Don PAOLO MONZANI “Presente oppure assente? “

Ascensione del Signore

Non c’è più

Gesù non c’è più, se n’è andato.

Dopo essere risorto, dopo essere apparso ai discepoli, se ne va, ritorna alla destra del Padre. C’è un grande vuoto, come quando una persona cara ci lascia o parte per un lungo viaggio. Restano i suoi discepoli, gli uomini che hanno ascoltato le sue parole e che hanno visto i suoi segni.

Il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano

Gesù lascia loro un incarico importante, ma Lui, in carne ed ossa, non c’è più. Due cose soltanto rimangono della sua persona, due cose che lo rendono presente: la parola e i segni.

Parola e segni fragili

La parola è sottile, aerea, la puoi mettere a tacere e provare a distorcere. Tante volte si è parlato “in nome di Cristo” per giustificare qualunque tipo di azioni. E tante volte, soprattutto, abbiamo dimenticato il suono delle parole del vangelo, lo loro forza urtante e provocatoria: ogni settimana le udiamo, eppure ci fanno l’effetto delle altre parole, passano rapidamente attraverso di noi, ma non mettono radici. Però nella sua semplicità, la parola di Gesù è ciò che è restato di Lui fino ad noi, ciò che ha resistito alle manipolazioni degli uomini per venti secoli. Ancora oggi, nonostante tutto, possiamo udire ciò che la sua voce ha pronunciato, per quanto appaiono essere soltanto suoni fragili e abbandonati al vento. Gesù non c’è, ma la sua Parola corre ancora e, quanto più i discepoli la annunciano, tanto più sentono che “il Signore agiva con loro”.

I segni, poi, sono ciò che viviamo tra di noi. La parola autentica porta guarigione e salvezza dal male. È questo il segno da riconoscere, il segno che veramente conferma la Parola, che ci dice che stiamo vivendo il vangelo: quando sentiamo che possiamo sconfiggere il male, quando superiamo le barriere umane (segnate dalle lingue diverse), quando resistiamo alle insidie, ai morsi degli avversari, al veleno diffuso nella nostra società. Anche questi segni in realtà sono deboli. Possono essere contraffatti: anche i maghi d’Egitto compivano segni, racconta il libro dell’Esodo. E persino i segni più sacri, i sacramenti, possono essere sviliti e vissuti in modo diverso al loro profondo significato: la messa come un obbligo sociale, la confessione come mettersi in pace la coscienza…

La presenza di un assente

Eppure Gesù ha scelto queste due vie, la Parola e i segni, per essere presente in mezzo a noi, ora che non c’è più in carne e ossa. Dopo tutto che cos’è che rende presente una persona, dopo che se n’è andata?

Il suono delle sue paroleche sentiamo ancora con l’intonazione, con le pause che quella persona ha usato in una serata particolare e indimenticabile, quel tono che ti ha fatto capire che dietro un incoraggiamento c’era fiducia senza condizioni o che dietro un rimprovero c’era un affetto profondo. E ripetiamo i gesti di una persona amata, ci sorprendiamo a fare come avrebbe fatto lei, scopriamo attenzioni e persino espressioni del viso che abbiamo appreso in anni di amicizia o vicinanza. Una persona continua a vivere in noi con le sue parole e i gesti che le accompagnano, che le rendono vere.

È questo che Gesù ha lasciato ai discepoli nel giorno dell’Ascensione. Non si può negare che abbia avuto del coraggio. Anche Lui ha avuto molta fede, ha corso un grande rischio nell’andarsene, nel ritornare al Padre: ha affidato la sua presenza in mezzo a noi a parole e segni pieni di fragilità.

È vero quanto è stato traviato il suo messaggio e mutate le sue opere da parte di noi uomini. Eppure segni e parole continuano a interpellare l’uomo di oggi. Fragili, esili come sono, anche oggi ci parlano: chi è Gesù per noi?

Possiamo rispondere che è il grande assente, perché non lo vediamo camminare sulla Terra. Oppure possiamo riconoscere che agisce insieme a noi perché vediamo ancora vivi in noi  la sua parola e i suoi segni.

Un assente può essere ancora presente… se riusciamo ancora a d ascoltare la sua parola e a vivere i suoi gesti.