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Don Marco Ceccarelli Commento II Domenica di Pasqua “B”

II Pasqua “B” – 11 Aprile 2021
I Lettura: At 4,32-35
II Lettura: 1Gv 5,1-6
Vangelo: Gv 20,19-31
Testi di riferimento: Gen 2,7; Sap 16,13-14; Is 53,5; Ez 37,9; Zc 12,10; Mt 14,33; 16,19; 18,18;
28,19-20; Mc 16,15; Lc 1,45; 24,25.36-41.47-49.52; Gv 7,13; 14,16.27; 15,26; 16,5-7.19-22.33;
17,18; 19,37-38; At 1,8; 2,38; 10,40-41; 20,7; 1Cor 5,4-5; 15,5.45; 16,2; 2Cor 5,7.16; Gal 3,2; Ef
2,14.17; 1Tm 1,20; 1Gv 1,1-3; 5,6; 1Pt 1,8; 3,19; 4,6; Ap 1,7

  1. “Quel giorno”. Il brano di Vangelo odierno è uno dei più importanti di tutto il Nuovo Testamento. Descrive due apparizioni di Gesù che avvengono in due giorni diversi, ma che sono entrambi il
    primo della settimana (v. 19). In questo giorno, lo stesso giorno in cui il corpo di Gesù non si è più
    trovato nel sepolcro (20,1), Cristo appare vivo agli apostoli. Questa apparizione è il fondamento
    della fede cristiana. Gli apostoli saranno i testimoni della risurrezione; ma sulla base di che cosa se
    essi non hanno visto Gesù risorgere? In base appunto a questa apparizione di Gesù “in mezzo a loro” (v. 19). Questa è l’esperienza della Pasqua. È l’incontro con Gesù risorto. Gesù era “scomparso”, non lo trovavano nemmeno nel sepolcro. E ciò realizzava quanto egli aveva detto in precedenza
    agli apostoli (Gv 16,16), vale a dire che egli sarebbe scomparso dal mondo e loro sarebbero stati
    pieni di tristezza (16,19-20). Però egli sarebbe riapparso ed essi sarebbero stati pieni di gioia, una
    gioia che nessuno può togliere (16,22). Ciò si compie nel momento dell’apparizione di Gesù in
    mezzo a loro. Gesù si mostra vivo, dopo essere morto. Questo farsi presente di Gesù in persona è il
    fattore decisivo. Si tratta di una presenza vera, reale; non è una specie di evocazione, di ricordo. Se
    fosse così non ci sarebbe alcuna gioia perché il ricordo di persone care che non ci sono più accentua
    ulteriormente la realtà dell’assenza. Gesù è veramente presente, anche nel momento in cui non è visibile con gli occhi. È come nell’episodio dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35): essi sono pieni di
    gioia quando Gesù non è più visibile. Questa “visione” di Cristo vivo è il fattore decisivo della nostra fede. Noi possiamo pensare che dobbiamo credere che Gesù è vivo per il fatto che egli è risorto.
    Ma è piuttosto il contrario. Si crede che Cristo è risorto perché lo si è visto vivo, benché fosse morto. Nessuno ha visto Gesù risuscitare, nemmeno gli apostoli. Ma essi lo hanno visto vivo – realmente vivo, non un fantasma – dopo la sua morte. Questa è la prova che egli è risorto. E non solo. Il fatto che egli continui a farsi presente nel corso del tempo significa che ormai la morte non ha più potere su di lui. È questa presenza di Cristo in mezzo a noi il fondamento della nostra fede.
  2. “Pace a voi”. Quello che Gesù dice – ben tre volte in questo brano – ovviamente non è soltanto
    un saluto. Gesù dà lo shalom messianico. Shalom indica la totalità del bene. È la pienezza, la totalità dei beni messianici che viene offerto agli apostoli. E il bene per l’uomo è innanzitutto la possibilità di essere liberato dai propri peccati. Gesù offre il perdono dei peccati che ha ottenuto con la sua
    morte in croce e di cui i primi beneficiari sono quelle stesse persone che lo avevano abbandonato.
    Gesù ricomincia con gli stessi, ed essi ricominciano con l’esperienza del perdono. Questo perdono
    dovranno poi portarlo agli uomini. La pace che Gesù dà non è la pace del mondo (14,27), perché la
    pace del mondo non dura. Il benessere, la gioia che offre il mondo è assolutamente effimera, inconsistente. La pace di Cristo è quella gioia che nessuno può togliere (16,22), quella pace profonda che
    rimane in mezzo a qualsiasi tribolazione (cfr. 2Cor 7,4).
  3. “Mostrò loro le mani e il costato”. Questo gesto è importantissimo perché lega indissolubilmente
    la risurrezione all’evento della croce. Innanzitutto egli è veramente il Gesù che quegli uomini hanno
    seguito dalla Galilea e che hanno visto morire in croce, non qualcun altro. In secondo luogo quelle
    piaghe, sono un marchio indelebile di ciò che lui ha compiuto; sono il segno dell’amore eterno che
    Dio ha per noi. Il Gesù che appare non è soltanto il Risorto, ma il morto-e-risorto. Questo può sembrare bizzarro, ma è invece un aspetto essenziale. Gesù porta in eterno i segni del suo sacrificio in
    croce, della sua morte per i nostri peccati, dell’agnello sgozzato che si è caricato del peccato del
    mondo. Gesù è, e rimane eternamente, “il trafitto”, secondo quanto era stato profetizzato in s 53,5 e
    Zc 12,10. Egli invita i suo discepoli a guardare quelle trafitture perché occorre guardarle, occorre
    guardarle con fede, riconoscendo nel trafitto colui che è stato ucciso per il nostro “shalom” e che
    continua a rimanere vivo per sempre. Quelle piaghe sono il marchio della sua conquista, della sua
