padre Gian Franco Scarpitta ” Il Regno nonostante l’uomo”

11a Domenica del Tempo Ordinario – Anno B
Marco 4,26-34

I pomodori, quando ben piantati, concimati di zolfo e coltivati con costanza e dedizione, cominciano a crescere e a maturare fino ad assumere improvvisamente il loro colore, senza che nessuno si accorga di come avvenga la trasformazione. Le lattughe, quando siamo ben innestate sul terreno, crescono e maturano fin quando, senza che nessuno veda come, assumono la forma tondeggiante e invitante che le rendono commestibili. Un girasole, quando esposto in una posizione soleggiante e quando sia ben irrigato a un certo punto mostra la sua alba gialla. Verdure e ortaggi maturano insomma man mano che li si cura, e tuttavia la loro trasformazione avviene non a vista d’occhio, ma a sorpresa, in un momento in cui noi non ce lo aspetteremmo.

Allo stesso modo Gesù, che fa uso di parabole e similitudini nei suoi discorsi, sembra descrivere la realtà del Regno di Dio: qualcuno semina, irriga, fa crescere e finalmente il frutto matura e lo si può raccogliere per poterne godere. Il Regno di Dio è la realtà che Dio stesso ha immesso dentro di noi; essa viene lasciata crescere e maturare non senza la nostra collaborazione. Dio semina, irriga, coltiva e assieme al nostro operato e non senza la nostra spontanea partecipazione fa crescere e maturare in noi la realtà del Regno perché essa possa fruttificare e di essa si possa copiosamente raccogliere. Solo Dio può immettere il seme nel terreno e farlo maturare. Nella prima lettura si evince proprio questo: a differenza del re Nabucodonosor di Babilonia che ha “disseminato” dispersione deportando gli Israeliti solamente per una forma di predominio personale, Dio è propenso invece a gettare il seme per costruire e non per distruggere. Solamente Lui può seminare ai fini di far maturare e raccogliere. E la semente è sempre quella del Regno, ossia la presenza di Dio stesso fra di noi, della sua Parola immessa nel nostro animo, della sua presenza convincente ed esaltante. Soprattutto, il Regno è il presenziare di Dio stesso nelle parole e nelle opere di Gesù Cristo. Frutti del Regno sono la pace, la giustizia, l’armonia, la concordia e ogni altro valore che scaturisca dalla fede e dalla speranza. Se tuttavia l’uomo, depositario di questa semente gettata, non sgombra la propria aia dai detriti, difficilmente la realtà del Regno di Dio può prendere corpo. Occorre che l’animo umano corrisponda al dono di Dio, che il nostro terreno interiore sia fertile di accoglienza, umiltà, predisposizione, sollecitudine all’ascolto e all’interiorizzazione, perché possiamo godere tutti delle buone prerogative del Regno. Il Regno di Dio, proprio come le piante e gli ortaggi, cresce nel silenzio ed è una realtà misteriosa ma non per questo avulsa e distaccata dalla nostra realtà. Dio semina, fa crescere e conduce a maturazione, ma non s’impone all’uomo: rispetta la sua libertà di collaborare o meno alla crescita di questo seme. E questo è anche il motivo per cui Gesù parla ad alcuni in parabole mentre ai suoi discepoli spiega ogni cosa: perché Lui è la presenza definitiva di Dio, il Regno vero e proprio che si è realizzato nell’incarnazione, la realtà innovativa che Dio è venuto ad apportare nella storia; tuttavia spetta all’uomo aderire con coraggio alla realtà del Regno, adoperandosi affinché questa prenda corpo e si sviluppi, come farebbe un bracciante agricolo o un agricoltore premuroso. I discepoli sono già ben disposti almeno all’accoglienza di Gesù, sono appunto suoi discepoli, hanno accettato in lui il Messia e gli sono sottomessi. Pongono domande, lo interrogano, lo interpellano in ogni caso. E allora ad essi Gesù può parlare in senso diretto oppure spiegare il significato di ogni allegoria. Cosa che non può fare con coloro che si ostinano a non credere nella sua parola e nel suo messaggio, che stentano ad ammettere la verità oggettiva su di lui. Essi “guardano senza vedere e ascoltano senza intendere né capire”(Mt 13, 10 e ss), accecati come sono dal loro falso orgoglio e dalla presunzione. Come direbbe Paolo, coloro che respingono Gesù non meritano un messaggio diretto perché “imparano continuamente, ma senza mai pervenire a una piena conoscenza della verità”(2Tm 3, 7). Ad essi il vangelo viene annunciato, ma oltre che ascoltare devono essi stessi comprenderne la portata e l’efficacia e il racconto parabolico, quale accostamento fra un racconto e il suo significato, può comunque essere per loro una via di accesso.

L’uomo può quindi collaborare all’opera di Dio o restarne avulso e refrattario; può accogliere Gesù nella sua realtà totalizzante o respingerlo o assumere di lui solo quello che conviene. Può aderire pienamente al Regno e farsene latore agli altri, ma può anche non lasciarsi toccare per nulla dalla pienezza del dono divino. Tuttavia nulla distoglie Dio dal coltivare il suo terreno, dal gettare il seme per concimare, apportare frutto e finalmente raccogliere in ogni caso. Con o senza la collaborazione dell’uomo, Dio realizza sempre il suo Regno e non mancherà di mettere mano alla falce per mietere in abbondanza.

Giungerà l’epilogo della nostra storia ingloriosa dove Gesù Cristo raccoglierà tutti i frutti che egli stesso ha comunque seminato e dei quali potrà godere solamente chi avrà avuto la pazienza dell’agricoltore. Cioè l’aspettativa fiduciosa della speranza, della fede e della perseveranza poiché anche di pazienza e di speranza è costituito il frugiferare del Regno di Dio. La mietitura sarà motivo di gioia per quanti avranno accolto la realtà del Regno in Gesù Cristo, ma anche adesso, nella vita presente, è motivo di gioia vivere della comunione con il Signore nonostante le avversità del terreno arido e ostile dell’uomo. Tutte le volte che l’uomo vive l’esperienza di Dio, lì c’è mietitura gioiosa e ricchezza di frutti; sia che l’uomo lo accetti, sia che lo rifiuti, il Regno infatti sussiste sempre nella persona e nell’opera di Gesù.

Il Regno di Dio è peraltro paragonabile a un piccolo granello di senape che una volta immesso nel terreno cresce e si sviluppa fino a diventare un albero frondoso e imponente che diventa utile perfino agli uccelli che fanno il nido alla sua ombra. E’ qualcosa insomma che da minuscolo è irrilevante diventa grandioso e invitante per tutti; l’epilogo glorioso dell’umiltà e del nascondimento. La grandezza che assume chi è stato costretto a restare a lungo piccolo ed esile. Dio non mancherà quindi di “rovesciare i potenti dai troni ed esaltare gli umili”, perché proprio dall’umiltà si traggono tutte le virtù del Regno.

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