padre Gian Franco Scarpitta”Decidersi con fede sul Pane”

XXI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (22/08/2021)

Vangelo: Gv 6,60-69

Dopo la parentesi su Maria Assunta, che per aver creduto e sperato nel suo Figlio Pane Vivo ha meritato la maggior gloria, si riprende adesso il seguito del discorso sullo stesso Pane, quale Gesù mostra e commenta di essere. Ha parlato a una moltitudine di astanti che pendevano dalle sue labbra, ha sfamato quella turba di gente moltiplicando cinque pani d’orzo e due pesci e ha poi edotto gli increduli Giudei sul senso reale di quel prodigio: “Io sono il pane vivo disceso dal Cielo”, mangiando del quale non si avrà più fame. Il discorso di Gesù non è certo facile a comprendersi perché occorre assumerlo con disinvoltura, fiducia e apertura del cuore eccezionale, senza recalcitrare, ma disponendosi ad accogliere deliberatamente queste parole insolite che, in determinati ambiti di miscredenza, possono essere giudicate assurde, inverosimili e strabilianti. Credere in Gesù come alimento materiale oltre che metaforico, accettare di dover magiare “la sua carne e bere il suo sangue” può corrispondere ad inesprimibile pazzia o insensatezza; ma Gesù con un segno caratteristico sui pani, con un discorso allusivo perentorio e soprattutto con l’esemplarità della sua persona umile e sottomessa ne ha dimostrato la possibilità e l’efficacia. Ha edotto tutti insomma intorno alla conformità razionale del suo insegnamento; quale potrebbe essere la reazione di coloro che ascoltano, se non quella di una fede radicale., libera e disinvolta? Occorre insomma credere, aderire e rinunciare a bizantineggiare sul mistero proposto da Gesù, omettere qualsiasi ostinazione speculativa. Di fronte a Gesù occorre decidersi risolutamente: o lo si accetta integralmente e senza riserve, o lo si respinge. O si accoglie la sua parola come elemento scaturente dallo Spirito, facendo propria la sua figura e il suo messaggio e senza recalcitrare ai suoi insegnamenti, o si opta per altre soluzioni che immaginiamo più comode e garanti. Come leggiamo nella pagina del vangelo odierna, i discepoli di Gesù preferiscono optare per quest’ultima soluzione: andare via da lui. Nonostante l’evidenza di un miracolo e la sapienza persuasiva di parole eloquentemente divine, preferiscono darsi ad altre risorse di fede, ad altri imperativi etici ben più congeniali per loro. Solo Pietro e gli apostoli ammettono che in Gesù vi sono parole di vita eterna e che al di fuori di lui è illusorio percorrere altre strade. Credere certamente è impegnativo e per certi versi comporta una certa fatica e apprensione; richiede di abbandonare le proprie certezze per assumere la Certezza del Trascendente, di reimpostare la propria vita sulla base non effimeratezze ma di valori rivelati, di non aspirare alla contingenza come fine ultimo, ma come percorso per raggiungere l’eternità. Pascal identificava la fede con una scommessa che vale sempre la pena affrontare: se Dio esiste e io credo in lui, guadagno la salvezza; se Dio non esiste e io credo non perdo (e non guadagno) nulla. Ma se Dio esiste e io non credo, ho perso. Se poi Dio non esiste e io non credo, non perdo e non guadagno nulla. Credere per Pascal in definitiva conviene sempre. E del resto la fede in Dio e in Gesù Cristo sono sempre più convenienti delle superstizioni o di tutte quelle forme di religiosità anche personale e precostituita alle quali si vuol credere a tutti i costi. C’è chi rifiuta la fede in Dio in nome della razionalità, ma si contraddice dando credito alle magie, ai vaticini o ad altre forme di credulità melense. I sociologi affermano che la maggior parte dei movimenti satanici sono frequentati da persone intellettualmente raffinate. Credere in Gesù nella forma in cui questi ci si rivela, è sempre vantaggioso e conveniente.

Ciononostante occorre aderire a Dio con convinzione e radicalità, omettendo riserve e restrizioni e facendo di Dio e di Gesù suo Figlio un riferimento vitale. In conseguenza del discorso del pane vivo disceso dal Cielo, osservando la chiarezza e la perentorietà delle parole di Gesù, occorrerebbe assumere l’atteggiamento degli apostoli: credere e restare, convinti di trovare la via, la verità e la vita.

In ogni caso non è ammissibile una fede frammentaria, episodica o dallo stile usa e getta che la rende convenzionale e proporzionata alle nostre preferenze.

La fede però è pur sempre un atto di coraggio e di disinvoltura decisionale, perché comporta in ogni caso un affidarsi fiducioso e disinvolto che potrebbe essere paragonato a un salto nel vuoto, tipico di un ragno che realizza la propria ragnatela: se non si lancia da un punto all’altro della parete o del soffitto, non può realizzarla con il materiale di cui dispone. Lanciarsi per Dio vuol dire decidersi, ben consapevoli che il credere non comporta poggiare su qualcosa di empirico o di provato, insomma su dati scientifici o su certezze matematiche o empiriche. Credere comporta accettare e aver fiducia su ciò che non ci è dato vedere, ma che tuttavia ci è dato sperare. Il materiale con cui tessere il reticolato però lo possediamo: è la stessa rivelazione di Dio che interpella i nostri cuori, il dono medesimo che Lui ci fa di se stesso, l’amore incondizionato che ci ha usato semplicemente manifestandosi a noi. Ancora di più, è il materiale costituito dal pane vivo del quale siamo invitati a nutrirci.

Occorre fare questo passo, lanciarci con fiducia, oltretutto il paracadute ci è garantito.

Forse questa è la fortezza decisionale di cui mancano i numerosi discepoli del Signore che si allontanano da lui dopo aver inteso dalle sue labbra un discorso “troppo duro”, impossibile a concepirsi per una mentalità chiusa e asettica, irta di pregiudizi da parte di chi condanna a priori l’antropofagia.

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