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Mons.Francesco Follo Lectio”Il Pastore bello che offre la vita”

Il Pastore bello che offre la vita.

Il Pastore bello1 che offre la vita.

IV Domenica di Pasqua – Anno B – 25 aprile 2021

Rito Romano

At 4,8-12; Sal 117; 1 Gv 3,1-2; Gv 10,11-18

Rito Ambrosiano

At 20,7-12; Sal 29; 1Tim 4,22-16; Gv 10,27-30

Premessa

Il Vangelo, che la Liturgia di questa domenica propone, è soltanto una parte del grande discorso di Gesù sui pastori. In questo brano il Signore ci dice tre cose sul vero pastore: lui dà la propria vita per le pecore; le conosce ed esse lo conoscono; sta a servizio dell’unità. Nel paragrafo 1 di questa meditazione proporrò alcune brevi riflessioni su queste tre caratteristiche essenziali dell’essere pastori, qui è utile ricordare la parte precedente del discorso sui pastori nella quale Gesù, prima di designarsi come Pastore, dice sorprendentemente: “Io sono la porta” (Gv 10, 7). È attraverso di Lui che si deve entrare nel servizio di pastore. Gesù mette in risalto molto chiaramente questa condizione di fondo affermando: “Chi … sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante” (Gv 10, 1). La parola “sale” evoca l’immagine di qualcuno che si arrampica sul recinto per giungere, scavalcando, là dove legittimamente non potrebbe arrivare. “Salire” – si può qui vedere anche l’immagine del carrierismo, del tentativo di arrivare “in alto”, di procurarsi una posizione mediante la Chiesa: servirsi della Chiesa, non servirLa. È l’immagine dell’uomo che, attraverso il sacerdozio, vuole farsi importante, diventare un personaggio; l’immagine di colui che ha di mira la propria esaltazione e non l’umile servizio di Gesù Cristo. Ma l’unica “salita” legittima verso il ministero del pastore è la croce. Cristo è la porta e la croce ne è la chiave.

1) Cristo, Pastore buono e Uomo nuovo.

In ogni persona umana c’è il desiderio di sconfiggere la morte e di vivere per sempre. Il Cristo risorto si pone come risposta vera e concreta a questo desiderio e il brano del Vangelo Gv 10, 11 – 18) di oggi ci insegna che se vogliamo la vita dobbiamo seguire il Pastore buono, che è Vita e che la dona incessantemente.

Infatti, in questo brano, Gesù stesso non solo spiega il significato dell’immagine del buon pastore, descrivendone l’identità (vv. 11-13) e la conoscenza esistente tra il pastore e il suo gregge (vv. 13-16), ma soprattutto sottolineando il gesto più bello: il dono della vita. Per cinque volte (Gv 10, 11.15.17.18) Gesù rivela di essere il Pastore per eccellenza mediante il dono della vita, che è offerta completamente.

Con l’espressione “donare la vita” Gesù non intende solamente la sua morte in Croce per noi, anche perché se il Pastore muore le pecore sono abbandonate e il lupo rapisce, uccide, vince. Dare la vita va inteso, in primo luogo, nel senso della vite che dà linfa ai tralci; del grembo di donna che dà vita al bambino; dell’acqua che dà vita alla steppa arida. Un dono di vita per noi, che Cristo ama al punto tale da sacrificare la vita sulla croce.

Dunque quando Cristo afferma: “Offro la vita” significa: “Vi do il mio modo di essere e di amare”. Quindi ci propone un modello di “uomo nuovo” che non è frutto di un’astrazione: è lui stesso, il Figlio che si sa amato dal Padre, che ama i fratelli e propone questa libertà di amare e di servire. Gli altri – dice Gesù – sono semplicemente ladri e briganti, prendono la vita delle pecore, non la danno a loro.

Il pastore buono è il pastore che ama. L’uomo buono è l’uomo che ama, imitando il buon Pastore.

Definendo se stesso come “buon pastore” e chiedendo di seguirlo, Gesù indica un modello di uomo nuovo che, da una parte, è disarmante e disarmato, dall’altro è pieno di coraggio perché affronta i lupi e la croce. Gesù è il pastore bello (che in greco si dice “kalòs” e che è stato tradotto con “buono”), perché la bellezza di Lui pastore è il fascino che hanno la sua bontà e il suo coraggio.

