Padre Paolo Berti “Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro”

XXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)  (29/08/2021)

Vangelo: Mc 7,1-8.14-15.21-23

Omelia

Mosé, colpevole di avere avuto momenti di scoraggiamento e di sfiducia verso Dio (Ps 105,32), non entrò per punizione nella terra promessa. Ripresosi, ribadì al popolo le leggi e le norme che aveva dettate come profeta di Dio. Per tali leggi e norme (cultuali e di convivenza) il popolo avrebbe avuto successo nella conquista della terra promessa. Non erano regole di guerra per vincere, ma regole di vita davanti a Dio, per la loro vita: “Perché viviate“, dice Mosé. E la Legge era di tale valore da dare ad Israele un’identità ammirata dai popoli, che avrebbero detto: “Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente“. Ma tutto ciò a condizione di vivere il patto di alleanza stabilito da Dio e accolto ai piedi del Sinai, il che voleva dire credere sempre nella fedeltà di Dio e quindi fiducia nel ricorso orante a lui. “Infatti quale grande nazione ha gli dèi così vicini a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo?“, dice Mosé.
La fedeltà di Dio era una realtà già sperimentata dal popolo nella liberazione dall’Egitto e nel cammino nel deserto: Dio non chiede mai niente se non dopo aver dato gli elementi perché l’uomo gli sia fedele. Dio è fedele alle sue promesse, è fedele alla sua alleanza. Ma c’è un punto che Israele doveva puntualmente coltivare: l’umiltà. Israele si distingueva dagli altri popoli, ma era un popolo pur sempre costituito da peccatori, che come tali dovevano rimanere nell’umiltà e cercare l’aiuto di Dio. La teofania del Sinai aveva ben messo in evidenza con i suoi fulmini, il suono fortissimo di una tromba (segno del Re di Israele che chiama a raccolta il suo popolo), con il terremoto, con la prescrizione di non avvicinarsi al monte, che l’uomo aveva il cuore sconsacrato dal peccato. L’antico peccato dell’Eden e i peccati personali rendevano il cuore dell’uomo bisognoso di una riconsacrazione, che i profeti presentavano in un futuro segnato dalla presenza del Messia, del profeta di cui Mosè aveva parlato (Dt 18,15s). L’attesa del futuro profeta era costitutiva dell’identità di Israele. Il Dio del Sinai non segnava l’ultima manifestazione di Dio; lo comprese Elia sul monte Oreb (Sinai), che dopo l’infuriare di un vento impetuoso e di un terremoto, sentì un venticello tiepido (1Re 19,12), segno del futuro preparato da Dio per l’uomo; lo affermarono i vari profeti (Cf. Ez. 36,26s; 37,26s).
Tutti i drammi di Israele furono originati dal voler rendere chiusa al futuro del Messia la Legge. Il futuro profeta venne così piegato al presente, mutilato dell’apertura al futuro: il Messia avrebbe avallato col suo potere “dall’alto” i desideri di grandezza terrena dei potenti di Israele; avrebbe avuto in sé le loro caratteristiche di uomini ricchi, armati. La Legge, che parlava d’amore, venne fatta tacere con un rivestimento di modi pii che parevano una fioritura della Legge. La Legge divenne una pura osservanza legalistica, senza neppure un vero accento su di essa, ma piuttosto sul sarcofago che era stato posto attorno, fatto di lavature di mani e gomiti, di bicchieri lavati, ecc. Di fronte a Gesù che predicava la necessità della conversione, gli scribi e i farisei reagirono, come presenta il brano evangelico, con l’affermazione che già erano nella perfezione e che, piuttosto, lui e i discepoli dovevano essere messi sotto accusa perché non osservavano le prescrizioni rituali degli antichi. Essi si dichiaravano puri, e dunque, Gesù li denunciò come “sepolcri imbiancati“; candidi nell’apparenza, ma pieni di morte.
