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Francesco Cosentino”L’amicizia con Dio”

V domenica di Pasqua (Giovanni 15, 1-8)

Parla spesso per immagini Gesù, perché invece di chiudere e definire discorsi, desidera aprire sentieri di vita, che ciascuno può percorrere con libertà e con tutto se stesso. Quella della vite e dei tralci, che ci viene offerta in questa domenica, è ben conosciuta in Israele e in tutto l’Antico Testamento: Israele è la vite che il Signore ha piantato, come sposa feconda essa produce frutti di amore e, legata al suo Dio che ne è l’agricoltore, genera il vino della gioia.

Si tratta di un legame, che adesso in Gesù viene non solo rafforzato ma stabilito per sempre: Egli è la vera vite da cui si può trarre la linfa dell’amore di Dio che ci fa produrre frutti. Le false viti, quelle di una religiosità esteriore, che offre sacrifici ma non vive il legame d’amicizia con Dio, che moltiplica preghiere senza cambiare il cuore, che fa atti di culto senza vivere l’amore, sono viti che non producono frutto. Senza il legame autentico con il Signore, la vite della nostra vita religiosa e quella della nostra esistenza rischiano di inaridirsi e di essere devastate dagli animali selvatici.

Con l’immagine della vite e dei tralci, allora, Gesù vuole anzitutto presentarci il Dio-Amico che vuole fare “legame” con noi. Infatti, in ogni casa di Israele c’era anche una vite, che offriva a tempo debito le delizie e la gioia del vino alla famiglia che vi abitava, e offriva anche il riparo dal caldo e un senso di ristoro, stendendosi con i suoi rami e le sue foglie attorno alla casa. La vite, allora, era più che una semplice pianta: era parte della famiglia e con essa si stabiliva un legame quasi affettivo, mentre essa offriva linfa, ristoro, gioia e vita.

Gesù ci dice che vuole diventare “uno di famiglia”, vuole stabilire un legame, un’amicizia, una relazione d’amore con noi. E se gli permettiamo questo, di essere la vite della casa della nostra vita a cui siamo “legati”, allora Egli farà scorrere in noi la linfa del suo amore. E riceveremo forza nelle difficoltà, luce nelle oscurità, ristoro nella fatica. Porteremo frutti di amore, di gioia e di vita in tutte le nostre situazioni quotidiane. Se, invece, pur moltiplicando atti religiosi esterni, preghiere, devozioni e sacrifici, il Signore resterà ancora all’esterno della casa, un Dio sconosciuto e lontano, frequentato di tanto in tanto e senza legame con la nostra vita quotidiana, allora ci inaridiamo e non portiamo più frutto.

Il segreto di tutto è nel verbo “rimanere”. Non è nel fare, ma nel coltivare un legame di amicizia, una relazione personale, un’accoglienza continuativa della Sua Parola che ci trasforma. In un tempo così complesso e sospeso, in cui la tentazione è quella di lasciarsi andare nello smarrimento o ripetere le cose di sempre senza entusiasmo, ciò a cui siamo chiamati è restare con Lui. È accogliere sempre e di nuovo il Suo Vangelo. È imparare a riconoscere le false viti da cui pensiamo di trarre linfa, per scegliere sempre e di nuovo Lui. Solo così portiamo frutto: la vita si moltiplica e fiorisce di nuovi grappoli.

di Francesco Cosentino


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