Jesùs Manuel Garcìa Lectio DOMENICA DI PENTECOSTE

LECTIO – ANNO B
Prima lettura: Atti 2,1-11


Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte
impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che
si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e
cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di
esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva
parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano:
«Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfìlia,
dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e proséliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».
 In questo brano degli Atti degli Apostoli sono presentati i due propulsori dello sviluppo della chiesa: lo Spirito e la Parola. La parola dell’apostolo arriva, provoca la fede e converte, perché è stata preceduta dallo Spirito, che solo apre l’orecchio all’ascolto.
Al tempo di Gesù la Pentecoste, o festa delle settimane — antica festa agricola (offerta delle messi), celebrata sette settimane dopo la pasqua (cf. Lv 23,15-21) — aveva assunto anche
il senso di commemorazione dell’alleanza del Signore e di celebrazione della legge mosaica. Poiché il giorno inizia la sera del giorno prima, l’espressione «stava compiendosi il giorno
di Pentecoste» indica la mattinata inoltrata che conclude il periodo della festività. Ma essa
indica anche una realtà più profonda: il «giorno» atteso dai profeti sta per finire; la storia è
al suo giro di boa, perché il vero Israele incomincia a separarsi dal giudaismo incredulo.
La scena descritta nel testo ricalca la teofania del Sinai (Es 19,16-22): l’antica alleanza è
sostituita dalla nuova alleanza. Tuoni, lampi, rumore di tromba, fumo indicano la presenza del Signore nel Sinai e la «discesa» dello Spirito sugli apostoli.
L’antica legge diventa «nuova» per la presenza dello Spirito, che non solo istruisce ma
anche dà la forza di compiere quello che la legge richiede.
Il «fuoco» che purifica e illumina (cf. Is 6,6), indica una trasformazione interiore nei discepoli di Gesù, i quali, da poveri e incolti pescatori, diventano annunciatori del vangelo: il
messaggio più sconvolgente che gli uomini possano sentire (At 1,8).
La presenza di tutte le nazioni a Gerusalemme ha un significato più profetico che storico: la Chiesa oltrepassa i confini del giudaismo; ad essa tutti possono accedere per sperimentare i frutti della Nuova Alleanza promessa non solo per Israele, ma per tutti.
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Domenica di Pentecoste  Anno B
Il miracolo delle lingue può essere una semplice glossolalia (gesti simbolici tradotti da
un interprete in un linguaggio comprensibile) o un apprendimento (o una traduzione simultanea) di nuove lingue (così si potrebbe comprendere come i presenti sentano parlare
le loro lingue). Ma Luca potrebbe essere stato influenzato dalla tradizione giudaica secondo la quale nel Sinai la voce di Dio si era divisa in 70 lingue, perché la capissero tutte le 70
nazioni della terra: con il dono dello Spirito la Chiesa si apre all’evangelizzazione di tutte
le nazioni del mondo.
Seconda lettura: Galati 5,16-25
Fratelli, camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio
della carne. La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge. Del resto sono ben
note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del
genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è Legge. Quelli
che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri.
Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito.
 La figliolanza abramitica, o divina, non è possibile senza lo Spirito. È solo lo Spirito che
fa di un uomo della carne, un uomo dello Spirito. L’uomo della carne è l’uomo schiavo dei
propri vizi: fornicazione, impurità, libertinaggio (disordini sessuali), idolatria, stregoneria
(corruzione del culto), inimicizia, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidia
(peccati contro la comunità), ubriachezza, orge (disordini dei sensi), e cose del genere
(l’elenco è solo indicativo). L’uomo vorrebbe compiere la legge, che porta alla vita, ma non
ha in se stesso la forza di compierla, e si trova a fare quello che non vuole (v. 17): gli è impedito l’esercizio della vera libertà, quella di amare rinnegando se stesso per perdersi
nell’altro.
