Paolo De Martino”Aria di libertà”

XXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)  (29/08/2021)

Vangelo: Mc 7,1-8.14-15.21-23

I farisei avevano visto alcuni dei discepoli di Gesù prendere cibo con mani immonde, cioè non lavate. Gesù si trova accerchiato dai suoi avversari. Gli scribi erano venuti da Gerusalemme. Essi esercitavano in Galilea una specie di diritto di ispezione. Forse erano stati chiamati proprio dai farisei della zona.
Poiché si credeva che chi toccava certe persone o oggetti ritenuti impuri, o faceva lavori impuri, si contaminava, per essere di nuovo puri bisognava lavarsi le mani. Se poi si andava al mercato, e lì in mezzo alla folla si sa che è facile toccarsi o toccare qualcosa di impuro, bisognava purificarsi. Queste regole di purificazione si ritrovano anche in altre religioni. Alla base c’è l’idea che nel rapporto con la divinità l’uomo debba porti sin una condizione elevata e purificarsi da tutto ciò che potrebbe offendere la divinità e provocarne l’ira.
Marco spiega ai suoi lettori pagano-cristiani, la prassi giudaica della purità sulla base di alcuni esempi. Non è vero però che tutti i giudei si attenessero a queste norme. Lo facevano soprattutto i farisei. In verità la Torah, la Legge, rivolgeva il comando dell’abluzione rituale delle mani solo ai sacerdoti che al tempio facevano l’offerta, il sacrificio. Ma al tempo di Gesù vi erano movimenti che radicalizzavano la Torah e moltiplicavano le prescrizioni della Legge, con una particolare ossessione per il tema della purità.
Di fronte a questo grande problema (!) Gesù si scatena, diventa furibondo contro questi legalisti.
Vale la pena chiarire subito che al centro della discussione non sta la validità o meno di alcune pratiche religiose, ma la verità del rapporto con Dio. Cioè: il problema non è “se” e “come” devo lavarmi le mani prima di mangiare, ma se guardo a Dio come un ispettore dell’A.S.L. o come un Padre che si prende cura di me.
Il favore di cui i farisei godevano fra la popolazione di quel tempo è fuori di dubbio. Gesù si scaglia non solo contro di loro ma contro un sistema popolare di valori, che era accettato dalla società. Ciò che Gesù diceva era altamente scandaloso. Le regole dei farisei non erano stupide, è che avevano perso la loro anima. Non avevano più significato, si facevano perché lo si era sempre fatto, perché si era stati abituati così.
Quando un gesto perde la sua anima, allora diventa formale o fondamentalista. Se perdi di vista l’obiettivo, se il tuo gesto non esprime più l’intenzione è inutile, formale, forse anche falso.
Gesù li chiama “ipocriti”. Ipocrita in greco vuol dire “colui che recita, che declama”. Ipocrita indica quindi una falsa apparenza, una maschera, uno che ti fa vedere qualcosa ma sotto è qualcos’altro.
Gesù critica il formalismo vuoto e sterile dei farisei, condanna la loro presunzione di poter programmare la relazione con Dio, di incasellarla in una schema fisso di “dare-avere”. La casistica esasperata dei farisei, la loro ricerca di sicurezza tradotta in pratiche rituali, soffoca la novità, la bellezza e la fantasia di Dio.
Gesù vuole riportare ordine e smascherare le false certezze religiose che conducono nel vicolo cieco dell’ autocelebrazione idolatrica, non certo alla conoscenza del Dio vivo.
Gesù li condanna per due motivi. Il primo: hanno deformato il comandamento di Dio, mettendo in bocca a Dio leggi e norme degli uomini. Cioè: fanno dire a Dio quello che loro vogliono (il loro pensiero). Il secondo: non ci sono cose pure o impure ma è il cuore puro o impuro. Non ciò che è fuori ma ciò che è dentro che consacra o contamina le cose e le persone. Tutto è secondo il tuo cuore. Gesù liquida del tutto le norme rituali levitiche.
Il male non può entrare dall’esterno, può essere scelto liberamente dall’uomo ed essere da lui compiuto, con parole ed azioni. Non c’è niente che possa rendere impuro il discepolo tra le realtà che sono fuori del suo corpo: né il cibo, né il contatto, né le relazioni.
C’è una frase di questo brano, che Gesù riprende da Isaia, che ha attratto la mia attenzione: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me.”
L’attualità disarmante di questa Parola mi lascia senza fiato…E’ proprio vero: le nostre comunità vivono quotidianamente la fatica di dare cuore e corpo alla Parola.
Le labbra fanno grandi proclami, ma i piedi non sanno seguire le esigenze della sequela. Le labbra annunciano grandi slanci di generosità, ma le mani sono ancora chiuse nel possesso.
Le labbra cantano le lodi di Dio, ma le orecchie non sono pronte a custodire la Parola.
Gesù non invita i suoi discepoli a trasgredire, ma invita chi è osservante ad esserlo veramente. E per essere veramente osservanti non bisogna salvare la forma, ma il cuore.
Il rischio di un osservante sta proprio nel fatto che la sua attenzione è tutta rivolta alla forma, a salvare la forma, l’apparenza, ma in realtà può escogitare modi che permettano di lasciare intatta la forma e trasgredire nella sostanza.
Ciò però non significa che Gesù invece sia un contestatore delle regole.
Al massimo contesta l’ipocrisia che ci prende nell’osservarle, ma non dice di vivere senza nessuna regola. Ecco perché la discussione che ne nasce nel vangelo di oggi non è la giustificazione dell’atteggiamento dei suoi discepoli ma l’esame di coscienza che Gesù costringe a fare a coloro che innescano la polemica e muovono critiche.
Gesù lasciava liberi i suoi discepoli da queste osservanze che non erano state richieste da Dio, ma imposte dagli interpreti delle sante Scritture, i quali le dichiaravano “la tradizione”, attribuendole la stessa autorità riservata alla parola di Dio. Gesù faceva un’attenta operazione di discernimento, distinguendo bene ciò che era espressione della volontà di Dio e ciò che invece era consuetudine umana, norma forgiata dagli uomini religiosi che, assolutizzata, diventa un ostacolo alla stessa parola di Dio e una perversione della sua immagine. La Legge deve ispirare il comportamento ma, con il passare del tempo, le consuetudini e le osservanze rischiano di contraddire il primato della Parola, la sua centralità nella vita del credente. E sovente quanti invocano le tradizioni, rendendole “la tradizione”, lo fanno perché sono proprio loro ad averle pensate e create. In questo caso, però, anziché essere a servizio dell’uomo e della sua relazione di comunione con Dio, queste norme finiscono per essere alienanti, soffocano la libertà, erigono barriere e tracciano confini tra gli esseri umani.
di fronte alla tradizione e al moltiplicarsi dei suoi precetti, Gesù chiede ciò che egli stesso ha operato: il discernimento. La moltiplicazione dei precetti, infatti, accresce la possibilità di non osservarli, aumentando le occasioni di ipocrisia. “La parola del Signore rimane in eterno”, mentre le tradizioni evolvono in base ai mutamenti culturali e alle generazioni; e, seppur venerabili a causa dell’antichità, restano umane, involucro e rivestimento della parola di Dio.
La bella notizia di questa Domenica? Con Gesù si respira aria di libertà! Il Vangelo è una boccata d’aria fresca dentro l’afa dei soliti vecchi discorsi.

Fonte:https://paolodemartino.wordpress.com/