fr. Massimo Rossi “Santissimo Corpo e Sangue di Cristo”

Santissimo Corpo e Sangue di Cristo (Anno B) (06/06/2021)

Vangelo: Mc 14,12-16.22-26 

…e dopo la Trinità, l’Eucaristia, il secondo grande mistero della nostra fede.

Evocando una nota legge aritmetica, potrei dire – e infatti lo dico! – che Eucaristia sta a Trinità come la tesi all’ipotesi, la dimostrazione al postulato, la manifestazione al dogma, la realizzazione storica alla promessa,…

Nella celebrazione del sacramento dell’altare, le tre Persone divine si fanno presenti, ciascuna con il ruolo che le è proprio: il Padre offre il Figlio, il Figlio obbediente si lascia donare, lo Spirito Santo consacra il dono e coloro che lo offrono al Padre, per la salvezza del mondo.

Naturalmente anche noi partecipiamo al mistero – cioè al sacramento – nella persona del ministro ordinato che ha ricevuto dall’Alto la potestas consecrandi e il popolo che con-celebra. Da questo, dal popolo, è stato scelto colui che sarebbe diventato sacerdote; e per il popolo, il sacerdote offre il sacrificio dell’altare.

È un copione articolato, l’Eucaristia, nel quale gli attori sono tanti, non uno soltanto, ciascuno con la sua parte da recitare, consapevole che la chiesa non è un palcoscenico, e che quivi si recita la vita, non una commedia drammatica.

Nessuna spettacolarità, nessun protagonismo, nessuna platea plaudente,…

Qui si fa sul serio! il pane non è più (solo) pane, ma diventa davvero carne di Cristo; il vino non è più (solo) vino, ma diventa davvero sangue di Cristo; ricevere quel pane, bere quel vino, significa partecipare davvero al corpo del Signore. Che cosa significa tutto questo? significa mangiare Lui per essere trasformati in Lui.

Questa fede nell’efficacia performante e trasformante dell’Eucaristia è testimoniata già dai primi scrittori sacri, i quali ci hanno lasciato dei trattati che sono vere e proprie storie di vita vissuta nella contemplazione e nella celebrazione del SS. Sacramento, non tanto e non solo in ginocchio davanti all’ostensorio,… ma soprattutto nel quotidiano della vita.

È un’esperienza, quella raccontata dai due discepoli di Emmaus, ma anche da san Leone Magno, Gaudenzio da Brescia, Tommaso d’Aquino, che può diventare la nostra. Difficile, di non immediata comprensione… Ma vi garantisco, leggere certe pagine sulla spiritualità eucaristica – spiritualità incarnata, sia ben chiaro! -, fa venir voglia di viverla questa esperienza, e di viverla regolarmente.

Entrando ora con l’immaginazione, pardon, con la fede, nel cenacolo, a tavola con Gesù e i Dodici, in punta di piedi, e il cellulare spento, assistiamo alla scena dell’Istituzione: mi raccomando, massima attenzione alle parole! nessun gesto (liturgico) sarebbe sacramentale, cioè efficace, se non fosse accompagnato dalle parole.

Lo so, è difficile liberare queste parole dalla prigione della tiritera nella quale i preti – non tutti, ma molti sì – le hanno condannate e rinchiuse…

Già, la liturgia può anche essere una prigione… A proposito, sapete come nell’800 chiamavano il SS. Sacramento custodito nel tabernacolo? no? “il Divin Prigioniero”. Questa definizione, concepita da preti e religiose, certamente ispirati dalle migliori intenzioni – dicono che l’Inferno sia lastricato di buone intenzioni -, non ha reso un buon servizio al corpo di Cristo, al contrario.

È necessario precisare immediatamente che Gesù non ha concepito l’Eucaristia perché si adorasse, ma perché si mangiasse, per nutrire il corpo e lo spirito.

Detto questo, un po’ di storia non fa male: nel II sec. san Giustino cita l’uso pastorale già consolidato di inviare ai fedeli assenti dalla Messa per motivi di lontananza dalla chiesa, o perché infermi, la particola consacrata, per potersi comunicare. Nelle parrocchie si conservava il SS. Sacramento in un luogo diverso dall’aula eucaristica.

Al tempo della Controriforma, si affermò l’uso del Tabernacolo, collocato nei pressi dell’altare, per sottolineare che la presenza reale non finisce con la fine della celebrazione, ma è irreversibile, una verità alla quale molte confessioni protestanti non credono tutt’oggi.

La pratica dell’adorazione eucaristica nacque formalmente l’11 settembre del 1226, ad Avignone, come segno di ringraziamento per la vittoria ottenuta contro i Catari e gli Albigesi; in quell’occasione il Re Luigi VII di Francia ordinò che le Sacræ Species fossero esposte in cattedrale. Tale fu il concorso di fedeli, che il Vescovo Pierre de Corbie continuò l’adorazione in modo perpetuo.

Grande impulso alla devozione eucaristica fu dato dal famoso miracolo di Torino. Nel luogo ove si era verificato venne edificata l’omonima chiesa del Corpus Domini, e Papa Clemente VIII, il 25 novembre del 1592, istituiva le Quarant’ore perpetue, usanza inizialmente solo romana, poi estesati in tutta la chiesa. Nel 1792 la pia devozione fu violentemente interrotta dal caos della Rivoluzione Francese, e venne ripristinata definitivamente trent’anni dopo.

Ripeto per l’ultima volta che altro è la liturgia eucaristica, altro la devozione al SS. Sacramento: ricordando sempre il motivo che ha portato nostro Signore a donarci l’Eucaristia, preghiamo e alimentiamo la speranza che i fedeli che partecipano al banchetto del Corpo e del Sangue di Cristo vivano poi coerentemente alla Comunione che hanno ricevuto, intessendo relazioni improntate ad autentica comunione vicendevole.

Preghiamo anche affinché vengano al più presto abbattute le barriere architettoniche – consentitemi l’espressione -, a causa delle quali non tutti i fedeli possono ricevere questo grande Sacramento, cibo indispensabile per la vita di ogni cristiano.

Fonte:https://www.qumran2.net/