PAOLO MONZANI”Svegliarsi da un incubo”

XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)  (27/06/2021)

Vangelo: Mc 5,21-43

Stai dormendo profondamente, con quel senso di essere lontani da tutto. Voci lontane, dal suono indistinto accompagnano il tuo sonno. Ma le voci diventano sempre più forti, il trambusto più vicino, quel brusio lontano è ora di fianco a te e ha le note della rabbia, della paura e del lamento. Senti che dovresti alzarti, ma non ci riesci: resti nel tuo sonno, non riesci a muovere un muscolo, mentre la confusione e la paura sono sempre più vicini. Ti senti soffocare, ti senti finire, senti la minaccia da tutte le parti e non puoi fuggire.

È un incubo dei peggiori e, quando finalmente il sonno che ti immobilizza spezza il suo assedio, respiri forte e ti guardi intorno con gli occhi pieni di sconcerto, con ancora il dubbio di essere davvero in salvo. Trovi gli occhi comprensivi di qualcuno che è venuto a fianco a te durante questo incubo, qualcuno che ti tiene la mano per calmarti per risollevarti. Finalmente è finita.

Forse ha vissuto questo incubo la bambina del capo della sinagoga. Forse anche a lei è sembrato di svegliarsi da un incubo quando ha udito quelle parole,

Talità kum!

e un tocco leggero prenderle la mano.

Un incubo lungo dodici anni ha vissuto la donna piagata da un continuo flusso di sangue. Una malattia due volte dolorosa: per la sofferenza fisica del sangue perduto e per l’infamia sociale che ne derivava. Per la cultura ebraica del tempo, come anche per tante culture tradizionali, la perdita di sangue legata al ciclo mestruale determinava impurità: non si poteva toccare una donna in quello stato, che doveva rimanere dunque isolata dal resto della società.

Un incubo lungo dodici, non alleviato, ma anzi persino aggravato dai dottori:

aveva molto sofferto per molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando.

Due incubi differenti, quello della donna e della bambina, eppure simili. Due donne, due persone senza diritti nella società, ferite nel loro stesso corpo, impotenti, segnate da un medesimo inizio: dodici anni prima era venuta al mondo gridando la bambina, dodici anni prima era cominciato il flusso di sangue inarrestabile.

Una vita che diventa un incubo è una vita contro il sogno di Dio, come dice anche, con le sue parole lente e misurate, il libro della Sapienza:

perché Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte, né il regno dei morti è sulla terra.

Un incubo che è presente attorno a noi: in tante persone che soffrono, in tante persone che sono prostrate dalla vita. E anche noi accade talvolta di sentirci come in incubo, incapaci di uscire, incapaci di reagire, incapaci di salvarci da un’esistenza che pare soffocarci e dissanguarci.

Non viene da Dio questo incubo. Dio non gode della nostra rovina e della nostra sofferenza, non ha sete del nostro sangue. Vecchie spiritualità ci hanno insegnato che il dolore fa bene all’uomo, ma questo non è vero,

perché Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto immagine della propria natura.

E infatti Gesù viene a portare salvezza alla vita di queste due infelici. Cerca la donna che perde sangue non per rimproverarla della sua azione (che pure è una trasgressione della legge, perché lei non avrebbe potuto toccare nessuno), ma per darle sollievo:

Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male

E con ancora più dolcezza rialza la ragazza “addormentata”, per restituirla ai genitori, come raccomandandosi di far piano per disturbare il suo riposo.

È una voce che risuona anche oggi. Forse, troppo sprofondati nel nostro sonno, non la riusciamo a sentire, ma essa risuona per ogni uomo e ogni donna, e anche per noi:

Fanciulla, dico a te: alzati!