fr. Massimo Rossi Commento V Domenica di Pasqua

V Domenica di Pasqua (Anno B) (02/05/2021)

Vangelo: Gv 15,1-8

Domenica scorsa abbiamo riflettuto insieme sul nostro senso di appartenenza cristiana; è una questione delicata, controversa, e sulla quale non c’è consenso diffuso tra i fedeli, specialmente nel secolo presente. Più che consenso, parliamo pure di dissenso…

Se si pensa alla Chiesa come struttura, come gerarchia, anche come comunità umana, è facile scovarne i difetti, le imperfezioni, gli errori, i limiti,… siamo uomini e donne, vulnerati dal peccato.

Ma la Chiesa è innanzi tutto il corpo di CristoCristo-pastore, secondo il Vangelo che abbiamo ascoltato 8 giorni fa; Cristo-vite, secondo la similitudine ricordata da Giovanni, quest’oggi.

“Credo la Chiesa, una santa cattolica, apostolica”: credere in Cristo, significa dunque credere nella Chiesa, Sua manifestazione storica nel bene,…e anche nel male.

La simbologia della vite è ancora più forte e stringente di quella del gregge e del pastore!…una pecora può allontanarsi dal gregge. Ma un tralcio non può allontanarsi dalla vite sulla quale è cresciuto; rimarrebbe senza nutrimento e seccherebbe.

Si tratta di un legame vitale. Prima che una struttura gerarchicamente organizzata, con le sue regole, obblighi e divieti, la Chiesa è una radice che trasmette la linfa al tronco, ai rami, alle foglie, e produce frutto. Il Battesimo che abbiamo ricevuto ci ha conferito la dignità di figli di Dio e ci ha innestati nella vite che è Cristo.

In occasione della cena di addio consumata con i Dodici, il Signore pronuncia una lunghissima catechesi, con la quale virtualmente passa le consegne, e istruisce i suoi sugli aspetti essenziali della fede cristiana: il Vangelo di oggi è appunto tratto da questa catechesi.

Siamo al capitolo 15; al versetto 18, il Maestro di Nazareth dichiara: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia.”.

La parola-cardine del Vangelo di oggi è “rimanere”; in poche righe compare ben sei volte. Non possiamo evitarla!

Ora che ci penso, ricordate, la sera di Pasqua, il Vangelo dei discepoli di Emmaus presenta i protagonisti mentre supplicano l’anonimo compagno di viaggio di restare a cena da loro…

E Lui si ferma, e a tavola si fa riconoscere ripetendo un gesto che verosimilmente era già diventato rivelatore della Sua identità, per coloro che lo avevano conosciuto più da vicino: prende un pane, rende grazie, lo spezza e lo distribuisce. Rimanendo nella Chiesa, capiterà anche a noi di riconoscere la presenza di Cristo, compiendo insieme lo stesso gesto…

Questo mutuo riconoscerci non è fine a se stesso, ma – dice il Vangelo – produce frutto.

La fecondità che fruisce dalla condivisione dell’unica fede e dalla sua celebrazione festiva, è il fine ordinario della vita cristiana.

Ma, lo sappiamo, c’è frutto e frutto. Non siamo noi, discrezionalmente, a definire “cristiani” i frutti della nostra azione nel mondo; è lo Spirito Santo che li identifica, come manifestazione tipica della fede. Tra due domeniche sarà Pentecoste e le Letture ci daranno più di un orientamento in merito. Anche questo discorso va inteso bene! Molti equivoci, troppi stereotipi, sono ancora presenti nelle convinzioni dei Cristiani. L’appartenenza alla Chiesa, come i tralci alla vite, è decisiva anche per questo.

“Historia magistra vitæ”, dicevano i Latini: S.Giovanni XXIII vi si ispirò, nell’intitolare la sua Enciclica sulla dottrina sociale della Chiesa “Mater et Magistra, che vide la luce esattamente sessanta anni fa, il 15 maggio del 1961, in pieno Concilio Vat.II.
La Chiesa è per noi madre e maestra.

Siamo stati partoriti in occasione del nostro Battesimo, e sempre veniamo istruiti sui fondamenti del Vangelo, e sulle realizzazioni storiche di esso.

Non è un dettaglio! Ed è necessario ribadirlo, perché ancora oggi, nel terzo millennio – è triste doverlo rilevare -, i critici della Chiesa, quando ne sentono parlare, reagiscono ricordando l’Inquisizione, le Crociate, le scomuniche, la censura contro il progresso, etc. etc.

A questi signori – purtroppo sono molti -, almeno noi che siamo convinti della scelta cristiana, dobbiamo rispondere, senza orgoglio, ne sensi di colpa!

Anche la Chiesa impara dal suo Signore, dagli uomini, e dagli errori commessi in passato.

La categoria del progresso applicata alla comprensione del mistero di Dio – progresso mai finito! – ci insegna come distinguere le scelte buone, da quelle che buone non sono state, espressione colpevole dei tre poteri forti, dei quali lo stesso Vangelo ci parla, raccontando le tentazioni di Gesù nel deserto (cfr. Mt 4,1-11; Mc 1,12-13; Lc 4,1-13).

Voglio concludere l’omelia ricordando le ultime parole della seconda lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli: “La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero.”(9.31). Un auspicio, un augurio e una preghiera, affinché tornino quei giorni, drammatici e gloriosi, quando la Chiesa nascente prosperava e, grazie anche a dolorose potature, produceva frutti in abbondanza e di ottima qualità.

Fonte:https://www.qumran2.net/