In questa battaglia contro l’uomo della carne che vorrebbe tornare a prevalere nella vita
del cristiano, s’inserisce lo Spirito Santo. La sua presenza è indicata dai frutti: il punto
d’arrivo dell’attività vivente dello Spirito, che sollecita la nostra libera cooperazione. Essi
sono: amore, gioia, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé (V. 22).
Sono gli atteggiamenti dell’uomo nuovo, liberato dalle sue paure e dal suo egoismo, in
grado di amare gratuitamente.
La comunità, in questa battaglia, può anche dire di no alla forza liberante dello Spirito, e
ricadere nelle antiche opere della carne.
Vangelo: Giovanni 15,26-27; 16,12-15

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Domenica di Pentecoste  Anno B
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando verrà il Paràclito, che io vi
manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza
di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. Molte cose ho
ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà
lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma
dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché
prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio;
per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».
Esegesi
I due brani del vangelo sono tratti dal secondo discorso d’addio di Gesù durante la cena
pasquale. Gesù parla della testimonianza che i suoi discepoli daranno nel contesto della
persecuzione. Essi non saranno mai soli, perché egli manderà il Consolatore, o meglio il
Difensore, che procede dal Padre. La forza necessaria, infatti, per testimoniare la verità su
Cristo durante il giudizio verrà dallo Spirito di verità, che in modo silenzioso continua
l’opera di Gesù che è la Verità.
Lo Spirito ricorderà loro quel che hanno visto e udito fin da principio. La testimonianza
oculare non basta per comprendere Gesù. È solo lo Spirito che dona gli occhi della fede per
capire chi veramente egli sia: «per il momento non siete capaci di portarne il peso» (16,12).
Lo Spirito è una guida «a tutta la verità» (16.13): Gesù è la verità, ma è anche la «via», che
conduce alla verità. Lo Spirito dopo la risurrezione sarà il maestro interiore che li accompagnerà alla comprensione sempre più profonda di Gesù. Anche i vangeli sono stati scritti
sotto la guida di questo Spirito, e così pure la comprensione del loro significato nelle comunità del futuro avverrà sotto l’azione dello Spirito.
Come Gesù ci ha detto tutto quello che ha udito dal Padre, così anche lo Spirito non dà
del suo, ma di quello che riceve da Gesù (v. 13b). Egli rivela e glorifica Gesù, mettendo in
evidenza la sua natura trascendente (v. 14): questa è anche l’opera d’ogni discepolo dopo
la Pasqua.
Meditazione
«Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello
stesso luogo» (At 2,1). Erano passati cinquanta giorni dalla Pasqua e centoventi seguaci di
Gesù (i Dodici con il gruppo dei discepoli assieme a Maria e alle altre donne) stavano
radunati, come ormai abitualmente facevano, nel cenacolo. Dalla Pasqua in poi, infatti,
non avevano smesso di ritrovarsi assieme per pregare, ascoltare le Scritture e vivere in
fraternità. Questa tradizione apostolica non si è mai più interrotta, da allora ad oggi. Non
solo a Gerusalemme ma in tante altre città del mondo i cristiani continuano tutt’ora a
radunarsi «tutti assieme nello stesso luogo» per ascoltare la Parola di Dio, per nutrirsi del
pane della vita e per continuare a vivere assieme nella memoria del Signore.
Quel giorno di Pentecoste fu decisivo per i discepoli a motivo degli eventi che
accaddero sia dentro il cenacolo che fuori. Narrano gli Atti degli Apostoli che «venne
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Domenica di Pentecoste  Anno B
all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso» sulla casa
dove si trovavano i discepoli; fu una sorta di terremoto che si udì in tutta Gerusalemme,
tanto da richiamare molta gente davanti a quella porta per vedere cosa stesse accadendo.
