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Don Marco Ceccarelli Commento Domenica delle Palme “B”

Domenica delle Palme “B” – 28 Marzo 2021
I Lettura: Is 50,4-7
II Lettura: Fil 2,6-11
Vangelo: Mc 14,1-15,47

  1. La settimana santa ha inizio la domenica della palme «della passione del Signore» che unisce insieme il trionfo regale di Cristo e l’annunzio della passione. Nella celebrazione e nella catechesi di
    questo giorno venga messo in luce l’uno e l’altro aspetto del mistero pasquale (Congregazione per
    il culto divino, Preparazione e celebrazione delle feste pasquali, n. 28). I due aspetti presenti nella
    liturgia della Domenica delle Palme vanno dunque presentati entrambi anche, e soprattutto,
    nell’omelia, dato che essa non si deve omettere (ibid. n. 34), nonostante la lunga lettura della passione. Eppure tali aspetti non sembrano associarsi molto spontaneamente. Infatti, che ha a che fare il
    trionfo regale di Gesù con la sua morte ignominiosa sulla croce? Nondimeno Gesù è il re messianico che entra in Gerusalemme per essere intronizzato sulla croce come “il re dei giudei”. La domenica delle Palme è la festa della regalità di Cristo, una regalità che si compie morendo sulla croce. È
    sulla croce che Cristo regna, perché lì ha vinto il demonio, ha vinto la paura della morte, ha vinto
    l’attrattiva del mondo. Sulla croce Cristo regna sul demonio, sul peccato, sulla morte, sul mondo.
  2. La domanda chiave: cosa ha di speciale la passione di Cristo?
  • Partiamo da un dato evidente. I racconti della passione sono il cuore di ciascuno dei quattro vangeli, come se i vangeli stessi non fossero altro che il racconto della passione di Gesù preceduti da una
    ampia introduzione. Questa affermazione non è esagerata se pensiamo che senza dubbio l’interesse
    principale di tutti gli evangelisti va ai fatti della passione. Due interi capitoli per descrivere avvenimenti che coprono l’arco temporale di appena ventiquattro ore. Questo interesse per il racconto della passione riflette senza dubbio quello della primitiva comunità cristiana. La Chiesa delle origini ha
    considerato la passione di Cristo l’evento centrale della sua predicazione. Ciò non è per nulla scontato, dato che per gli apostoli – come in fondo anche per noi – la croce, e la morte in croce del loro
    maestro, rappresentava certamente qualcosa di estremamente scandaloso e vergognoso. Come mai
    allora non sorvolare un po’ sul racconto della passione e dare magari più spazio agli episodi che descrivono Gesù risorto? Il cambio di prospettiva mostrato dagli apostoli nei confronti della croce,
    dopo che ne erano rimasti profondamente scandalizzati, non si spiega senza una enorme illuminazione che essi devono avere ricevuto (la Pentecoste) e che possiamo riscontrare anche
    nell’esperienza di S. Paolo (cfr. 1Cor 1,18-25). Questa illuminazione ha fatto sì che essi ricevessero
    la “sapienza della croce” per capire come Dio si era manifestato attraverso la passione del suo servo
    Gesù. Ma cosa hanno capito gli apostoli della passione di Cristo? Che cosa lo Spirito Santo ha mostrato loro riguardo quest’uomo crocifisso? In altre parole: che cosa ha di speciale la croce di Cristo?
  • Dio non ha risuscitato uno qualsiasi, ma proprio “quel Gesù che voi avete crocifisso”, come appare nella primitiva predicazione apostolica (At 2,23-24.36; 3,14-15; 4,10; 5,30; 10,39-40; 13,28-30).
    Ciò significa che Cristo non è semplicemente uno dei tanti crocifissi della storia dell’umanità; se
    Dio ha risuscitato proprio questo crocifisso (e non un altro!) ciò significa che la passione di Gesù ha
    qualcosa di speciale. Poniamoci seriamente la domanda: come mai Dio ha risuscitato proprio Gesù
    e non un altro? La domanda può sembrare bizzarra e ridicola. A noi ci verrebbe subito da rispondere: ma è ovvio, egli era Dio; e questo è senz’altro vero. Tuttavia ciò che rende speciale la croce di
    Cristo non è soltanto il fatto che egli era Dio. Egli era anche veramente uomo e in quanto veramente
    uomo egli ha compiuto la missione che il Padre gli ha dato morendo in croce. La sua passione è stata una vera passione, di un uomo che ha sofferto veramente (la fede cattolica ha sempre condannato
    chi sosteneva che “nella passione della croce era Dio a soffrire, e non la carne con l’anima che il Figlio di Dio Cristo aveva rivestito” [Sinodo di Roma, anno 382]). Ciò significa che anche per quanto
