Don Marco Ceccarelli Commento XIV Domenica Tempo Ordinario

XIV Domenica Tempo Ordinario “B” – 4 Luglio 2021
I Lettura: Ez 2,2-5
II Lettura: 2Cor 12,7-10
Vangelo: Mc 6,1-6

  • Testi di riferimento: Is 6,9-10; 40,29-31; Ger 11,21; 12,6; 29,26; Ez 3,17-21.26-27; 12,2-3; Am
    7,12; Sap 2,11; Mt 10,12-14.40-42; Mc 3,21-22; Lc 2,34; 4,23; 16,29-31; Gv 1,11-12; 4,44; 7,3-
    5.41; 10,20; At 4,18-20.25-31; Rm 8,26; 1Cor 2,3; 4,10; 2Cor 10,10; 11,30; 13,4; Ef 6,10; Fil 4,13;
    1Pt 4,13-14
  1. Seconda lettura: la forza e la debolezza.
  • Paolo racconta, in questi pochi versetti della seconda lettura odierna, una sua esperienza che è di
    capitale importanza per chiunque. Egli chiede a Dio ripetutamente di rimuovere da lui “una spina
    nella carne”, qualcosa che gli procura profonda sofferenza; ma Dio non lo esaudisce. Gli rivela però
    che quella debolezza che Paolo sperimenta è importante per lui; ed egli imparerà ad accettarla. Per
    “debolezza” non si deve intendere il peccato; questo non va mai accettato, ma combattuto. La debolezza è quella fragilità insita nella condizione umana, che fa parte del nostro essere soggetti a problemi, sofferenze, tentazioni. È qualcosa che ci piacerebbe togliere di mezzo, perché ci impedisce di
    gestire le cose come noi vorremmo; che anche ci impedisce di realizzare al meglio – così pensiamo
    – la stessa opera di Dio. Tutti siamo soggetti alla debolezza, alla fragilità; siamo sottoposti alla tentazione, a forme di precarietà fisiche, psicologiche, spirituali. Non sempre, o quasi mai, ci sentiamo
    “in forma” anche soltanto dal punto di vista spirituale; ci sentiamo spesso in pericolo per quanto riguarda la fede. Vorremmo avere in genere più forze di quanto ne possediamo, in tutti i campi. E con
    il passare degli anni sentiamo aumentare il peso della nostra debolezza. Il mondo consiglia di nascondere la debolezza ad ogni costo, perché è ritenuta una vergogna. Così occorre la palestra, il lifting, e quant’altro; occorre mostrarsi forti, in salute ed efficienti. L’assioma della nostra epoca può
    essere descritto con una espressione usata dagli empi in Sap 2,11: «La debolezza risulta inutile!».
    Allora è molto preziosa l’esperienza di Paolo il quale è arrivato a capire che invece la nostra debolezza è il luogo dove Dio agisce; il luogo dove Dio manifesta la sua forza. Occorre perciò, come
    Paolo, imparare ad accettare la nostra realtà di debolezza, perché è proprio in tale realtà che si sperimenta la forza di Dio. Ed è di questa forza che noi abbiamo bisogno.
  • Affinché la potenza di Dio, cioè lo Spirito Santo, dimori in noi occorre accettare la debolezza, la
    nostra precarietà, incapacità, inutilità. Non per compiangerci narcisisticamente, ma per alzare gli
    occhi a Colui che ha il potere di realizzare ogni cosa, di renderci forti con Lui. Cristo stesso si è fatto debole all’estremo e non ha usato la forza umana per realizzare i suoi scopi. E nella sua debolezza la potenza di Dio si è manifestata al massimo grado. «Egli fu crocifisso per la sua debolezza, ma
    vive per la potenza di Dio» (2Cor 13,4).
  • “Affinché non mi insuperbissi” (v. 7). Le grazie che Dio ci dà in funzione della vita cristiana e
    della missione possono farci montare in superbia e perderci; sperimentare la debolezza ci salva da
    questo pericolo. Conoscere la nostra debolezza ci salva dal metterci in situazioni di rischio. Chi si
    crede forte, chi presume di saper dominare se stesso, le situazioni pericolose, cadrà come un fesso
    nelle mani del demonio. Le carceri e i cimiteri sono pieni di gente che pensava di essere forte, di
    sapere dominare se stesso. Per questo possiamo capire l’affermazione: «Quando sono debole è allora che sono forte» (2Cor 12,10). Chi ha l’esatta cognizione della propria precarietà starà attento a
    non mettersi in pericolo; starà sempre unito a Colui da cui solo gli può venire la forza. Allora anche
    lui, come Paolo, potrà dire: «Tutto posso in Colui che mi dà la forza» (Fil 4,13), perché con Dio tutto è possibile.
  1. Il Vangelo
  • Chi è Gesù? Che il tema centrale di Mc sia quello riguardo l’identità di Gesù appare di nuovo
    nell’episodio del brano di Vangelo odierno in cui i suoi concittadini ritengono di sapere bene chi lui