Apparve subito che non si trattava di un normale terremoto. C’era stata una grande scossa,
ma non era crollato nulla. Da fuori non si vedevano i «crolli» che stavano avvenendo
dentro. All’interno del cenacolo, infatti, i discepoli sperimentarono un vero e proprio terremoto, che pur essendo fondamentalmente interiore, coinvolse visibilmente tutti loro e lo
stesso ambiente. Videro delle «lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su
ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre
lingue». L’immagine del terremoto accompagna spesso nella Bibbia l’avvento di Dio, il suo
irrompere improvviso nella storia. In Es 19 ad esempio la teofania di Dio si accompagna al
fuoco e al tremare del monte, da cui Dio dona la legge al suo popolo (Es 19,16-19).
Immagine che scuote, interrompendo lo scorrere abituale del tempo e delle azioni.
Quell’esperienza fu per tutti loro – dagli apostoli, ai discepoli, alle donne –
un’esperienza che cambiò profondamente la loro vita. Forse ricordarono quello che Gesù
aveva detto loro nel giorno dell’Ascensione: «voi restate in città, finché non siate rivestiti di
potenza dall’alto» (Lc 24,49); e compresero le altre parole che Gesù aveva detto loro: «È
bene per voi che io me ne vada; perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito»
(Gv 16, 7). Quella comunità aveva bisogno della Pentecoste, ossia di un evento che
sconvolgesse profondamente il cuore di ciascuno. In effetti, una forte energia li avvolse e
una specie di fuoco li divorava nel profondo; la paura crollò e cedette il passo al coraggio,
l’indifferenza lasciò il campo alla compassione, la chiusura fu sciolta dal calore, l’egoismo
fu soppiantato dall’amore. Era la prima Pentecoste. La chiesa iniziava il suo cammino nella
storia degli uomini.
Il terremoto interiore che aveva cambiato il cuore e la vita dei discepoli non poteva non
avere riflessi anche al di fuori del cenacolo. Quella porta tenuta sbarrata per cinquanta
giorni «per paura dei giudei», finalmente viene spalancata e i discepoli, non più ripiegati
su se stessi, non più concentrati sulla loro vita, iniziano a parlare alla numerosa folla
sopraggiunta. La lunga e dettagliata elencazione di popoli fatta dall’autore degli Atti sta a
significare la presenza del mondo intero davanti a quella porta: sono ebrei da Roma;
assieme ci sono anche dei proseliti, ossia pagani avvicinatisi alla Legge di Mosè. Ebbene,
mentre i discepoli di Gesù parlano, tutti costoro li intendono nella propria lingua: «Li
udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio», dicono stupiti. Si potrebbe
dire che questo è il secondo miracolo della Pentecoste.
Da quel giorno lo Spirito del Signore ha iniziato a superare limiti che sembravano
invalicabili; sono quei limiti che legano pesantemente ogni uomo e ogni donna al luogo,
alla famiglia, al piccolo contesto in cui si è nati e vissuti. E soprattutto terminava il
dominio incontrastato di Babele sulla vita degli uomini. Il racconto della Torre di Babele ci
mostra gli uomini protesi a costruire un’unica città che con la sua torre dovrebbe giungere
sino al cielo; è l’opera delle loro mani, è il vanto di tutti i costruttori. Ma l’orgoglio proprio
mentre li univa, subito li travolse; non si compresero più l’uno accanto all’altro e si
dispersero su tutta la terra (Gn 11,1-9). La dispersione della Torre di Babele è un racconto
antico; ma in esso si descrive la vita ordinaria dei popoli sulla terra, spesso divisi tra loro e
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Domenica di Pentecoste  Anno B
in lotta, tesi a sottolineare quel che divide piuttosto che quello che li unisce. Ciascuno è
rivolto solo ai propri interessi, senza badare al bene comune.
La Pentecoste pone termine a questa Babele di uomini in lotta solo per se stessi. Lo
Spirito Santo effuso nel cuore dei discepoli dà inizio ad un tempo nuovo, il tempo della
comunione e della fraternità. È un tempo che non nasce dagli uomini, sebbene li coinvolga;
e neppure sgorga dai loro sforzi, pur richiedendoli. È il tempo che viene dall’alto, da Dio.