    riguarda l’uomo Gesù la sua croce ha qualcosa di speciale. Questo è quanto i racconti della passione
    vogliono trasmetterci e spiegarci.
  • Se tutti gli evangelisti descrivono dettagliatamente la passione di Cristo è perché hanno capito che
    in essa si realizza qualcosa di speciale, di unico. Ciò che ha di unico il mistero pasquale non è soltanto il finale glorioso, ma anche il modo con cui si è svolta la stessa passione. La chiave alla passione di Cristo va trovata in quella figura misteriosa del “Servo di Jahvè” descritta in quattro passi
    del libro di Isaia (42,1-7; 49,1-9; 50,4-11; 52,13-53,12). Prendiamo per esempio la prima lettura di
    oggi: Is 50,4-7. È il Servo stesso che parla. Il contesto sembra essere quello di un’aula di tribunale.
    Egli è accusato falsamente di qualcosa di cui è invece innocente. Non solo; ma riceve anche vessazioni e tormenti fisici. La cosa che più colpisce però è la volontaria arrendevolezza del Servo. Egli
    subisce tutto questo non malgrado lui, ma offrendosi spontaneamente ai maltrattamenti. Quando nel
    v. 5 egli dice: “Non mi sono ribellato, non mi sono tirato indietro” questo può avere un doppio significato. Da un lato egli non si è ribellato alla volontà di Dio, ma ha obbedito fino in fondo;
    dall’altro egli non si è ribellato al male che ha ricevuto. Egli stesso ha offerto il dorso e la guancia
    alle violenze dei suoi avversari; non ha nascosto il volto agli insulti e agli sputi. Ciò significa che
    avrebbe potuto farlo, che avrebbe potuto evitare tali sofferenze, ma non lo ha fatto. Perché? Il motivo si capisce leggendo il quarto canto del Servo (Is 52,13-53,12). Lui si sottopone volontariamente
    alla passione e alla morte per caricarsi dei peccati del popolo. Applichiamo questo alla passione di
    Cristo.
  • Ciò che ha di speciale la croce di Cristo è il fatto che egli nella sua passione e morte incarna perfettamente la figura del Servo di Jahvè, quanto di lui era stato profeticamente annunciato in relazione alla salvezza dei “molti”. Gesù stesso prima di andare incontro alla sua passione rivela ai discepoli questa realtà, facendo riferimento esplicito alla figura del Servo (Lc 22,37; Mt 26,52-56). Pur
    sapendo che lo stanno per arrestare, pur conoscendo ciò a cui andrà incontro, pur avendo pieno potere di sfuggire a quella sorte, egli si consegna volontariamente alla morte, senza difendersi, esattamente come descritto per il Servo che in tal modo doveva caricarsi dei peccati del popolo e dei molti perché essi fossero salvati. Gesù rinuncia a difendersi, sia nel momento dell’arresto, sia in seguito
    davanti alle accuse e alla condanna a morte. La sua passione non è una disgraziata conclusione della
    sua attività di profeta; egli non è semplicemente uno dei tanti innocenti vittime della malvagità
    umana. Chiunque di quelle vittime avrebbe volentieri evitato la fine che ha fatto se solo avesse potuto. Cristo no.
  • Il punto chiave della passione di Gesù, la sua “specialità”, è che egli non si difende davanti al male, ma si offre spontaneamente per subirlo. L’atteggiamento di autodifesa tipico di ogni essere umano, esprime da un lato l’istinto di sopravvivenza e dall’altro quella paura della morte da cui tutti
    siamo dominati. Nella istintiva reazione di fronte ad ogni situazione che sentiamo come un pericolo
    si manifesta chiaramente la nostra schiavitù alla paura della morte. La rinuncia a difendersi da parte
    di Cristo esprime al contrario il suo dominio su questa paura. Cristo vince la morte nel momento in
    cui volontariamente rinuncia a salvare la propria vita per offrirla sulla croce in favore di tutti. Questa vittoria sulla morte avrà il suo compimento, il suo trionfo definitivo, nella sua risurrezione e nel
    non essere soggetto alla corruzione in eterno. Per questo, Dio ha risuscitato proprio questo crocifisso, e gli ha dato potere eterno sulla morte. Chi crede in lui riceve la sua stessa vita. Come dice la
    1Pt, avendo egli portato nel suo corpo i nostri peccati sulla croce, ora noi possiamo vivere per la
    giustizia (2,24), cioè possiamo essere santi. Grazie alle sue piaghe siamo stati guariti (1Pt 2,25) dalla vera malattia di cui l’uomo ha bisogno di essere liberato, quella del peccato.

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/


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