fr. Massimo Rossi Commento su Giovanni 15,9-17

VI Domenica di Pasqua (Anno B) (09/05/2021)

Vangelo: Gv 15,9-17

Continua la catechesi di Gesù ai Dodici, durante la cena di addio: ritorna due volte la preghiera del Maestro di rimanere nel Suo amore; il Figlio di Dio spiega cosa significhi rimanere nel Suo amore: osservare i Suoi comandamenti. Lui stesso ha osservato i comandamenti del Padre suo per rimanere nel Suo amore.

Obbedire ai Suoi comandi, è la condizione per avere in dono la vera gioia.

Sembra un paradosso! Obbedire a Dio non rende schiavi, non opprime le coscienze, ma procura una gioia che non ha eguali in questo mondo!

È quantomeno singolare sentire Gesù che parla di gioia pochi minuti prima di essere arrestato…

Il Vangelo ci rivela che l’annuncio del tradimento fatto agli Apostoli dal Maestro in persona, lo aveva riempito di tristezza fino alle lacrime. Eppure, la gioia resta il tema che, come un basso ostinato, impregna di sé tutto il discorso. I dolori della passione non possono estinguere l’amore che lega il Padre al Figlio; e chi vive dell’amore di Dio, qualunque cosa accada, il suo cuore è sempre colmo di gioia.

La gioia cristiana – non di rado una gioia crocifissa – non ha niente a che vedere con l’euforia, con il sollazzo, e le emozioni che ne derivano… La gioia della fede è sinonimo di pace, di libertà interiore che nessuna catena umana potrà mai insidiare. È l’esperienza dei primi martiri, degli uomini di Dio perseguitati, deportati nei campi di concentramento; è l’atteggiamento dei mendicanti di Calcutta, dei malati terminali che trovano conforto in Dio,…

Ho citato i comandamenti del Signore: il primo e più importante li riassume tutti: amiamoci gli uni gli altri come Cristo ha amato noi. Rispetto all’amore del prossimo contenuto nella Legge di Mosè, si tratta di una vera è propria novità (cfr. Mc12,28-34).

Non basta! Il Signore descrive anche le coordinate di questo amore che Lui nutre per i discepoli e che i discepoli devono nutrire l’uno per l’altro.

Tanto per cominciare, la risposta all’amore di Dio, non è l’amore per Lui, ma l’amore per il prossimo. In altre parole, l’amore per Dio passa sempre attraverso l’amore del prossimo, un amore che non indugia a valutare quanto, a chi, quante volte, per quanto tempo si deve amare…

Il limite, il confine dell’amore cristiano è la vita: l’amore totale, il più alto – o il più profondo – tanto alto che più alto non si può, è il dono di sé.

Chi di noi potrebbe dire senza alcun indugio, che per quell’amico/a, per quegli amici/quelle amiche, sarebbe disposto a morire? Mica per tutti sacrificheremmo la vita! Ecco, questo è il valore dell’amore secondo Dio, che Gesù ci ha rivelato non solo a parole, salendo sulla croce.

Noi siamo i suoi migliori amici, perché per noi, Gesù ha rinunciato al bene (umanamente) più prezioso, la Sua Vita.

È necessario spendere qualche minuto a considerare la categoria dell’amicizia, sottolineata da Giovanni quale modello perfetto dell’amore. I testi ispirati dell’Antico Testamento esaltano il matrimonio come la forma più perfetta di amore tra Dio e il suo popolo; e del matrimonio hanno cantato le virtù: fedeltà, intimità, fecondità, totalità, simmetria, cura reciproca,…

I profeti ne hanno anche sottolineato i vizi: tradimento, ingratitudine, schiavitù, egoismo, prevaricazione, diffidenza, reciproca accusa, pretese,…

Anche san Paolo, parlando dell’amore di Cristo per la Chiesa, evoca il paradigma del matrimonio, così come si intendeva ai suoi tempi; forse, il modello cosiddetto paolino del matrimonio non è più proponibile al giorno d’oggi (cfr. Ef 5,21-33). Non mi dilungo oltre, per non uscire dal seminato.

A sorpresa Giovanni presenta invece l’amicizia: l’amicizia secondo Cristo non schiavizza, non vincola, è totalmente libera, rende perfettamente uguali. Cristo è un amico che non fa valere obblighi e doveri, non avanza pretese, o aspettative nei nostri confronti…

Parlando di amicizia, dobbiamo fuggire la tentazione di proiettare su Dio i nostri chiché e anche i nostri stereotipi; ne voglio evocare alcuni: anche nell’amicizia, almeno per noi, ci sono obblighi e doveri; l’amicizia non ha sfumature; l’amicizia è l’unica relazione che valga la pena di alimentare – o si è amici, oppure niente! -; l’amicizia è un legame intimo e profondo, sì, ma: tra uomo e donna non ci può essere amicizia, per ovvi motivi di attrazione sessuale – si corre il rischio di innamorarsi -; ancora: l’amicizia è esclusiva ed escludente: all’interno di un gruppo, due amici potrebbero costituire un elemento perturbatore, e non di rado non si integrano, o non vengono integrati; e poi, l’amicizia suscita le gelosie altrui: “quello era amico mio, ora si è avvicinato a quell’altro, è diventato amico suo e tra noi non è più come prima… se continua così, non lo faccio più amico…”; il linguaggio dell’amicizia si confonde spesso con quello della seduzione…

Uno dei rischi dell’amicizia umana è il possesso da una parte, o da entrambe le parti, accompagnato dalla rinuncia ad essere sé stessi – “sono come tu mi vuoi” -; e poi, la famigerata sindrome dell’amico-zerbino, sul quale l’altro si sente autorizzato a sfogare frustrazioni e nevrosi, “tanto, lui,/lei, per me, ci sarà sempre! E se si stanca, vuol dire che non era un vero amico/a”…

L’amicizia di Cristo non è così!

Se vogliamo essere amici Suoi non dobbiamo essere così neanche noi, e non solo con Lui, ma anche con i fratelli.

Alla scuola del Vangelo, impariamo a diventare amici di Dio! ma lo diventeremo realmente, se sapremo diventarlo gli uni per gli altri.

È un ideale altissimo, che mette sotto giudizio le nostre amicizie, vere o presunte, fede compresa.

Invochiamo il dono dello Spirito Santo, per avere il coraggio di intraprendere il cammino di avvicinamento al Dio dell’Amore, nei confronti del quale ogni amore è degno di essere vissuto in tutta verità, accettandone i rischi e correggendone gli errori.

Fonte:https://paolodemartino.wordpress.com/