    sia. E tuttavia quell’elenco di cinque domande che essi si pongono davanti al loro compaesano servono al nostro evangelista – non senza una venatura ironica – per mettere in luce tutta la loro difficoltà. Continua così la sfida di Mc nel richiamare i suoi lettori ad interrogarsi seriamente su questo
    personaggio davanti al quale, pur pensando di conoscere, forse invece si è ancora ciechi. Chi meglio
    ritiene di conoscere Gesù più facilmente rischia di sbagliarsi nei suoi riguardi. Quando pensiamo di
    conoscere bene qualcosa è proprio allora che forse ci fermiamo soltanto all’apparenza e manchiamo
    di coglierne tutta la profondità. È come quando ascoltiamo un passo biblico che conosciamo a memoria e che, proprio perché lo conosciamo, ci passa sopra senza dirci più nulla. Cristo non può mai
    diventare una persona ovvia, scontata, che ormai conosciamo e che quindi non ha più niente da dirci.
  • La sapienza e il potere di Cristo (v. 2). I concittadini di Gesù commentano con una serie di affermazioni-domande di tono beffardo quanto hanno sentito dire da lui o su di lui. Gesù è uno che ha
    vissuto molti anni facendo un lavoro artigianale (e quindi non intellettuale), un lavoro manuale che
    sicuramente non gli ha permesso di dedicarsi allo studio della scienze profane e teologiche. I suoi
    compaesani lo sanno bene, perché lo conoscono. Perciò per loro egli è uno che pretende di essere
    qualcosa che non gli spetta. Che sapienza può mai avere? Che pretesa ha di insegnare e commentare
    le Scritture? Uno che agisce in questo modo non può che essere uno squilibrato, come i suoi parenti
    avevano detto in Mc 3,21. Se tale sapienza è contraffatta allora significa che anche i suoi prodigi, i
    suoi miracoli devono essere fasulli. Nell’Antico Testamento sapienza e potenza vanno spesso insieme (Ger 10,12; 51,15; Dn 2,20.23; 7,14; cfr. anche 1Cor 1,21). Perciò la “falsa” sapienza di Gesù
    lo qualificherebbe come “falso” operatore di miracoli. Così risentiamo implicitamente quella calunnia manifestata dagli scribi in Mc 3,22 per cui egli opererebbe miracoli per mezzo del principe dei
    demoni. Dunque le domande riguardo a Gesù sono la manifestazione dell’incredulità nei suoi riguardi. La pretesa di conoscere l’identità di Cristo diventa un ostacolo insuperabile, uno skandalon
    (v. 3) che ci impedisce di accogliere la sua sapienza e la sua potenza, di conoscere la volontà di Dio
    che egli, in quanto profeta, è venuto a farci conoscere. Ciò significa che davanti a Gesù chiunque di
    noi, anche chi può sostenere di conoscerlo meglio di tutti, ha bisogno di mettersi in un atteggiamento di umiltà per lasciare che Dio stesso ci illumini sulla sua vera realtà.
  • “E lì non poteva compiere nessun miracolo” (v. 5). L’incredulità impedisce a Gesù di compiere
    miracoli, proprio nella sua patria. Non di rado chi è più vicino a Cristo, chi più pensa di conoscerlo
    – perché è un cristiano praticante – corre il rischio di sperimentare meno di altri la potenza di Cristo. Egli ha potere di sanarci, di guarirci dalle nostre infermità (i.e. i nostri peccati). Eppure forse
    non lo si crede veramente. E mentre altri che sono più lontani vengono magari guariti, noi che siamo suoi vicini rimaniamo sempre nella nostra mediocrità.
  • Il profeta rifiutato. Gesù è respinto, non è creduto, dal suo ambiente familiare (la sua patria, i suoi
    parenti, la sua casa: v. 4). In questo si realizza la sua missione di profeta. Egli dovrà essere rigettato
    completamente, con la sua morte in croce, dal suo ambiente familiare, in tutte le sue forme. Egli
    realizza così in pieno la figura del servo di Jahvè descritta in Is 53,3: «Disprezzato e rifiuto degli
    uomini …». Attraverso di questo rifiuto tuttavia genererà una discendenza (Is 53,10). Dal rifiuto dei
    suoi familiari, Gesù realizzerà la nuova famiglia dei credenti in lui, di coloro che sono suoi fratelli e
    sorelle perché compiono la volontà di Dio (Mc 3,35), quei discepoli che verranno come lui inviati
    (vangelo della domenica prossima) per continuare la sua missione profetica nel mondo. Il rifiuto del
    Vangelo non impedisce a Cristo (e ai suoi discepoli) di continuare la sua missione fra gli uomini (v.
    6). Cristo presente nella Chiesa continua la sua missione fino alla fine dei tempi nonostante il rifiuto
    e le persecuzioni che sempre si manifesteranno; «ascoltino o non ascoltino, sapranno che un profeta
    è in mezzo a loro» (prima lettura).

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