Dal cielo – narrano gli Atti – scese una pioggia come di lingue di fuoco le quali si posarono
sul capo di ciascuno dei presenti: era la fiamma dell’amore che brucia ogni asperità e
lontananza; era la lingua del Vangelo che varca i confini stabiliti dagli uomini e tocca i loro
cuori perché si commuovano. Il miracolo della comunione inizia proprio a Pentecoste,
dentro il cenacolo e davanti alla sua porta. È qui – tra il cenacolo e la piazza del mondo –
che inizia la Chiesa: i discepoli, pieni di Spirito Santo, vincono la loro paura e iniziano a
predicare. Gesù aveva detto loro: «Quando verrà lo Spirito di verità, vi guiderà a tutta la
verità» (Gv 16,13). Lo Spirito è venuto, e da quel giorno continua a guidare i discepoli per
le vie del mondo.
La solitudine e la guerra, la confusione e l’incomprensione, l’odio e la lotta fratricida,
non sono più ineluttabili nella vita degli uomini, perché lo Spirito è venuto a «rinnovare la
faccia della terra» (Sal 103,30). L’apostolo Paolo, nella Lettera ai Galati, esorta i credenti a
camminare «secondo lo Spirito per non essere portati a soddisfare il desiderio della carne…
sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria,
stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze,
orge e cose del genere» (Gal 5, 19-21). E aggiunge: «Il frutto dello Spirito invece è amore,
gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5, 22).
Di questi frutti ha bisogno il mondo intero. La Pentecoste è l’inizio della Chiesa, ma anche
l’inizio di un nuovo mondo. Ebbene, anche in questo inizio del millennio il mondo sta in
attesa di una nuova Pentecoste. Lo Spirito Santo, come quel giorno di Pentecoste, è effuso
anche su di noi perché usciamo dalle nostre grettezze e dalle nostre chiusure e
comunichiamo al mondo l’amore del Signore. Anche a noi è data in dono la «lingua» del
Vangelo e il «fuoco» dello Spirito, perché mentre comunichiamo il Vangelo al mondo scaldiamo il cuore dei popoli perché si raccolgano attorno al Signore.
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Domenica di Pentecoste  Anno B

«Osservate più spesso le stelle. Quando
avrete un peso nell’animo, guardate le
stelle o l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, … intrattenetevi … col cielo. Allora la vostra
anima troverà la quiete».
(Pavel A. Florenskij)
Saint Jacques (frazione di Ayas) – 2016
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Domenica di Pentecoste  Anno B
Preghiere e racconti
La Pentecoste
La struttura dell’icona ricorda l’Ultima Cena: allora gli apostoli si stringevano intorno a
Gesù per accogliere il suo testamento, ora si raccolgono intorno a Maria per perseverare
nella preghiera, in attesa dello Spirito Paraclito. La
scena si svolge nella stessa stanza che vide Cristo
istituire l’Eucaristia, la «camera alta» di Sion. La
comunione di quanti credono in Cristo è custodita
dalla sollecita premura di Maria, beata perché per
prima ha creduto all’adempimento della parola del
Signore (cf Lc 1,45). La Madre di Dio e degli uomini,
che ha conosciuto la potenza dello Spirito
nell’Annunciazione, rassicura gli apostoli turbati per
il forte vento che si abbatte gagliardo e che riempie
tutta la casa dove si trovano. Le lingue di fuoco che
appaiono, che si dividono e che si posano su
ciascuno di loro non provocano nessun incendio, ma
illuminano le loro menti e accendono nei loro cuori
il fuoco dell’Amore.
In questa Chiesa nascente, lo Spirito Santo riveste
di forza gli apostoli, ricorda loro tutte le parole di
Cristo e li rende testimoni del Vangelo sino agli
estremi confini della terra.