    vittoria sulla morte. La morte di Gesù, la sua passione, il suo sacrificio sulla croce, non sono dimenticati a causa del positivo esito della risurrezione. Quello che è avvenuto prima della risurrezione
    continua nella sua validità e nei suoi effetti. In ogni eucarestia celebriamo il sacrificio di Cristo e
    «ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo di questo calice noi annunciamo la sua morte»
    (1Cor 11,26). Quel Cristo che è in mezzo a noi ogni volta che celebriamo l’eucarestia continua, in
    forma sacramentale, ad offrirsi sul calvario per la nostra salvezza; e noi, comunicando a tale sacrificio, ne riceviamo i frutti. In terzo luogo quei segni rimandano all’annuncio dell’effusione dello Spirito prefigurato nel colpo di lancia sulla croce. Mentre Luca dice che Gesù mostrò le mani e i piedi
    (24,40), Gv dice “mani e costato”. Il costato è quello trafitto dalla lancia e da cui erano usciti sangue ed acqua (Gv 19,34). Grazie al dono della vita di Cristo ci è dato accesso allo Spirito Santo e al
    perdono dei peccati. Per questo ora i discepoli possono riceverlo e con Esso rimettere i peccati degli
    uomini.
  4. L’effusione dello Spirito. La “scomparsa” di Cristo dal sepolcro, che prelude alla sua scomparsa
    fisica a partire dal giorno dell’ascensione, è legata da un lato al ritorno al Padre, e dall’altro al dono
    dello Spirito. Gesù aveva detto: «Se non me ne vado il Paraclito non verrà a voi. Ma quando me ne
    sarò andato lo manderò a voi» (Gv 16,5-7). Apparendo in mezzo ai suoi, dopo che era scomparso
    dal sepolcro, Gesù dona lo Spirito, compimento del mistero pasquale. D’ora in poi egli sarà presente
    in mezzo ai suoi, e nei suoi, attraverso lo Spirito. E lo Spirito conferisce il potere di rimettere i peccati. All’inizio del suo ministero Gesù era stato indicato come l’agnello di Dio che toglie i peccati
    del mondo (1,29); egli stesso dirà di essere venuto a liberare dalla schiavitù del peccato (8,34-36).
    Egli ha compiuto ciò con la sua morte in croce, quando come agnello pasquale versa il suo sangue
    per la remissione dei peccati. Ora egli lascia questo potere alla Chiesa; o meglio, continua egli stesso ad esercitare questa liberazione dal peccato attraverso gli apostoli. La presenza di Cristo nella
    Chiesa attraverso il suo Spirito fa sì che negli apostoli si faccia presente il potere di liberare gli uomini dalla schiavitù del peccato. Ai discepoli Gesù affida la stessa missione che ha ricevuto dal Padre (20,21); la loro opera sarà una continuazione della sua. Gesù aveva detto che davanti a lui si
    opera un giudizio, un “discernimento”, fra chi è cieco e chi crede di vedere (9,39-41). Anche davanti alla presenza di Cristo nella Chiesa si opererà lo stesso giudizio. Chi riconoscerà di essere cieco,
    cioè nella tenebra, cioè peccatore, riceverà la luce, la remissione dei peccati; per chi invece crede di
    vedere, il peccato rimane. La liberazione dal peccato è possibile solo attraverso la Chiesa.
  5. Otto giorni dopo. Gesù è apparso il primo giorno della settimana, e riappare dopo otto giorni, vale a dire di nuovo il primo giorno della settimana. Qui abbiamo il fondamento della domenica. La
    Pasqua di Cristo non è soltanto quella in cui lui è risorto, ma continua a realizzarsi ogni settimana, il
    primo giorno dopo il sabato, in cui Gesù continua a farsi presente in mezzo a suoi. Pasqua è il giorno in cui Cristo appare e sta con i suoi. Questo è il punto chiave. Anche se gli apostoli erano ebrei e
    celebravano il sabato, da questo momento, in forza di questa ripetuta apparizione di Gesù, essi cominceranno a riunirsi in quello che per loro e tutta la Chiesa diventerà il “giorno del Signore”.
  6. La fede e la vita in Cristo risorto. L’evangelista Giovanni alla fine del brano odierno ci dice che
    egli ha scritto “questi segni” per suscitare la fede in Gesù, e avere quindi la vita nel suo nome. Lo
    scopo di tutto è avere la vita, quella vita nuova, eterna, che Gesù vuole dare agli uomini e che è lo
    scopo della sua missione sulla terra. Qual è adesso il segno vedendo il quale gli uomini possono
    giungere alla fede in Cristo ed avere la vita? È la Chiesa. Cristo rimane presente nella Chiesa e lo si
    può vedere, ascoltare, toccare con mano, e credere in lui. Gli uomini potranno credere in Cristo e
    ottenere la vita in lui credendo alla testimonianza di coloro che lo hanno visto risorto. Per questo
    anche se Tommaso viene invitato a toccare il costato di Gesù, tuttavia viene rimproverato per non
    avere creduto. In 1Gv 1,1-4 si dice che la vita che essi hanno visto e toccato con mano la annunziano perché anche i loro ascoltatori abbiano comunione con loro, cioè partecipino della stessa esperienza. Tommaso dunque rappresenta tutti coloro che d’ora in poi saranno chiamati a credere alla
    testimonianza di quelli che hanno incontrato Cristo, che lo hanno visto presente in mezzo a loro.
  7. Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/

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