Tonino Lasconi Gesù «Buon Pastore» per chi e come?

IV Domenica di Pasqua – Anno B – 2021

Bella l’immagine del buon pastore, ma non basta ammirarla.

«Io sono il buon pastore», dichiara Gesù. Questa definizione, quasi un identikit di se stesso, ha avuto un grandissimo successo. Rafforzata dalla parabola del pastore che riporta all’ovile, sulle spalle, la pecorella smarrita (Luca 15, 4-7) diventò per i cristiani di Roma la prima immagine di Gesù, e ha sempre mantenuto il suo fascino fino all’oggi di internet e dei social network, perdendo, però, la carica e la potenza originaria a favore del pietismo e del devozionalismo. Vedi i quadri e i ricordini sdolcinati e patetici, dove la pecora che bela tra le spine sull’orlo di un precipizio attira l’attenzione più del pastore che la va a recuperare.

Gesù si dichiara «buon pastore» perché: «dà la propria vita per le pecore», per tutte le pecore, anche «quelle che non provengono da questo recinto». Se vogliamo, perciò, identificare il buon pastore del Vangelo di Giovanni con quello della parabola di Luca, dobbiamo vedere in lui il misericordioso che accoglie i peccatori; il samaritano che si fa vicino, soccorre, provvede a risolvere il problema del fratello in difficoltà, chiunque esso sia; il maestro che lava i piedi ai suoi discepoli; l’innocente che si consegna liberamente nelle mani del sinedrio e di Pilato; il crocifisso che porta il ladrone con sé in paradiso. Nell’immagine bella e anche un po’ poetica del buon pastore c’è il duro impegno di colui che vigila sul gregge, che lo difende dai lupi e dai ladri, che decide chi può entrare e chi può uscire, che ha le prerogative per affermare di essere l’unico pastore vero, mentre tutti gli altri sono mercenari, ladri e briganti. Per dirla con san Pietro, il buon pastore «è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza».
L’autodichiarazione di Gesù: «io sono il buon pastore» è un altro modo per dire: «io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,8), e per invitarci a seguirlo, diventando anche noi “buon pastore”, dando la vita per gli altri, come egli l’ha data.

Buon Pastore per chi e per che cosa?

Ma chi è chiamato a seguire il buon pastore? La risposta sembrerebbe ovvia: il Papa, i vescovi, i sacerdoti, i religiosi che hanno la responsabilità di guidare il gregge e si fregiano del titolo di “pastori”. Anche i numerosi interventi di papa Francesco, sulla falsariga di quello notissimo: «Siate pastori con l’odore delle pecore addosso» potrebbero spingere in questa direzione, rafforzando la convinzione molto radicata che essere “buon pastore” è una questione riservata al clero e affini. Non è così. Gesù non si è dichiarato buon pastore per i futuri papi, vescovi e sacerdoti, ma per tutti coloro che lo stavano ad ascoltare. Perciò il “Buon Pastore” che si espone per difendere e nutrire le sue pecorelle è modello di vita per tutti i cristiani. Tutti! Anche papa, vescovi, sacerdoti, e laici, sono “pecore” chiamate a conoscerlo e ad ascoltare la sua voce, e a rendersi disponibili a dare la loro vita per le altre pecore, perché non si diventa “buoni pastori” con l’ordinazione sacerdotale o la consacrazione episcopale, o la professione religiosa. Chi è papa, vescovo, prete, frate, monaca… deve esserlo da “buon pastore”. Chi è cristiano laico deve esserlo da “buon pastore”. Chi è sposato deve esserlo da “buon pastore”. Chi non lo è, ugualmente. Chi è genitore, deve esserlo da “buon pastore”. Chi non lo è ugualmente. Con chi? Con tutti: i colleghi, gli amici, le persone incontrate casualmente, i coinquilini, gli alunni, gli insegnanti; con quelli a cuoi vuole bene, con quelli a cui vuole male; con i concittadini, con gli extracomunitari; con i bianchi, con i neri….

Ed ecco che come sempre quando ci confrontiamo con il Vangelo nasce la paura: “E chi ce la fa?”.
Ce la fa chi decide di farcela, confidando nel Buon Pastore che non ci impone carichi, ma ci invita a seguirlo e cammina con noi, con la sua misericordia e il suo perdono.
Ci incoraggia anche non identificare il «dare la vita per le pecore» soltanto con cose eccezionali, eroiche, al di fuori della nostra portata, ma anche e soprattutto valorizzando quelle piccole e quotidiane: un sorriso, una pace, un perdono, una parola buona, una stretta di mano, un silenzio… Tutto quello che quando ci arriva nei momenti di “smarrimento” dà a noi la forza di tirarci su.

Fonte:https://www.paoline.it/