don Marco Pozza”Il Diomendicante e il frutto della Passione”

Domenica delle Palme

Una settimana alla moviola: siamo giunti ai titoli di coda della vita di Cristo. Val bene seguirlo, dunque, passo-passo: rivederlo ancora una volta in volto, avvicinarglisi per cogliere un moto del cuore, ripercorrerne i passi per imparare la strada. Siamo alle fasi finali della più grande guerra mondiale mai combattuta finora, mai più combattuta d’allora: Cristo contro Satàn. Ambedue, a fari spenti, han deciso come viverla: Cristo, costi quel che costi, inseguirà la sua passione; Satàn, spossato ma non vinto, tenterà d’andare in pensione: “Me la merito, dopo una vita passata a combatterlo” mugugna tra sé, sognando con gli occhi aperti un colpo mortale da sferrare all’Avversario. Entrambi concordano: “Non c’è più tempo da perdere!” Tutto chiaro: l’amore può aspettare una vita, la passione non aspetta un secondo. “Preferisco morire di passione che di noia” fu la confidenza di Van Gogh. Cristo, da parte sua, sottoscrisse senza confidarlo.
Oggi Gerusalemme è in festa. E’ pericolosa una città in festa: quand’è drogata non ragiona, ha la testa altrove, le va bene tutto e il suo contrario pur di festeggiare. È l’inganno delle città festaiole: un ammasso di gente «dove le persone si sentono sole tutte insieme» (H. Prochnov). Questa, mentre il Cristo entra a bordo di un puledro, figlio d’asina, è l’identità della Santa Gerusalemme: è una donna che consente di vedere senza essere visti. E di essere visti senza vedere. Ci sono tutti: gli attori e i protagonisti, i fedeli e gli infedeli, il ciarpame e la porcellana. Angeli e maiali, Caifa e la Madonna. A Gerusalemme, per quando passa Cristo, si sono dati appuntamento proprio tutti, non manca più nessuno. E tutti, oggi, pronti ad applaudirlo: Benedetto colui che viene nel nome del Signore: Osanna!Rami d’ulivo, petali di rosa canina, tappeti rossi, le vesciche alle mani a furia di batterle. Cristo, Mendicante solitario, attraversa la piazza gigante, i vicoli stretti, costeggia le finestre aperte: “Ci sono applausi – è il suo retropensiero – che bisognerebbe lavarsi le mani dopo averli fatti”. Lui sa bene che, domattina, quegli Osanna diventeranno Buuu!: che i leccapiedi l’hanno già venduto nel cuore, che questa festa non è altro che il narcotico d’una città in preda al delirio. “Sono più di trent’anni che non organizzano feste a mio Figlio – è Maria, da dietro il cornicione, a ragionare così -: figurarsi se questa festa non ha un suo secondo fine”. Tace, però: tutto deve accadere. Lei lascerà che accada, non accadrà mai che Ella sia d’intralcio. Figuriamoci!
Venerdì prossimo, sul Golgota, l’attaccheranno al palo della Croce: “Un delitto passionale” è l’epigrafe funebre che appenderanno in città. “Per passione, però, non si toglie la vita, la si dona” insegnava, in tempi non sospetti, Diomendicante. Tace, però: anche Lui, esattamente come la Madre, tace. Silenzio elettorale da parte sua: adesso – dopo aver esposto il programma per rendere l’uomo più uomo d’assomigliare a Dio – non dovrà fare altro che accettare il responso delle urne. E le urne, lo si sa, sono ballerine, come o più dei cuori. Pazienza, Lui è pittore: se il mondo non s’è accorto, pazienza. Oppure se ne accorto così tanto che, causa l’invidia, ha sottaciuto: perchè «uno può avere un focolare ardente nell’anima e tuttavia nessuno viene mai a sedervisi accanto. I passanti vedono solo un filo di fumo che si alza dal camino e continuano la loro strada» (V. van Gogh). Sbadati che non sono altro!
Attraversa tutta la città, a testa alta, fedele fino alla fine alla sua missione: è appassionandosi che si vive e si vibra, tutto il resto è un arrancare stanchi. Lui è appassionato, Gerusalemme arranca vestendosi da centometrista. E’ (quasi) tutta finta, ha il mascara addosso, senza trucco avrebbe delle occhiaie spaventose, sguardi da spavento. Il Figlio di Dio, ricercando l’impossibile (che solo a Lui è possibile, disse l’angelo a Maria nell’annuncio di Nazareth), fa la sua consacrazione alla passione. Nel doppio significato: “E’ appassionato quest’Uomo” dice chi lo guarda seriamente. “Che sofferenza vivere così l’amore per l’uomo” recitano altri. Una doppia passione, insomma: l’amore e il sangue, la vita e la morte, carezze e picconate. Tutto vissuto alla moviola: in sette giorni si decide il destino dell’umanità. Cristo va piano, perchè vuol andare lontano. Ma, ancor più, vuol che questa sia una parola detta una volta per tutte. L’ultima parola, quella definitiva: o la và, o la spacca.

Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Àzzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturare Gesù con un inganno per farlo morire. Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo». 
Gesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo? Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei.
Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me. I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me. Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto». (Leggi il Vangelo della Passione secondo l’evangelista Marco)