana.

Del resto, le tre tentazioni che Gesù dovette fronteggiare nel deserto riassumono tutti i poteri del mondo, legati a quanto pare a satana: il potere che deriva dal possesso di beni materiali, il potere politico/economico e il potere religioso.

Un ultimo aspetto meriterebbe un’attenzione e un approfondimento che non ci è dato di dedicare in questo momento: “Distruggete questo Tempio, e io lo farò risorgere in tre giorni!”; in estrema sintesi: Gesù se la prende con la corruzione del culto, perché il culto è legato a doppio nodo alla sua persona. Il nuovo culto in spirito e verità, come lo definisce Gesù, al cap.4 del Vangelo di Giovani, è Lui, è Cristo. E non si può ‘comprare’ Cristo… perché Cristo non è in vendita!

Il peccato più grave che potremmo commettere è credere di poterci comprare la salvezza, cioè Cristo, con le nostre offerte, con le nostre opere buone, con i nostri sacrifici,…

Ai tempi di Gesù, qualcuno lo commise, questo peccato grave, qualcuno tra i collaboratori più stretti del Signore,…e il suo nome era Giuda Iscariota. Ne parleremo fra 3 domeniche.

Fonte:https://www.qumran2.net/


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