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Paolo De Martino Commento Domenica delle Palme

Commento al vangelo di Domenica 28 marzo 2021

Siamo arrivati finalmente al cuore del cristianesimo: La passione e morte…del Dio vivente!
Quaranta giorni fa siamo partiti dal deserto e con il Maestro ci siamo lasciati guidare sul Tabor per ammirare la sua bellezza, alla spianata del tempio, nel colloquio con Nicodemo e in compagnia dei greci che chiedevano a Filippo di poter vedere Gesù.
Entriamo nella settimana, definita santa, perché è il centro della vita di un cristiano.
Faremo compagnia a Gesù, nelle sue ultime ore anche se la nostra vita continuerà a trascorrere regolarmente. Staremo in sua compagnia, minuto dopo minuto.
In questa settimana, immergiamoci in quest’atmosfera fatta di silenzio, paura, dolore e tradimenti. Saranno i giorni dell’angoscia di Gesù di Nazareth: gli uomini capiranno finalmente? Oppure il figlio di Dio resterà tra i tanti crocifissi anonimi della storia?
Gesù sceglie di morire. Gioca la sua ultima carta. La morte di Dio!
Allora fermiamoci e ammiriamo lo spettacolo della croce come lo chiama Luca, lo spettacolo dell’amore.
In questa domenica è raccontata una contraddizione.
La folla che accoglie Gesù in maniera trionfale, entusiasta, che grida “Osanna al figlio di Davide” impugnando dei ramoscelli d’ulivo è la stessa che qualche giorno dopo griderà “crocifiggilo”!
Perché oggi raccontiamo questa contraddizione? Perché la Passione è animata da contraddizioni. Racconteremo di Pietro che dice di essere disposto a dare la vita per il Signore, ma crollerà davanti alla domanda di una semplice serva. E i discepoli? Sono stati con lui notte e giorno per tre anni, ma nel momento più doloroso del maestro si addormentano o scappano. Per non parlare di Giuda…uno dei dodici.
Amici, quando leggiamo i racconti della passione non ci sono buoni e cattivi. Ci siamo noi, con le nostre luci e le nostre ombre. Siamo noi i discepoli che scegliamo di stare dalla sua parte ma che a volte, sul più bello, scappiamo, tradiamo, e magari d’accordo con il Pilato di turno crocifiggiamo Gesù fuori da Gerusalemme, cioè lo mettiamo fuori dalla nostra esistenza.
Solo se abbracciamo questa contraddizione possiamo vivere bene la Pasqua, perché la celebrazione della settimana Santa è la celebrazione di un grande fallimento, diventata poi una grande vittoria. Se accettiamo di essere contraddittori, falliti, allora possiamo dire da che parte vogliamo stare. Questa è stata a storia dei discepoli, perché questa è la storia di ogni discepolo!
Ci siamo accostati al racconto di Marco (il primo a scrivere un vangelo!) che conserva praticamente alla lettera il racconto primitivo della Passione, tanto amato dalla prima comunità di Gerusalemme. Era un racconto molto amato dai cristiani della prima generazione e veniva letto spesso nelle assemblee perché si voleva che i cristiani fossero posti di fronte alla contemplazione del vero volto di Dio rivelato sul Calvario, che è amore, solo amore.
Marco, a differenza degli altri evangelisti, mette in risalto le reazioni molto umane di Gesù di fronte alla morte che lo aspetta. Lo presenta spaventato, terrorizzato. Solo Marco nota che Gesù, nel giardino degli Ulivi, resosi conto che lo stavano cercando per metterlo a morte, dice “cominciò a sentire grande spavento e angoscia”.
Nel racconto di Marco, Gesù non dice una parola quando Giuda lo bacia e non reagisce quando uno dei presenti mette mano alla spada. Gesù non degna di una parola di riprovazione il gesto insensato: quel gesto è così lontano dai princìpi evangelici che non merita neppure di essere preso in considerazione.
Nel racconto della passione secondo Marco, Gesù sta sempre in silenzio. Alle autorità religiose che gli chiedono se egli sia il messia e a Pilato che vuole sapere se è re, risponde semplicemente: “Sì, lo sono” (Mc 14,62; 15,2). Poi basta.
Insomma, Marco ci presenta Gesù che non si ribella agli avvenimenti che non può impedire, accetta quasi passivamente quanto gli sta accadendo e, alla fine, conclude semplicemente dicendo: “Si compiano dunque le Scritture!”
In questo spettacolo, due personaggi sono descritti solo da Marco.
Il primo è quel giovane presente all’arresto, che “lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo”. Perché inserire questo dettaglio? Ma soprattutto chi è quel ragazzo? La tradizione lo ha identificato con lo stesso Marco, ma il dettaglio del lenzuolo (in greco “sindone”) è carico di profezia. Che cosa lascia questo giovane nelle mani delle guardie? La sindone! E’ l’immagine di ciò che sta accadendo a Gesù. Hanno catturato Gesù, ma cosa lascerà lui nelle mani delle guardie? Un lenzuolo non la sua persona.
Il secondo personaggio è il centurione. Tutto il Vangelo di Marco ruota attorno ad una domanda: Chi è Gesù? Ecco finalmente la risposta! Ma la professione di fede è sulle labbra di uno straniero, di un pagano, non su quelle di un discepolo: “davvero costui era figlio di Dio”.
La confessione del centurione dovrebbe essere il punto di arrivo della nostra fede. La vera fede comincia quando sappiamo riconoscere il Figlio di Dio nel volto crocifisso di Gesù.
Vi propongo due atteggiamenti in questa settimana santa:
Sediamoci e ammiriamo questo spettacolo dandoci del tempo. Nella settimana santa ci viene chiesto di fermarci e contemplare. In Quaresima siamo stati noi i protagonisti (preghiere, sacrifici, penitenze) in questa settimana il protagonista è Lui!
In Quaresima ci siamo chiesti cosa potevamo fare per Dio, in questa settimana contempliamo attoniti cosa Dio ha fatto per noi!
Mettiamoci da parte e ripercorriamo gli ultimi istanti della vita del Rabbì di Nazareth.
Proviamo a vedere se ci siamo nello spettacolo della Passione. Uno spettacolo è fatto di attori protagonisti, di comparse. Io credo che ci siamo tutti. Magari quest’anno qualcuno si riconoscerà negli apostoli paurosi, in Giuda o in Pietro, nel centurione, nelle donne sotto la croce… Fermiamoci a contemplare in silenzio e vedrete che ci siamo davvero tutti.
Un’ultima avvertenza: se a questa Settimana Santa ci avviciniamo per “capire”, ci scivolerà addosso inutilmente. Se desideriamo che incida sulla nostra esistenza, bisogna permettere che scriva sul nostro corpo. Siamo stati amati con il corpo, e con il corpo dobbiamo amare.
La bella notizia di questa Domenica? Ciascuno di noi, solo a partire dai propri fallimenti, può sperimentare la gioia della vittoria della vita sulla morte.

Fonte:https://paolodemartino.wordpress.com/


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