Tonino Lasconi”La fede su strada”

XV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)  (11/07/2021)

Vangelo: Mc 6,7-13

Il rischio di sempre dei credenti è consumare la fede nel tempio.

La prima lettura ci propone un episodio accaduto in Palestina centinaia di anni prima di Cristo., nel regno del nord, quando, in un periodo di benessere e di espansione, il tempio era diventato luogo di guadagni e di traffici per niente devoti e in armonia con le finalità spirituali. Per cambiare la situazione, era arrivato dalla campagna Amos, un «mandriano e coltivatore di sicomori», “preso” dal Signore e inviato a predicare: «Va’, profetizza al mio popolo Israele». L’uomo aveva accettato con fatica la missione, ma poi con uno stile assai poco raffinato, aveva gridato contro le storture, chiamando alla conversione. Amasia, sacerdote del santuario del re e custode del tempio non aveva per niente gradito l’irruente profeta, e gli aveva proibito di predicare: «Vattene, veggente, ritirati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno». Qui è tutto a posto. Il santuario è in ordine, le funzioni solenni. Lasciaci in pace. 

Amos parla anche a noi

C’è un nesso tra questo episodio della Bibbia e il nostro tempo e la nostra vita? Certamente sì. Il contrasto tra il profeta Amos che parla a nome di Dio, e il sacerdote Amasia che gestisce i riti e le cerimonie del tempio senza preoccuparsi che essi siano in conformità con la vita reale, ci coinvolge pienamente e profondamente. Egli parla anche a noi, invitandoci a verificare se anche noi siamo dentro a quello che è stato ed è il problema di sempre della fede: la corrispondenza tra ciò che si crede e ciò che si fa. Che oggi tra il dichiararsi credenti e cristiani e il vivere come tali ci sia la stessa differenza che c’era a Betel al tempo di Amasia è sotto gli occhi di tutti. Non soltanto tra i politici e i personaggi famosi, pronti a citare il Vangelo e ad esaltare il Papa, se può servire al consenso e alla popolarità, ma velocissimi a schierarsi contro la Chiesa se il vento cambia direzione; ma anche tra di noi praticanti, dove è normale affermare che se il Papa la pensa così io la penso cosà; che la convivenza e il matrimonio sono la stessa cosa; che la vita sarà sacra ma è la mia e ne faccio ciò che voglio; che va bene amare il prossimo, basta però che non venga a invaderci con i barconi… È superfluo continuare gli esempi perché ognuno di noi ha il suo elenco. Amos, come tutti i profeti, condannò duramente Amasia e il suo modo di intendere la fede in Dio chiusa nelle cerimonie e nei riti del tempio. Lo stesso ha fatto Gesù: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle» (Mt 23,23). Amos quindi parla anche a noi, magari con le parole dell’apostolo Giacomo, simile a lui nello stile e nel linguaggio: «A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? La fede senza le opere è morta» (Cfr. Gc 2,14-17).

Gesù manda anche noi

Altrettanto lontano dai nostri attuali problemi di fede può apparire Gesù che: «chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche». Consegna importantissima per la Chiesa, per una conversione che papa Francesco sta cercando con tutte le forze di realizzare in un’operazione di snellimento di “pane, sacca, denaro, tuniche a doppio” per rendere più limpido, credibile, efficace l’annuncio del Vangelo. Cosa importantissima, ma certo non per noi, bensì per i “Dodici” di oggi: il papa, i vescovi, i preti e i religiosi. Noi “cristiani semplici” possiamo aiutarli al massimo con la preghiera, ma per il resto cosa possiamo fare? Non è così. Nei Dodici ci siamo anche noi, perché la consegna di predicare il Vangelo è per tutti coloro che credono in Gesù e si riconoscono nella sua Chiesa. Possiamo anzi dire che oggi l’invio di Gesù ad annunciare il Vangelo vale più per noi che per il Papa, i vescovi e i sacerdoti. Essi, infatti, predicano dentro le chiese a chi in qualche modo la fede già ce l’ha, ma spesso non sono in grado di portare la parola di Dio su strada, tra la gente che non la conosce. È qui, dove noi viviamo e operiamo che ciascuno è inviato come Amos e come i Dodici a invitare la gente a convertirsi con una fede più convinta e una testimonianza più limpida.

Fonte:https://www.paoline.it/


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