Battista Borsato”Missione non religiosa”

XV Domenica  del  T.O. 

Missione non religiosa

La fede non è una scelta individuale, ma comunitaria.

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare tuniche.

E diceva loro: “Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro”. Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

(Mc. 6, 7-13)

Prima di inoltrarmi per scovare alcuni messaggi sottesi in questo brano del Vangelo, vorrei rilevare che Gesù nel Vangelo di domenica scorsa era tornato in patria e si era messo ad insegnare nella sinagoga. Invece di essere trionfalmente accolto dai suoi paesani, viene decisamente rifiutato, perché non riconoscono in lui nulla di straordinario o di divino: è troppo umano! È un falegname, i suoi fratelli e sorelle sono conosciuti e non hanno nulla di speciale. Così deve essere pure Gesù. La sua fama non può essere che apparenza senza sostanza. Quindi Gesù è respinto e rifiutato dal suo paese e dalla sinagoga. E il testo del Vangelo prosegue dicendo che Gesù percorreva i villaggi d’intorno insegnando.

Rifiutato e contestato dai suoi, Gesù percorre i villaggi d’intorno per predicare la buona notizia.

Il rifiuto non ha spento il suo ardore, anzi l’ha aumentato. Il rifiuto ha fatto in modo che egli non si chiudesse dentro i confini della sua patria, ma ne uscisse, che non si fermasse nelle sinagoghe, ma percorresse villaggi e strade sconosciuti. Sono molti i profeti e i personaggi che hanno trovato nel rifiuto la forza di aprirsi per esplodere in scelte inedite. Certe sconfitte e delusioni possono diventare aperture di strade nuove. Gesù passa dalla sinagoga alla strada dove incontra la realtà della vita e delle persone.

  • “Chiamò a sé i dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri”.

Partono i dodici a due a due e non a uno a uno. Il Vangelo non è un libro individualista, ma comunitario. Anche la fede non è una scelta individuale, ma comunitaria. Essa nasce e cresce insieme. Certo la persona ha una sua libertà e responsabilità, ma questa viene ravvivata dall’altro, dal di fuori. Scrive Martin Luther King: “Noi non ci salveremo da soli, ma insieme, non ci libereremo da soli, ma insieme”.

  • Dà potere sugli spiriti immondi.

Gesù in più parti dei Vangeli manda i suoi discepoli in missione, cioè ad allargare ciò che egli diceva e faceva. E quando li invia, dà loro il “potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire da ogni malattia e ogni infermità” (Mt 10,1; Lc 9,1). Le malattie erano considerate come portate da spiriti impuri, chiamati anche demòni. Quindi l’espulsione di demòni e la guarigione di malattie erano la stessa cosa in quella cultura.

Matteo aggiunge ancora con più chiarezza: “Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni” (Mt 10,7-8). La missione dei discepoli e degli apostoli non fu dunque pensata da Gesù come una missione religiosa o dottrinale, ma come una missione umanizzante, sanante, destinata a dare vita. E quindi a rimediare alla sofferenza di tutti quelli che si sentivano limitati, minacciati, oppressi dal dolore, dalla malattia o dal pericolo di morire.

Da ciò si deduce che la preoccupazione più forte di Gesù era porre rimedio, per quanto possibile, alle disgrazie e alle miserie del popolo. Per questo Gesù non disse ai suoi discepoli di andare in cerca dei peccatori per convertirli dai loro peccati, ma li mandò a cercare i malati, per guarirli dalle loro sofferenze.

E qui spunta un’altra sconcertante prospettiva: Gesù è salvatore non tanto per l’aldilà,  ma  per l’aldiquà, per questa vita.

Non si tratta di negare l’aldilà, ma di riscoprire che l’etica cristiana è orientata soprattutto a promuovere la vita presente e di conseguenza la felicità.

  • “Se non vi ascoltassero andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi”.

Certo l’annuncio della buona notizia non è detto che tutti lo accolgano. Come non hanno accolto Gesù, così pure ci saranno persone e ambienti che si chiudono e non accolgono il messaggio del Vangelo. Che cosa fare? Insistere? Forzare o peggio minacciare? Gesù dice semplicemente di andarsene e di andarsene senza ira, né odio. La libertà di accogliere va sempre rispettata. Che senso avrebbe un’accoglienza imposta? Che significherebbe una fede costretta? Andarsene per andare verso altre persone e situazioni più disponibili, che sentono il desiderio di mettersi in questione e che amano la ricerca.

Anche l’espressione “scuotete la polvere sotto i vostri piedi” non indica un gesto di stizza e di sgarbo verso le persone non accoglienti, ma vuol dire: “Noi vogliamo andarcene ma non vogliamo portarci via la polvere che si è attaccata ai nostri piedi. Non vogliamo proprio nulla. Siamo arrivati con nulla e con nulla partiamo”.

Forse a mio modo di pensare, nei nostri ambienti, nelle nostre comunità abbiamo mostrato e mostriamo un eccessivo quasi accanito interesse a convertire le persone. Esterniamo così la voglia di fare proseliti o aderenti più che il desiderio di comunicare messaggi e valori. Rischiamo di forzare l’adesione alla proposta cristiana.

La frenesia del “proselitismo” non può essere una delle cause del rifiuto della chiesa e della non considerazione dei valori che essa propone?

Un atteggiamento e un parlare più distaccato e quasi disinteressato, non potrebbero renderci più rispettosi e credibili? L’importante non è essere creduti, ma credibili.

  • “Non prendete … né pane, né sacca, né denaro …”.

Per Gesù la testimonianza della vita è più importante della testimonianza della parola. E questo non l’abbiamo ancora capito. In questi ultimi trent’anni abbiamo parlato di evangelizzazione, di nuova evangelizzazione, con convegni, libri, mentre abbiamo dedicato poca attenzione al “come” si vive ciò che si predica. Sempre a cercare come si predica, sempre impegnati a cercare nuovi contenuti della parola, abbiamo trascurato la testimonianza della vita: e i risultati sono leggibili, sotto il segno della sterilità.

Due piccoli impegni

  • Riscoprire che la fede è un’avventura comunitaria.
  • Offrire uno spazio perché la fede possa crescere, ma senza sforzarla.