Don Marco Ceccarelli “Ss. Trinità”

Ss. Trinità “B” – 30 Maggio 2021
I Lettura: Dt 4,32-34.39-40
II Lettura: Rm 8,14-17
Vangelo: Mt 28,16-20

  • Testi di riferimento: Gen 1,26; Es 2,25; 6,3; Dt 31,6; Is 43,10ss.; 49,6; Ger 24,7; Dn 7,13-14; Mt
    1,23; 2,2.8; 3,16-17; 20,9; Mc 16,11.16; Lc 1,32-33; Gv 1,18; 3,5.35; 5,23; 14,9-11; 17,11.21-26;
    At 2,38; 4,32; Rm 1,5; 1Cor 6,11; 2Cor 13,14; Gal 4,6-7; Ef 1,20-23; Col 1,16; Fil 2,9-11; 1Tm 2,4-
    5; Eb 1,2-3.6; 1Pt 1,2; 3,22; 1Gv 3,16; 5,20
  1. La conoscenza del Dio invisibile.
  • A seguito della Pentecoste, la festa della Santissima Trinità ci permette di contemplare l’apice di
    quella rivelazione che Dio ha portato a compimento tramite il Figlio morto, risorto e asceso al cielo,
    e l’invio dello Spirito. Ai credenti in Cristo si è aperta la possibilità di conoscere Dio come Trinità
    di persone. Senza la rivelazione portata dal Figlio e dallo Spirito questo non sarebbe stato possibile.
    È lo Spirito che ha guidato gli apostoli a tutta la verità, come si diceva nel Vangelo di domenica
    scorsa. E la conoscenza di questa verità su Dio permette di avere la vita eterna (Gv 17,3). Nel mistero della Trinità contempliamo al massimo livello cosa significa che Dio si è rivelato. Degli ebrei,
    come erano gli apostoli, non avrebbero mai potuto arrivare a comprendere la divinità del Figlio e
    dello Spirito se Dio stesso non lo avesse loro manifestato. E la rivelazione fondamentale del Nuovo
    Testamento sta proprio nel fatto che quel Dio che nel passato aveva rivelato ad Israele la sua unicità, con Cristo rivela che tale unicità è composta di tre Persone.
  • Lo Spirito Santo dà testimonianza al nostro Spirito riguardo alla paternità di Dio, la quale si manifesta nel farci coeredi del Figlio, e ci permette di chiamare Dio “Abba” (seconda lettura). San Paolo,
    parlando ad Atene, pone gli intellettuali dell’epoca davanti ad una svolta copernicana: «Essendo
    (noi) stirpe di Dio, non dobbiamo ritenere che la divinità sia simile a oro o argento o pietra, impronta dell’arte e immaginazione dell’uomo» (At 17,29). Le religioni e le filosofie hanno cercato di
    comprendere Dio partendo dall’uomo, dalle realtà create. La divinità concepita da esse è un riflesso,
    una “proiezione” di quello che l’uomo capisce di sé e del creato. In un certo senso è un dio ad immagine dell’uomo. La concezione del divino che si riscontra in un popolo e nella sua cultura ne rivela la propria concezione antropologica. Paolo però dice che questo modo di procedere non è corretto, perché (ovviamente) Dio non può “derivare” dall’uomo, ma piuttosto è il contrario. Dato che
    è l’uomo a provenire da Dio, e non viceversa, occorre partire da una retta comprensione di Dio.
    Dunque, se è vero che Dio ha tollerato in passato l’imperfetta comprensione umana, poiché Egli
    non si era ancora fatto conoscere, ora non è più così (At 17,30). Ora possiamo conoscere il “Dio
    ignoto” e, grazie alla conoscenza di Lui, giungere ad una retta comprensione di chi siamo noi e quale sia il senso profondo della nostra esistenza. Dio, svelandosi, svela all’uomo l’immagine nella
    quale è stato creato.