Maria, nuovamente visitata dalla fecondità dello Spirito Santo, diviene Madre della
Chiesa, rifugio mirabile dei discepoli che invocano la sua materna protezione.
Aprirci al “di più”
Il dono che il Signore vuol farci e che da sempre ci ha fatto con il suo Spirito è di capire
che l’uomo si realizza andando oltre se stesso, che si realizza donandosi.
Dio non esiste se non nella relazione di donazione del Padre al Figlio, e non è pensabile
al di fuori dello Spirito che è effervescenza continua di amore. Egli è fuoco che brucia
senza consumare, è al di là del mistero stesso del fuoco, pur essendo fuoco.
(Carlo Maria MARTINI, Incontro al Signore risorto, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2009,
54).
Sii un vero amico
Le vere amicizie sono durature perché il vero amore è eterno. L’amicizia nella quale il
cuore parla al cuore è un dono di Dio, e nessun dono che viene da Dio è temporaneo od
occasionale. Tutto ciò che viene da Dio partecipa della vita eterna di Dio. L’amore tra le
persone, quando è dato da Dio, è più forte della morte. In questo senso la vera amicizia
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Domenica di Pentecoste  Anno B
continua al di là dei confini della morte. Quando hai amato profondamente, quell’amore
può crescere anche più forte dopo la morte della persona che ami. È questo il centro del
messaggio di Gesù.
Quando Gesù è morto, l’amicizia dei discepoli con lui non è scemata. Al contrario, è
cresciuta.
È questo il significato dell’invio dello Spirito. Lo Spirito di Gesù ha reso duratura
l’amicizia di Gesù con i suoi discepoli, più forte e più intima di prima della sua morte. È
questo che Paolo ha sperimentato quando diceva: «Non sono più io che vivo, ma Cristo
vive in me» (Gal 2,20).
Devi avere fiducia che ogni vera amicizia non ha fine, che esiste una comunione dei
santi tra tutti coloro, viventi o defunti, che hanno veramente amato Dio e si sono amati
l’un l’altro. Sai dall’esperienza quanto questo sia reale. Coloro che hai amato
profondamente e che sono morti continuano a vivere in te, non solo come ricordi, ma
come presenze reali.
Osa amare ed essere un vero amico. L’amore che dai e ricevi è una realtà che ti
condurrà sempre più vicino a Dio e a coloro che Dio ti ha dato da amare.
(H.J.M. NOUWEN, La voce dell’amore, Brescia, Queriniana, 2005, 111-112).
Leggenda cristiana
Una suggestiva leggenda cristiana racconta che durante l’ascensione, Gesù gettò
un’occhiata verso la terra che stava piombando nell’oscurità. Soltanto alcune piccole luci
brillavano timidamente sulla città di Gerusalemme. L’arcangelo Gabriele, che era venuto
ad accogliere Gesù, gli domandò: Signore, che cosa sono quelle piccole luci? Sono i miei
discepoli in preghiera, radunati intorno a mia madre. È il mio piano, appena rientrato in
cielo, e di inviare loro il mio spirito, perché quelle fiaccole tremolanti diventino un
incendio sempre vivo che infiammi d’amore, a poco a poco, tutti i popoli della terra.
L’arcangelo Gabriele osò replicare: e che farai, Signore, se questo piano non riesce?
Dopo un istante di silenzio, il Signore gli rispose dolcemente: “ma io non ho un altro
piano…”.
Il piano di Gesù continua. Proprio nella sua terra, alcuni di questi piccoli fuochi
continuano ad ardere alimentati dal coraggio dalla passione di uomini che hanno dedicato
la vita per questo.
“Noi abbiamo suonato il flauto e voi non avete danzato”
E’ il 14 luglio.
Tutti si apprestano a danzare.
Dappertutto il mondo, dopo anni dopo mesi, danza.
Ondate di guerra, ondate di ballo.
C’è proprio molto rumore.
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Domenica di Pentecoste  Anno B
La gente seria è a letto.
