Tonino Lasconi”Creati a immagine della Trinità”

Santissima Trinità (Anno B) (30/05/2021)

Vangelo: Mt 28,16-20

Credere in Dio “comunità di amore” dà senso e verità al nostro essere creature.

«Sappi dunque oggi e medita bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra: non ve n’è un altro», diceva Mosè al popolo, e dice oggi a noi. C’è un solo Dio. Questa è la nostra fede, che però contiene tanti interrogativi, tra i quali il più forte e insistente è sicuramente: “Come è questo Dio? Come possiamo pensarlo? Come possiamo immaginarlo?”. Una risposta che possa soddisfare i nostri interrogativi non c’è, e la festa della Santissima Trinità non fa che ravvivarli. Anzi li riversa anche sulle parole di Gesù che alla richiesta di Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta», risponde: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre?”» (Gv 14,8-9); e sull’affermazione dell’evangelista Giovanni: «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (Gv 1,18). Sì, perché pensare a Dio con il volto di Gesù possiamo farlo ed è anche bello e consolante, ma se cerchiamo un volto per il Padre, Il Figlio e lo Spirito Santo: “uno in tre persone”, la nostra mente riprende a interrogarsi, oppure si rassegna al mistero. Volendo continuare a interrogarci, perché questa operazione significa comunque pensare a Dio – esercizio che non può fare che bene – consapevoli di non poter aggiungere niente a tutto quello che i grandi pensatori e i grandi santi hanno saputo far intravvedere, prendiamo la ricerca da un altro versante: noi stessi. Essendo stati creati a sua immagine e somiglianza (Gn 1,26), ci chiediamo se c’è qualcosa in noi che riveli l’immagine e la somiglianza al nostro Dio “Trinità”, uno ma tre persone, non un solitario bensì comunità d’amore. La risposta è sì. Questa immagine trinitaria è impressa dentro di noi in maniera incancellabile, come possiamo verificare, constatando come non siamo fatti per essere soli e per vivere da soli.

Mai soli!

Bambini. Già dal grembo materno, si ha bisogno di sentirsi in compagnia, altrimenti si cresce pieni di paure e di complessi. In questi giorni non c’è chi non provi angoscia pensando al piccolo Eitan, l’unico superstite della tragedia della funivia di Stresa, rimasto privo della sua famiglia. Ragazzi e adolescenti. Soltanto la sensazione di non avere amici, di non essere accolti, di essere gettati fuori dal gruppo, fa entrare in crisi, con il pericolo di cadere in gravi disturbi come l’anoressia, le droghe, comportamenti violenti. Giovani. Se non si riesce a trovare un partner, se non si è accettati negli ambienti di vita e di lavoro, si rischia di non maturare, o di regredire. Adulti. Se non ci si sente capiti, apprezzati, vincenti, ci si intristisce come falliti, oppure ci si illude di recuperarsi con un fasullo giovanilismo o con rischiosi tentativi di rivincita. Anziani. Quando ci si accorge di non avere più affetti intorno ci si lascia morire. Alla fine di questa terribile pandemia, ciò che non sarà mai dimenticato sarà la sofferenza di anziani genitori e nonni, morti in ospedale senza avere vicino un familiare che potesse non averli fatti sentire soli e abbandonati. Giustamente e meritatamente sono stati additati alla stima di tutti le infermiere e medici che hanno saputo farsi presenza amica, fermandosi accanto a loro per accompagnarli nell’ultimo respiro.

Curare e coltivare l’immagine

Questa “immagine di Dio comunità d’amore”, stampata dentro di noi, va curata e preservata da ogni forma di egocentrismo infantile e di egoismo individualista e ottuso. Lo strumento per questa operazione è il comandamento: «Amatevi gli uni gli altri» (Gv 15,17). Gesù ce lo ha lasciato come il “suo comandamento” perché esso è il fondamento di una vita vissuta “con e per gli altri”, nella fedeltà alla nostra natura originale, all’immagine secondo la quale siamo stati creati. Anche le scienze umane ci dicono che vivere e operare, partendo da ciò che siamo e non da quello che vorremmo essere o che ci illudiamo di poter essere, consente di ricavare il meglio da noi, per noi e per gli altri. Non c’è bisogno di chissà quali ragionamenti per dimostrare come il bene fiorisca là dove l’immagine di Dio Trinità, Dio comunità d’amore, non sia offuscata o tradita dalla tentazione del “io solo, io da solo”. Dio ci ha creati per essere suoi figli. Gesù ci ha resi fratelli. Lo Spirito Santo ci dà la capacità di vivere da figli e fratelli. Tenendo sempre limpida in noi l’immagine di Dio “comunità d’amore”, contribuiamo a far sì che a nessuno dei figli di Dio sia impedito di sentirlo e di chiamarlo: «Abbà! Padre!».

Fonte:https://www.paoline.it/