Maria Ignazia Angelini”Inguaribile meraviglia. Il profeta e il villaggio”

XIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)  (04/07/2021)

Vangelo: Mc 6,1-6

«Si stupiva della loro incredulità» (Mc 6, 6). Inguaribile sorpresa di Dio. Non è per caso che nella narrazione di Marco non si racconta il nascere di Gesù. L’impatto con il villaggio dell’infanzia, per Gesù avviene soltanto molto dopo che egli è uscito da Nazaret verso il Giordano (Mc 1, 9). Dopo che è sconfinato in terra pagana, ha guarito le infermità di molti, dei maledetti, degli intoccabili: allora torna in patria. Tra i compaesani, Gesù non ha dimora, viene (cfr. anche Gv 1, 11) seguito dai discepoli, divenuti per lui fratello, sorella, madre (Mc 3, 35). Viene e incontra i concittadini; non in casa, in sinagoga: là dove si ascolta la Parola di Dio per fare la sua volontà, per intendersi verso un nuovo linguaggio, altro dal chiacchiericcio nativo. Potrà darsi, o no, il riconoscimento? L’ascolto passa per la trasformazione dei legami. Per ascoltare è necessario convertirsi. «Stupore di un amore», sintetizzava frère Roger.

Viene Gesù tra i suoi: è un inizio. Qui (l’unica volta) si qualifica profeta. Colui che dà carne alla Parola di Dio non ha un linguaggio astruso: radica la Parola nell’umano, nei suoi legami nativi. Ma la Parola è “altra” dalle dicerie: apre futuro. Infrange luoghi comuni. La profezia spalanca gli spazi domestici, innova narrazioni. «Ascoltino o non ascoltino, sapranno che c’è, in mezzo a loro, un profeta». È una presenza che accade, sempre viene, irrompe, sorprende — e corregge ogni affetto rapace, ogni legame che pretende di possedere. Il profeta dà carne alla Voce che chiama “fuori”, ad un’alleanza radicata sul Regno che viene, spinge fuori — piuttosto che su una “patria” che rinserra, censisce e difende i confini.

I concittadini sono esterrefatti, come accadrà più volte alle folle, e anche ai discepoli. Un eccesso è il parlare del Profeta, un impossibile che rovescia i paradigmi assodati. Eppure, Gesù ha appreso tra loro, dai legami nativi, a parlare. Lo scandalo dei suoi vicini di casa — intessuto di luoghi comuni e dicerie — si concentra in una domanda dura e chiusa (Gv 7, 27; 9, 29): “da dove?”. Domanda di chi è sicuro, sulle difese del proprio territorio; non cerca risposta, ma insinua il sospetto sull’origine. Come la prima “diabolica” domanda giunta ad orecchio umano (Gn 3, 1). La domanda, menzognera alla radice, che impietrisce la profezia, ne esautora la passione di verità: «Lì non poté compiere nessun prodigio».

Eppure, Dio resiste nello stupore presago: la profezia è passione di appartenenza. Primi destinatari del profeta sono proprio i compaesani: «… è cresciuto come un virgulto in mezzo a noi. E noi, disprezzatolo, non ne avevamo alcuna stima» (Is 53, 2.3). Il profeta viene tra i suoi, appartiene, è fedele ai legami da cui ha attinto il linguaggio dell’umano. È per eccellenza prossimo; seppure viene lasciato solo, trattato come straniero. «Guardai: nessuno» (Is 63, 5). Il Profeta introduce, così, nel filo degli eventi, nelle saghe di famiglia, nelle narrazioni patriottiche, un fattore di irriducibile alterità. La profezia fa straniero colui che la incarna, ancor prima ch’egli pronunci parola. Ma è accolta dai poveri — da chi si converte da tutti i legami rapaci e dalle certezze petulanti. Per intendere la profezia, per portarne lo stigma nella carne, è necessario farsi stranieri e pellegrini.

Eppure, e proprio così, la parola che esce dalla bocca di Gesù è una buona notizia, sempre, anche e soprattutto nell’ora in cui la profezia si rivela parola ferita e parola che ferisce. Parola generativa di nuovo legame: fratellanza nuova — capovolge e rigenera il villaggio, ha in sé la mirabile forza di ridisegnare il mondo degli umani. Quei legami ricevono potenza di ritessere la trama della storia, sciogliere l’enigma dei tempi, posarvi lo sguardo di chi patisce Dio, mangia la sua Parola. Annuncia l’aurora.

Quelli a cui ti mando, testardi — dice Dio al suo profeta (Ez 2, 4) —, sono tuttavia “figli”. Tu, fatto straniero in mezzo ai tuoi, stordito, cinto di catene, attraverso paralisi e afasia, schiuderai nella valle desolata l’orizzonte della nuova, inaudita alleanza. E Dio, stupito, a guardare.

di Maria Ignazia Angelini
Abbazia di Viboldone

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