I religiosi dicono il mattutino di sant’Enrico, re.
Ed io, penso
all’altro re.
Al re David che danzava davanti all’Arca.
Perché se ci sono molti santi che non amano danzare,
ce ne sono molti altri che hanno avuto bisogno di danzare,
tanto erano felici di vivere:
Santa Teresa con le sue nacchere,
San Giovanni della Croce con un Bambino Gesù tra le braccia,
e san Francesco, davanti al papa.
Se noi fossimo contenti di te, Signore,
non potremmo resistere a questo bisogno di danzare
che irrompe nel mondo,
e indovineremmo facilmente
quale danza ti piace farci danzare
facendo i passi che la tua Provvidenza ha segnato.
Perché io penso che tu forse ne abbia abbastanza
della gente che, sempre, parla di servirti col piglio da condottiero,
di conoscerti con aria da professore,
di raggiungerti con regole sportive,
di amarti come si ama in un matrimonio invecchiato.
Un giorno in cui avevi un po’ voglia d’altro
hai inventato san Francesco,
e ne hai fatto il tuo giullare.
Lascia che noi inventiamo qualcosa
per essere gente allegra che danza la propria vita con te.
(…) Per essere un buon danzatore, con Te come con tutti,
non occorre sapere dove la danza conduce.
Basta seguire,
essere gioioso,
essere leggero,
e soprattutto non essere rigido.
Non occorre chiederti spiegazioni
sui passi che ti piace fare.
Bisogna essere come un prolungamento,
vivo ed agile, di te.
E ricevere da te la trasmissione del ritmo che l’orchestra
scandisce.
(…)
Ma noi dimentichiamo la musica del tuo Spirito,
e facciamo della nostra vita un esercizio di ginnastica;
dimentichiamo che fra le tue braccia la vita è danza,
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Domenica di Pentecoste  Anno B
che la tua Santa Volontà
è di una inconcepibile fantasia,
e che non c’è monotonia e noia
se non per le anime vecchie,
che fanno tappezzeria
nel ballo gioioso del tuo amore.
Signore, vieni a invitarci.
(…)
Se certe arie sono spesso in minore, non ti diremo
che sono tristi;
se altre ci fanno un poco ansimare, non ti diremo
che sono logoranti.
E se qualcuno ci urta, la prenderemo in ridere;
sapendo bene che questo capita sempre quando si danza.
Signore, insegnaci il posto
che tiene, nel romanzo eterno
avviato fra te e noi,
il ballo singolare della nostra obbedienza.
Rivelaci la grande orchestra dei tuoi disegni;
in essa quel che tu permetti
da suoni strani
nella serenità di quel che tu vuoi.
Insegnaci a indossare ogni giorno
la nostra condizione umana
come un vestito da ballo che ci farà amare da te,
tutti i suoi dettagli
come indispensabili gioielli.
Facci vivere la nostra vita,
non come un gioco di scacchi dove tutto è calcolato,
non come un match dove tutto è difficile,
non come un teorema rompicapo,
ma come una festa senza fine
in cui l’incontro con te si rinnova,
come un ballo,
come una danza,
fra le braccia della tua grazia,
nella musica universale dell’amore.
Signore, vieni a invitarci.
(MADELEINE DELBRÊL, La danza dell’obbedienza, in Noi delle strade, Torino, Gribaudi,
1988, 86-89.
