P. Gaetano Piccolo S.J. Commento XXII Domenica del Tempo Ordinario

XXII Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Dt 4, 1-2. 6-8; Sal.14; Gc 1, 17-18. 21-27; Mc 7,1-8.14-15.21-23.

«Leggi, o ascolti, le parole: Non avere sentimenti d’orgoglio ma temi; e tu nutri tali sentimenti d’orgoglio da ritenerti senza peccato? In questa maniera, siccome tu non vuoi temere, non, ti rimarrà altro che apparire quel pallone gonfiato che sei».

Sant’Agostino, Esposizione sul salmo 118Discorso 2, 1

Strategie di difesa

Una delle strategie difensive più diffuse è l’attacco: se vuoi evitare che qualcuno ti accusi, vedendo i tuoi punti deboli, lo devi anticipare, riversando su di lui le accuse che potrebbero rivolgere a te. Proprio per questo motivo, molte volte, dietro l’accusatore c’è qualcuno che teme di essere scoperto: mette le mani avanti per dare l’impressione di essere estraneo al delitto. Sono gli altri che lo commettono. È come se chi accusa girasse il faro sull’imputato per evitare che quella luce illumini accidentalmente la sua coscienza. In altre parole ci facciamo giudici degli altri per evitare di guardare dentro noi stessi. Diventiamo giudici spietati degli altri per convincere e convincerci che noi non abbiamo a che fare con quel peccato. Siamo giudici che tentano continuamente di costruirsi una parvenza di innocenza a scapito degli altri, che diventano le vittime al posto nostro.

Giudici ipocriti

L’immagine del giudice ipocrita, usata da Gesù, è emblematica di molte situazioni che continuiamo a vivere anche all’interno della Chiesa, dove spesso invece di accompagnare le situazioni pensiamo di affrontarle processando le persone. La stessa espressione ‘giudice ipocrita’ è paradossale, perché l’ipocrita è proprio colui che ha poco giudizio: come può dunque giudicare gli altri? Eppure ci troviamo molte volte davanti a figure che si ergono a giudici, andando a cercare ossessivamente i segni esterni dei presunti crimini degli altri. Interpretano quei segni in modo del tutto soggettivo, facendo cioè ipotesi che partono da quello che loro stessi sarebbero capaci di commettere. E così attribuiscono agli altri quelle intenzioni che in realtà fanno parte del loro cuore. Facilmente proiettiamo sugli altri quello che noi stessi abbiamo fatto o vorremmo fare. Non abbiamo altra chiave di lettura della realtà se non la nostra personale esperienza. Davanti a coloro che si proclamano giudici degli altri bisogna sempre ascoltare il consiglio di Gesù e distinguere quello che dicono (le labbra) da quello che pensano veramente (il cuore).

La rivoluzione dell’interiorità

Solo in questa luce possiamo forse comprendere la grande rivoluzione operata da Gesù: il primato assegnato all’interiorità. Noi, come i farisei e gli scribi, preferiamo mettere al centro l’esteriorità, semplicemente perché è più facile da controllare, da giudicare e da condannare. Al contrario, l’interiorità sfugge al nostro controllo. Non sapremo mai quello che c’è veramente nel cuore dell’altro: come potremo allora giudicarlo? Nessuno può mettere le mani sull’interiorità dell’altro. Possiamo al più giudicarne le azioni, ma non possiamo mai mettere un’etichetta sull’anima del fratello. Quell’interiorità è sacra e solo Dio la conosce fino in fondo. Se a differenza dei farisei proveremo a sottrarci a facili conclusioni su quello che pensiamo di vedere dell’altro, allora cominceremo a entrare nella logica del Vangelo. Passeremo così dall’ipocrisia alla prudenza: se vogliamo il bene dell’altro non abbiamo bisogno di nominarci giudici, basta cominciare a guardare prima di tutto dentro noi stessi. Solo così ci avvicineremo con umiltà all’interiorità dell’altro.

P. Gaetano Piccolo S.I.

Compagnia di Gesù (Societas Iesu)