Con quale bellezza Cristo ci attrae? Con che cosa ci avvince il pastore bello, come ci fa suoi? Con un verbo ripetuto cinque volte: io dono la mia vita. Gesù ci offre questo scambio: “la mia vita per la tua”. Il Dio incarnato è attraente e Sant’Agostino spiega “Se il poeta ha potuto dire [cita Virgilio, Ecl. 2 ]: ‘Ciascuno è attratto dal suo piacere, non dalla necessità ma dal piacere, non dalla costrizione ma dal diletto; a maggior ragione possiamo dire che si sente attratto da Cristo l’uomo che trova il suo diletto nella verità, nella beatitudine, nella giustizia, nella vita eterna, in tutto ciò, insomma, che è Cristo”. Sempre Sant’’Agostino riguardo alla bellezza di Gesù Cristo scrive: “Perché anche nella croce aveva bellezza? Perché la follia di Dio è più sapiente degli uomini; e la debolezza di Dio è più forte degli uomini (Cor 1,23-25) […] Bello è Dio, Verbo presso Dio; bello nel seno della Vergine, dove non perdette la divinità e assunse l’umanità; bello il Verbo nato fanciullo […]. È bello dunque in cielo, bello in terra; bello nel seno, bello nelle braccia dei genitori: bello nei miracoli, bello nei supplizi; bello nell’invitare alla vita e bello nel riprenderla, bello nel non curarsi della morte, bello nell’abbandonare la vita e nel riprenderla; bello sulla croce, bello nel sepolcro, bello nel cielo […]. Suprema e vera bellezza è la giustizia; non lo vedrai bello, se lo considererai ingiusto; se ovunque è giusto, ovunque è bello. Venga a noi per farsi contemplare dagli occhi dello spirito”.

2) La vocazione è dono per condividere.

Gesù Cristo ha ricevuto dal Padre questo comando di “donare”, che fa la vita bella e lieta: il dono fa la vita lieta perché “c’è più gioia nel dare che nel ricevere” e perché con il dono non si è mai soli, si vive nell’esperienza gioiosa della condivisione e della comunione.

Ma il buon Pastore, che è bello e coraggioso, non ha semplicemente un ordine da eseguire ha un movente: l’amore del Padre e per noi. Questa carità è ciò che lo muove. Per Lui ogni essere umano è importante e per ciò dà la sua vita. Agli apostoli che sulla barca sballottata dal mare in tempesta Gli gridano: “Signore, non ti importa che moriamo?” il Signore risponde placando il mare, sgridando il vento, per dire: “Sì, mi importa di voi, mi importa la vostra vita, voi siete importanti per me”. In un certo senso, ripete a ciascuno noi: “Mi importano i passeri del cielo, ma tu vali più di molti passeri. Mi importano i gigli del campo, ma tu sei molto di più. Ti ho contato i capelli in capo, e tutta la paura che porti in cuore. Questa è la certezza: a Dio importa di me. A questo ci aggrappiamo, anche quando non capiamo, soffrendo per l’assenza di Dio, turbati per il suo silenzio. Questo comandamento ho appreso dal Padre: la vita è dono. Per stare bene l’uomo deve dare. Perché così fa Dio. Il pastore non può stare bene finché non sta bene ogni sua pecora.

La vocazione è a vivere Cristo e diventare come Lui dono. Per salvare gli uomini e per insegnare loro il vero amore, il Figlio Dio si è “abbassato” fino a loro, e proprio in questo “abbassamento” ha offerto l’agape, cioè l’amore non possessivo ma “donativo”.

E’ bello dire di sì a Dio che chiama. E vero che da una parte occorre rinunciare a se stesi e darGli tutto, ma se ne riceve in cambio la vita eterna e cento volte tanto di tutto quello che si è lasciato per seguire Lui, il Signore.

La vocazione è un esodo, come ha recentemente ricordato Papa Francesco, da se stessi verso Dio in compagnia dei nostri fratelli e sorelle in umanità. Alla radice di ogni vocazione cristiana – spiega il Papa – c’è proprio l’uscita “dalla comodità e rigidità del proprio io per centrare la nostra vita in Gesù Cristo”. Un’uscita che non rappresenta però “un disprezzo della propria vita del proprio sentire e della propria umanità”, anzi. La vocazione – spiega Papa Francesco citando l’enciclica “Deus Caritas est” di Benedetto XVI – è una chiamata d’amore che attrae e rimanda oltre sé stessi, innescando “un esodo permanente dall’io chiuso in sé stesso verso la sua liberazione nel dono di sé”.

Con l’offerta totale di se stesse, le Vergini consacrate nel mondo si abbandonano totalmente nel cuore di Cristo, loro Sposo, e testimoniano questo amore “oblativo”. Esse mostrano in modo particolare che il dono ricevuto diventa un dono offerto per la lode a Dio e la salvezza del mondo. Come lo ricorda il RCV: “La verginità consacrata manifesta più compiutamente l’amore verginale di Cristo per la Chiesa sua Sposa e la fecondità soprannaturale di questo spirituale unione”. Perché una vita non donata è arida, una vita donata è feconda di bene.

Infine è importante ricordare che questa vita donata nella spiritualità delle vergini consacrate nell’Ordo Virginum ha tratti caratteristici specifici. Questi tratti sono collegati almeno a tre immagini che la tradizione ha utilizzato per delineare la figura spirituale delle vergini consacrate e che il Rito di consacrazione tratteggia sul modello della Chiesa sposa, sorella e madre.