Qui bisogna notare che il peccatore quando cessa di riconoscersi tale, varca l’ultimo confine che lo separa dal dimorare nella casa-prigione della superbia. Egli giunge a nutrire tenacemente l’illusione di essere libero, bello interiormente, addirittura puro, e lo fa sulla base di un sistematico mentire a se stesso erigendo la menzogna a verità. Tanto per dare degli esempi, ricordo il mito della purezza della razza Ariana, che ha coltivato l’errore del poligenismo (cioè di più ceppi dai quali sarebbe scaturito l’uomo). Tesi fondata sulle nuvole. Tesi che è la menzogna che l’uomo è diventato tale da solo e non perché creato tale da Dio. Il nazista, il promotore delle leggi razziali, si diceva “puro” e faceva coincidere la sua “qualità di uomo” con il grado di civiltà da lui prodotto, che poi come sappiamo era barbarie. Si pensi come l’ateo si consideri “puro” perché si è liberato dalle “incrostazioni religiose”; e come sia “puro” perché segue l’immediatezza dell’istinto senza controllarlo con la ragione, negando il riferimento all’Assoluto. Sembrerebbero, queste posizioni, delle “posizioni laiche”, ma in realtà sono religiose: sono delle religioni della negazione.
Il fatto religioso è presente o come assenso a Dio o come rifiuto di Dio. Gesù per questo poté dire questa frase radicale (Mt 12,30): “Chi non è con me è contro di me”. Ma Giacomo, nel brano riportato, afferma e avverte che la religione pura e senza macchia è quella di chi vive nella carità. La vera purità sta nel cuore, ed è illusorio credersi puri quando è dal cuore che “escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adulteri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza“. Dunque, l’interrogazione inquisitoriale degli scribi e dei farisei era ben calibrata contro Gesù. Essi venivano a dire: “Noi siamo i depositari della vera lettura della Scrittura e in questa tu non trovi posto”. Ma Gesù dice che sono loro a non trovarvi posto, se non nelle parole di condanna di Isaia: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini“.
Ci provarono più volte a costituire Gesù loro re pensandolo come uno che incarnasse le loro idee sul Messia, un Messia che avallasse il loro credersi puri e desse loro l’abbondanza dei miracoli come segno di benessere. Ma, Gesù sempre si sottrasse ai loro onori e si trovò di fronte alla loro violenza fino ad essere colpito da due sentenze di morte – quella del Sinedrio e quella del tribunale di Ponzio Pilato -, e versare così il suo Sangue. Sangue che riconsacrò il cuore dell’uomo, di coloro che aderiscono a lui, che non si chiudono nella prigione della superbia. La Legge aveva prescritto che l’altare, gli arredi, la tenda venissero consacrati per mezzo di un sangue d’animale, ma per riconsacrare il cuore dell’uomo e farlo tempio di Dio ci volle il sangue del Figlio di Dio. Tutto, legge, culto, profeti, conducono a Cristo.
Il “cuore puro” è il frutto del sangue di Cristo e della buona volontà di chi crede in lui. E dal “cuore puro” escono le parole buone, la preghiera fervorosa, la sincerità, il comportamento rispettoso, la lealtà, la giusta visione della sessualità, il sacrificio, la penitenza. Dove non c’è questo non c’è “cuore puro”. Il mondo non può illudersi di essere “puro”: non lo è; la sua coscienza gli dice che non lo è. Nessun cristiano può credere di far uscire una cattiveria solo dalla gola; è falsità questa, perché tutto esce dal cuore, il bene e il male. In particolare, cosa dice a Dio un cuore reso puro come un terso cielo? Non dice: “Signore ti amo perché voglio molto da te!” Dice invece: “Signore ti amo, perché tu mi hai amato, perché mi hai liberato dai peccati. Ti amo perché sei infinitamente amabile. La tua volontà è amore; ti chiedo la forza per fare sempre la tua volontà, Dio, che sei Amore”. Cosa farà un cuore puro di fronte all’ingratitudine degli uomini? Odierà? Si Indurirà? No! Continuerà ad amare. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.

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