Carlo De Marchi”Colonne solide perché fragili “

Ascensione del Signore (Anno B) (16/05/2021)

Vangelo: Mc 16,15-20

«Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16, 15). L’invito rivolto da Gesù ai suoi discepoli e riportato al termine del Vangelo di Marco non potrebbe essere più chiaro. A conclusione dei quaranta giorni trascorsi con i discepoli dopo la risurrezione, il Maestro ribadisce la fiducia con la quale si era rivolto a ciascuno di loro all’inizio di tutta la storia, quando «ne costituì Dodici — che chiamò apostoli — perché stessero con lui e per mandarli a predicare» (Mc 3, 14-15). Tra questi due inviti c’è la storia personale di ogni apostolo.

Siamo forse troppo abituati alle parole e alle immagini del Vangelo, per cui a volte non ne cogliamo l’aspetto sorprendente. Le parole di Gesù, infatti, seguono immediatamente un forte rimprovero rivolto agli stessi apostoli, «per la loro incredulità e durezza di cuore» (Mc 16, 14). Esiste una prima chiamata, che dà l’avvio alla storia della vocazione di ogni apostolo. E poi ce n’è una seconda, poco prima dell’Ascensione. Tra le due chiamate ogni apostolo fa esperienza di un grande fallimento, anch’esso riportato in modo inequivocabile nel Vangelo: «Tutti lo abbandonarono e fuggirono» (Mc 14, 50). Sembra quasi che Gesù, prima di confermare in modo definitivo la sua fiducia negli apostoli, abbia bisogno che ognuno di loro sia consapevole della propria inadeguatezza. Contrariamente a ogni logica umana, le “colonne” della Chiesa sono considerate solide da Gesù soltanto quando hanno fatto esperienza della loro personale fragilità.

È una dinamica che non riguarda soltanto coloro che sono chiamati a svolgere un ruolo di pastori nella Chiesa. Ogni battezzato riceve, proprio al momento del battesimo, una chiamata esplicita a essere apostolo, inviato a portare la luce del Vangelo in tutti i cammini della terra: «La vocazione cristiana è per sua natura anche vocazione all’apostolato» (Apostolicam actuositatem, n.2). E la luce accesa nel battesimo nel cuore di ognuno di noi continua a risplendere nella nostra vita, malgrado e attraverso i nostri sbagli. L’evangelizzazione è affidata a persone normali, piene di difetti che sono ben conosciuti da Dio, che tuttavia vede in ciascuno un apostolo degno di tutta la fiducia del Padre. «I santi — insegna Papa Francesco — non sono superuomini, né sono nati perfetti. Sono come noi, come ognuno di noi, sono persone che prima di raggiungere la gloria del cielo hanno vissuto una vita normale, con gioie e dolori, fatiche e speranze».

Gesù non nasconde le difficoltà che l’apostolo troverà lungo la strada: veleni, serpenti e demoni. Ma il Signore promette che i suoi «parleranno lingue nuove», adatte ai tempi e ai luoghi dove si troveranno. E che «imporranno le mani ai malati e questi guariranno» (Mc 16, 18). Quest’ultima promessa sembra quanto mai adatta ai nostri tempi inquieti, nei quali siamo chiamati a «imbarcarci nell’avventura di entusiasmare di nuovo un mondo stanco» (beato Alvaro del Portillo). Proprio la consapevolezza della personale fragilità di ciascuno renderà convincenti le vite dei cristiani. E sarà l’esperienza di essere stati guariti a renderli capaci di guarire gli altri.

di Carlo De Marchi