La figura della sposa rappresenta l’esperienza dell’unione intima e indissolubile con Cristo. La figura della sorella raccomanda l’impegno della condivisione con cui le vergini consacrate si pongono all’interno del contesto ecclesiale e sociale; la figura della madre allude alla fecondità della consacrazione che trova in Maria un’icona splendida e illuminante.

1 Nel Vangelo di oggi, Gesù si definisce per la prima volta in modo esplicito come il “buon pastore”. Il termine «buono» (così è tradotto l’aggettivo greco kalos, che vuol dire bello) è inteso nel senso di “generoso, ideale, genuino, vero”: egli è il pastore ideale annunziato nelle Scritture. Questo appellativo gli compete perché egli “(de)pone la vita per le sue pecore”. L’espressione viene ripetuta con qualche variazione ben cinque volte nel brano (Gv 10, 11.15.17.18). Il verbo “(de)porre” (tithêmi) è usato nel senso di offrire in modo consapevole e libero. Gesù (de)pone/(es)pone la vita ‘per’ (hyper) le sue pecore. Questa frase richiama Mc 10,45 dove si dice che Gesù dà “la sua vita come riscatto ‘per’ (anti) molti”. Ma, mentre la preposizione hyper, usata da Giovanni, significa espressamente «in favore di», in Marco l’uso di anti (al posto di) dà adito all’idea di sostituzione, anche se nel greco ellenistico una distinzione netta tra preposizioni simili era scomparsa: in pratica le due espressioni si equivalgono. Inoltre il testo greco usa la parola “psyche”, che è tradotta con “vita”, ma letteralmente vuol dire “anima”. L’espressione “dare l’anima” esiste anche nelle lingue moderne. Quindi si può legittimamente intendere l’espressione: “dare la vita” :

  1. come offerta di sé, 2. come mettere al mondo, e 3. come dare la vita eterna, perché spirituale e non solo materiale

Lettura Patristica

Clemente di Alessandria,

da il Paedagogus, 83, 2 – 84, 3

Gesù, il Logos salvatore, pastore, pedagogo

       Le persone in buona salute non hanno bisogno del medico (Mt 9,12e parall.), almeno finché stanno bene; i malati al contrario richiedono la sua arte. Allo stesso modo, noi che in questa vita siamo malati di desideri riprovevoli, di intemperanze biasimevoli, di tutte le altre infiammazioni delle nostre passioni, abbiamo bisogno del Salvatore. Egli ci applica dolci medicamenti, ma del pari amari rimedi: le radici amare del timore bloccano le ulcere dei peccati. Ecco perché il timore, anche se amaro, è salutare.

       Dunque noi, i malati, abbiamo bisogno del Salvatore; gli smarriti, di colui che ci guiderà; i ciechi, di colui che ci darà la vista; gli assetati, della sorgente di acqua viva, e coloro che ne berranno non avranno più sete (cf. – Jn 4,14); i morti, abbiamo bisogno della vita; il gregge, del pastore; i bambini, del pedagogo; e tutta l’umanità ha bisogno di Gesù: per paura che, senza educazione, peccatori, cadiamo nella condanna finale; è necessario, al contrario, che siamo separati dalla paglia ed ammassati “nel granaio” del Padre. “Il ventilabro è nella mano” del Signore e con esso separa il grano dalla pula destinata al fuoco (Mt 3,12).

       1) Se volete, Possiamo comprendere la suprema sapienza del santissimo Pastore e Pedagogo, che è il Signore di tutto e il Logos del Padre, quando impiega un’allegoria e si dà il nome di pastore del gregge (cf. Jn 10,2s); ma è anche il Pedagogo dei piccolini.

       2) È così che egli si rivolge diffusamente agli anziani, attraverso Ezechiele, e dà loro il salutare esempio di una sollecitudine quanto mai accorta: “Io medicherò colui che è zoppo e guarirò colui che è oppresso; ricondurrò lo smarrito (Ez 34,16e lo farò pascolare sul mio monte santo” (Ez 34,14). Tale è la promessa di un buon pastore. Facci pascere, noi piccolini, come un gregge;

       3) sì, o Signore, dacci con abbondanza il tuo pascolo, che è la giustizia; sì, Pedagogo, sii nostro pastore fino al tuo monte santo, fino alla Chiesa che si eleva, che domina le nubi, che tocca i cieli! (Ps 14,1 Ap 21,2). “E io sarò“, egli dice, “loro pastore e starò loro vicino” (Ez 34,23), come tunica sulla loro pelle. Egli vuole salvare la mia carne, rivestendola con la tunica dell’incorruttibilità (1Co 15,53); ed ha unto la mia pelle.

Fonte:http://francescofolloit.blogspot.com/


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