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Tonino Lasconi”Per non essere dei buoni a nulla”

V Domenica di Pasqua – Anno B – 2021

Il fare del cristiano deve scaturire dalle stesse motivazioni di Gesù.

Di fronte alle proposte del Vangelo sorge la domanda: “Cosa dobbiamo fare?”. È la stessa che la mattina di Pentecoste, la gente rivolge a Pietro al termine del suo discorso: «all’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”». L’apostolo rispose: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo» (At 2,37). Noi che siamo già battezzati, e anche un po’ convertiti, e riforniti di Spirito Santo con i sacramenti non rispondiamo così, ma aggiungendo cose da fare: più preghiere, più gesti di carità, più buoni esempi. E va bene! Ma all’affermazione di Gesù di questa domenica: «Io sono la vite, voi i tralci», non possiamo rispondere con l’impegno a fare di più, perché essa ci chiede non di fare ma di essere diversi, di entrare in una vita nuova. Infatti, Gesù non dice, come sarebbe logico: “Io sono il tronco voi i tralci”, ma: «Io sono la vite, voi i tralci». Cioè, egli è tutta la vite, tralci compresi. Noi, quindi, per Gesù non siamo una parte della vite con una propria consistenza rispetto al tronco, ma siamo inseriti nel tutto che è lui. Questo significa che Gesù prima di chiedere ai suoi discepoli di fare, chiede loro di diventare una cosa sola con lui, in modo che le loro azioni scaturiscano da una profonda identificazione, ottenuta nel mantenere sempre vivo il Battesimo, sempre in atto il cammino di conversione e sempre incessante l’invocazione allo Spirito Santo.
Se non c’è questa unione profonda (potremmo dire “mistica”, ma la parola ormai è riservata ai grandi santi ed è troppo impegnativa per noi) cosa succede? Lo dichiara Gesù senza mezzi termini: «Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla». “Nulla!”. Nemmeno cose di poco conto, soltanto nulla, zero, niente. Staccati da lui serviamo solo per fare fuoco.

«Non potete fare nulla», dichiara Gesù. Gli si può credere? Di per sé la realtà dimostra che ce la si può cavare benissimo senza di lui. Anzi! Chi lo rifiuta sembra agevolato nell’ottenere soldi, successo, carriera… Verissimo! Senza di lui, però, possiamo fare tutto per quaggiù, ma nulla per dopo, per la vita eterna, come insegna il ricco con i magazzini pieni: «Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!», al quale Dio risponde: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?» (Lc 12,17-20). Con la sua affermazione Gesù ci chiede di valutare le cose e di calcolarne il risultato dal suo punto di vista e dal suo orizzonte. Che non significa una vita senza frutti, importanti già per questa vita. Quella sua è stata una vita con molti frutti e concretissimi. È stato leale, coraggioso, generoso, sempre disponibile agli altri, vicino ai più deboli e bisognosi, giusto, misericordioso. Rimanere in lui come il tralcio nella vite significa vivere come lui è vissuto, praticando la giustizia, la pace, la misericordia, la lealtà, la gratuità, però con le stesse sue motivazioni, non per vantaggi e interessi personali.

«Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me». Le parole di Gesù sono talmente impegnative da farci sentire impauriti. Non deve essere così, perché non ci viene chiesto di essere arrivati, ma di camminare per arrivare a essere in lui, ricominciando ogni giorno, per tutta la vita. E quando non ci riusciamo? Ci assicura e incoraggia l’apostolo Giovanni: «Qualunque cosa il nostro cuore ci rimproveri, Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa». Non c’è incoraggiamento più alto e rassicurante di questo.

Fonte:https://www.paoline.it/

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