  1. L’uomo immagine di Dio Trinità.
  • Se l’uomo smette di guardare a questo Dio svelato, se l’uomo continua a pretendere di volere arrivare alla verità su se stesso e sulla realtà senza la luce del Dio noto, rimane nelle tenebre e vive miseramente. La verità è essenziale per vivere. Per avere una vita umana realizzata occorre sapere chi
    è l’uomo. Ma per sapere chi è l’uomo occorre conoscere quel Dio che lo ha creato. Solo chi ha creato l’uomo può svelarci il mistero dell’uomo. Israele riceve sul Sinai una conoscenza di Dio e insieme ad essa delle norme di comportamento (prima lettura). C’è un legame stretto fra la conoscenza
    di Dio e l’etica. Rivelando se stesso, Dio rivela allo stesso tempo chi è l’uomo e quindi in cosa consista l’agire umano. Dalla conoscenza di Dio deriva una conoscenza di quello che l’uomo deve fare
    o evitare, perché solo il Dio che lo ha creato può dirgli ciò che gli fa bene o male.
  • L’immagine che Dio ha rivelato di se stesso è quella di Trinità, di un Dio in tre Persone. Contemplando la Trinità, il Dio che è comunione d’amore, l’uomo scopre di portare in sé questa immagine; scopre di essere creato per vivere in comunione d’amore. E scopre allo stesso tempo che nella perdita di questa dimensione sta la causa di tutti i suoi mali. «Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione» (Gaudium et Spes 22). La rivelazione cristiana facendoci conoscere l’immagine di Dio ci offre la conoscenza più alta e profonda dell’essere umano che in
    quell’immagine è stato creato; e quindi ci rende nota la sua altissima vocazione, la vocazione
    all’amore divino, come ci è stato rivelato da Cristo. Conoscendo Dio come Trinità, come comunione d’amore, veniamo a conoscere la vocazione alla comunione inscritta nel nostro dna ontologico.
  1. Anche un cristiano praticante può avere una conoscenza di Dio falsata, frutto di una propria
    proiezione. Questa situazione la si evince dal comportamento, possiamo dire dall’etica, che non di
    rado si constata nei frequentatori di chiese. Gli israeliti nel deserto, mentre Jahvè si svelava a Mosè,
    producevano un jahvè a loro immagine, secondo una loro concezione della divinità. Ciò che il vitello d’oro rappresentava non era un altro dio; era secondo loro lo stesso Jahvè che li aveva liberati
    dall’Egitto (Es 32,4), ma compreso secondo le loro categorie. Così avviene anche per non pochi cristiani che hanno un rapporto con un dio che non è quello che si è rivelato. Ad Efeso Paolo incontra
    dei cristiani che non avevano nemmeno sentito parlare dello Spirito Santo (At 19,2). Non possiamo
    comprendere Dio secondo le nostre categorie, altrimenti quello non è più Dio, ma un idolo. La tentazione dell’idolatria nasconde il desiderio di produrre un’etica a proprio piacimento; un dio a mia
    immagine mi dirà anche cose a mia immagine. Siamo sempre tentati di cercare un dio che ci dica
    quello che ci piace sentirci dire. Da qui si comprende la proibizione di farsi immagini di Dio. E questa proibizione non è cancellata con la venuta di Cristo. Nel momento in cui Dio rivela se stesso,
    l’uomo non può più farsi immagini di Dio, perché deve soltanto accogliere la verità su Dio così come Egli ce la mostra; come Egli ce l’ha rivelata nell’unica e vera immagine che è Cristo. Dobbiamo
    accettare lo svelamento di Dio nella nostra vita. Dobbiamo accettare che Dio è più grande di noi ed
    è Lui a farsi conoscere come Egli è veramente. Non si può conoscere veramente Dio se non così
    come Lui si fa conoscere ed è. La verità non è un prodotto dell’uomo. L’uomo può conoscere, accogliere e possibilmente amare la verità, ma non fabbricarla.
