P. Gaetano Piccolo S.J.”Specchio delle mie brame… Dimmi solo quello che mi piace”

È bene non fare il male, ma è male non fare il bene.

commento di Gv 6,60-69, a cura di Gaetano Piccolo SJ
Sant’Alberto Hurtado

Mi preparo

Chiudo gli occhi,
mi concentro sul momento presente,
libero la mente da preoccupazioni e pensieri,
esprimo interiormente il mio desiderio di stare alla presenza del Signore

Entro nel testo (Gv 6,60-69)

In quel tempo, molti tra i discepoli di Gesù, dissero: “Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?”. Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: “Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. Ma vi sono alcuni tra voi che non credono”. Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E continuò: “Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio”. Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: “Forse anche voi volete andarvene?” Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”.

Mi lascio ispirare

Si racconta che il filosofo Aristippo, discepolo di Socrate, fu molto criticato per essersi inginocchiato davanti al tiranno Dionisio. Aristippo si giustificò dicendo che non era colpa sua se Dionisio aveva le orecchie…nei piedi!

Aristippo aveva ben compreso che gli uomini non amano le parole vere, ma apprezzano le parole compiacenti. Siamo tutti come il tiranno Dionisio! E la comunicazione mediatica lo ha ben compreso. La politica è diventata l’arte di trovare le parole che la maggioranza vuol sentirsi dire. Non importa se siano vere o false, se si realizzeranno e se saranno presto dimenticate. L’importante è che oggi il Dionisio che è in noi sia sazio.

Questo bisogno di conferme ha trovato anche un volto femminile nella strega di Biancaneve, la quale interroga lo specchio per sentirsi confermare nella sua assoluta bellezza. Ma ogni tanto la realtà ci delude e ci rimanda un’immagine meno piacevole del previsto. La realtà talvolta è dura. Magari facciamo finta di non vederla fin quando è possibile, ma arriva il momento in cui ci sbattiamo la testa. E ne sentiamo così tutta la durezza.

Anche i discepoli di Gesù, a un certo punto, sbattono il cuore contro la durezza della parola che hanno ascoltato. La parola di Gesù è dura, come una medicina amara, ma necessaria per guarire. Ci sono infatti parole che danno vita, parole che vengono dallo spirito di Dio. Ma ci sono anche parole che rispondono solo al nostro bisogno carnale di essere saziati. Lo spirito è la vita che è in noi, la nostra parte più profonda, la nostra identità più autentica, il luogo della relazione con Dio. La carne è la nostra dimensione indigente, bisognosa, effimera.

Ci sono perciò due modi diversi di vivere: quello in cui cerchiamo di ascoltare le parole che ci fanno vivere, che ci mettono in discussione, che ci fanno crescere, che ci feriscono, ma che ci guariscono; e c’è un altro modo di vivere, quello in cui andiamo alla ricerca di parole di compiacimento, delle parole che nutrono la nostra immagine, quelle che ci confermano, ma ci illudono. Le parole carnali non saziano e ci lasciano dentro un vuoto che genera insoddisfazione. Le parole dello spirito, nella loro durezza, ci fanno sentire vivi e profondamente consolati.

Come Pietro intuisce, la parole dello spirito sono solo quelle di Gesù, ma sono anche le parole che noi possiamo dire ad altri quando ci lasciamo abitare dallo spirito di Gesù.

Proprio come in una relazione d’amore, all’inizio il cuore è caldo e le parole appaiono tutte indifferentemente dolci. Ci sembra che tutto si possa superare. Ma nel tempo, ogni relazione fa emergere la durezza delle incomprensioni, la fatica di abbandonare qualcosa di sé, il peso delle esigenze dell’altro. E allora ci viene voglia di tornare indietro. Proprio come in un viaggio, quando decidiamo di tornare al punto di partenza perché la strada ci spaventa. I discepoli di Gesù vogliono tornare indietro, preferiscono continuare ad accontentarsi di parole carnali, parole magari più superficiali, parole false, parole ingannevoli, ma sufficientemente saporite per fingere di stare bene.

Tornare indietro, nella relazione con Gesù, vuol dire accontentarsi. Significa cercare di essere ipocritamente corretti, ma senza arrivare mai ad amare. Si arriva ad amare infatti solo quando si ha il coraggio di non indietreggiare davanti alla durezza delle esigenze della relazione.

Ad un certo punto la relazione con Gesù, come ogni altra relazione diventa dura, faticosa, impegnativa, ma è lì che avviene la scelta di diventare discepolo. E non conta neppure il tempo che abbiamo speso dietro a Gesù, perché i discepoli di Emmaus, per esempio, erano arrivati fino a Gerusalemme, eppure decideranno ugualmente di tornare indietro. Così, in una relazione, si può aver camminato insieme per lungo tempo e scoprire poi la fatica di camminare con l’altro. La vita dunque è una continua scelta tra il desiderio di seguire le parole dello spirito e la tentazione di nutrirsi solo di parole carnali.

Gaetano Piccolo SJ

Immagino

Provo a visualizzare la scena, il luogo in cui avviene, i personaggi principali, le parole che si scambiano, il tono delle voci, i gesti. E lascio affiorare il mio sentire, senza censure, senza giudizi.

Rifletto sulle domande

Come reagisci quando qualcuno ti mette in discussione?

Quali sono gli aspetti che senti più faticosi nella sequela di Gesù?

Ringrazio

Come un amico fa con un amico, parlo con il Signore su ciò che sto ricevendo da lui oggi…
Recito un “Padre nostro” per congedarmi e uscire dalla preghiera.

Fonte:https://getupandwalk.gesuiti.it/