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Domenica di Pentecoste  Anno B
Lo Spirito del Signore ha riempito l’universo
La solennità di questo giorno ci riempie di gioia non soltanto perché riconosciamo la
sua importanza, ma anche perché assaporiamo la sua dolcezza. Ciò che essa fa risaltare è
l’amore. Ora, non vi è nel linguaggio umano una parola più dolce a udirsi, un sentimento
più delizioso da coltivare. Quest’amore non è altro che la bontà di Dio, la sua benevolenza,
il suo amore. O piuttosto, Dio in persona è la bontà, la benevolenza, l’amore. E questa
bontà si identifica al suo Spirito, che è esso stesso Dio. […] E secondo il disegno di Dio, in
principio, lo Spirito di Dio ha riempito l’universo, «dispiegando la sua forza da un confine
all’altro del mondo e governando ogni cosa con dolcezza» (Sap 8,1). Ma per quanto
riguarda la sua opera di santificazione, è a partire da questo giorno di Pentecoste che lo
Spirito del Signore ha riempito l’universo. Poiché è oggi che questo dolce Spirito è stato
inviato dal Padre e dal Figlio per santificare ogni creatura secondo un nuovo disegno, un
modo nuovo, una manifestazione nuova della sua potenza e della sua forza. Certo, in
precedenza «lo Spirito non era stato ancora dato, perché Gesù non era stato ancora
glorificato» (Gv 7,39). […] Ma oggi, discendendo dalla dimora celeste, lo Spirito si è dato ai
mortali con tutta la sua ricchezza, la sua fecondità. Così questa rugiada divina si stende su
tutta la terra, nella diversità dei suoi doni spirituali. Ed è giusto che la pienezza delle sue
ricchezze sia discesa dall’alto dei cieli per noi, perché pochi giorni prima, grazie alla
generosità della nostra terra, il cielo aveva ricevuto il Signore. La nostra terra non ha mai
prodotto nulla di più dolce, di più piacevole, di più delizioso, di più santo. […] «Lo Spirito
di Cristo riempie l’universo, lui che tiene insieme tutti gli esseri, sente tutte le voci» (Sap
1,7). Ovunque lo Spirito agisce, ovunque lo Spirito prende la parola. Certamente prima
dell’Ascensione lo Spirito fu dato ai discepoli, quando il Signore disse loro: «Ricevete lo
Spirito santo» ( Gv 20,23). Ma in nessun modo, prima di Pentecoste, non si udì la voce
dello Spirito santo, non si vide risplendere la sua potenza. E i discepoli di Cristo non
giunsero a conoscerlo; non erano stati ancora riconfermati, la paura li obbligava ancora a
nascondersi in una stanza a porte chiuse. Ma a partire da quel giorno, «la voce del Signore
domina le acque, il Dio della gloria scatena il tuono, la voce del Signore spezza i cedri e
tutti gridano: Gloria!» (cfr. Sal 28 [29] , 3.5.9).
(AELREDO DI RIEVAULX, Omelia sulla settuplice voce dello Spirito 1, in Sermones inediti,
a cura di di C.H. Talbot, Roma 1952 pp. 112-114).
Preghiera allo Spirito Santo
Spirito Santo,
eterno Amore,
che sei dolce Luce
che mi inondi
e rischiari la notte del mio cuore;
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Domenica di Pentecoste  Anno B
Tu ci guidi qual mano di una mamma;
ma se Tu ci lasci
non più d’un passo solo avanzeremo!
Tu sei lo spazio che l’essere mio circonda
e in cui si cela.
Se m’abbandoni
cado nell’abisso del nulla,
da dove all’esser mi chiamasti.
Tu a me vicino più di me stessa,
più intimo dell’intimo mio.
Eppur nessun Ti tocca
o Ti comprende
e d’ogni nome infrangi le catene.
Spirito Santo, eterno Amore.
(Edith Stein [S. Teresa Benedetta della Croce]).

  • Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:
  • Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.

– La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

  • Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006- .
  • J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.
  • J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. II: Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011.
  • J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice
    Vaticana, 2012.
  • E. BIANCHI et al., Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche. Anno B, Milano, Vita e Pensiero,
    2008.
  • COMUNITÀ DI S. EGIDIO, La Parola e la storia, Milano, Vita e Pensiero, 2011.
  • J.M. NOUWEN, Un ricordo che guida, in ID., Mostrami il cammino. Meditazioni per il tempo di Quaresima, Brescia, Queriniana, 2003.