  2. Il Vangelo.
  • La missione profetica della Chiesa (vv. 18-20). Dalle parole di Gesù che concludono il Vangelo di
    Mt possiamo ricavare il contenuto della nuova era inaugurata dal mistero pasquale. Dal giorno di
    Pentecoste, dal giorno cioè in cui il mistero pasquale diventa efficace per gli uomini, sulla terra esiste una nuova realtà. Questi versetti ce ne svelano il contenuto. Le parole «Io sono con voi» rivolte
    da Gesù agli apostoli, riflettono quelle che nell’Antico Testamento Dio rivolgeva ai suoi inviati, in
    particolar modo i profeti. Si tratta di una formula con cui Dio assicurava i suoi profeti del suo appoggio e della sua protezione (Es 3,12; Gs 1,5.9; Ger 1,8.19; 15,20). La differenza ora sta nel passaggio dal singolare al plurale, dal “io sono con te”, al “io sono con voi”. Se prima della Pentecoste
    il profeta era un singolo, animato a tempo determinato dallo Spirito in funzione del proprio popolo,
    ora è la Chiesa di Cristo nel suo insieme che riceve un mandato profetico, non più a tempo determinato, ma fino alla consumazione dei tempi, perché lo Spirito rimane sempre nella Chiesa. È vero
    che questo non si dice. E tuttavia l’affermazione di Cristo nel garantire la sua presenza eterna con i
    suoi, senza parlare dell’ascensione, costituisce un finale “ad effetto”. Gesù veramente continua ad
    animare la predicazione evangelica per mezzo dello Spirito. Gesù, benché salito al cielo, continua
    ad essere presente nel mondo nella comunità dei suoi discepoli, la Chiesa. È lì che gli uomini possono incontrarlo, conoscerlo e riceverlo. Il contenuto del messaggio profetico che la Chiesa deve
    annunciare è espresso nei versetti precedenti.
  • Gesù afferma la sua piena autorità (v. 18). Cristo ha ricevuto un potere universale (cielo-terra). Lui
    è il sovrano del regno di Dio che ha avuto inizio con la sua presenza sulla terra. Tale presenza non
    viene meno. Egli continua ad essere presente nei suoi discepoli, nella Chiesa. La Chiesa veicola il
    regno di Dio agli uomini, perché ha in sé la presenza di Cristo. Il regno di Dio che la Chiesa porta
    agli uomini consiste nella sovranità universale di Cristo. Dove tale sovranità ha luogo, lì giunge il
    regno di Dio. Questo è ciò che la Chiesa-profeta deve annunciare. La Chiesa chiama gli uomini a riconoscere la sovranità di Cristo e ad entrare a far parte del suo regno. Gli uomini entrano a far parte del regno attraverso il battesimo. L’annuncio della buona notizia, l’evangelizzazione, è dunque la
    prima e essenziale forma con cui la Chiesa esplica la sua missione profetica.
  • La seconda cosa che la Chiesa deve annunciare nella sua missione profetica è la torah di Gesù. La
    scena finale del vangelo di Mt richiama la teofania sinaitica descritta in Es 19 in cui il Signore rivela la sua torah a Mosè e lo incarica di trasmetterla al popolo. Ora al posto di Jahvè abbiamo Gesù e
    la sua torah; al posto del profeta Mosè abbiamo la Chiesa-profeta; al posto di Israele abbiamo tutte
    le nazioni. Come nell’Antico Testamento i profeti erano gli araldi e i mediatori della torah divina,
    così ora, poiché essa si è manifestata pienamente in Cristo, il popolo profetico ha la missione di insegnare ad osservare quanto Cristo ha comandato. Una volta che si è diventati figli di Dio tramite la
    fede, il battesimo e lo Spirito Santo si può osservare quella “giustizia superiore” (Mt 5,20) che Cristo ha insegnato. Bisogna notare che entrambi gli aspetti della missione della Chiesa sono rivolti
    non più soltanto a un popolo, ma a tutte le nazioni. Tutti i popoli sono chiamati a riconoscere la sovranità di Cristo e ad osservare la sua torah. La Chiesa ha un ruolo irrinunciabile nei confronti di
    tutti, nei confronti dell’intera umanità. La Chiesa non può venire meno al servizio alla verità che
    Cristo le ha affidato. La Chiesa ha sino alla fine dei tempi questa missione, per mandato esplicito di
    Cristo, alla quale non potrà mai venire meno, e a causa della quale seguirà la sorte degli antichi profeti, quella della persecuzione e del martirio.

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/