Don Marco Ceccarelli Commento XXIII Domenica Tempo Ordinario “B”

XXIII Domenica Tempo Ordinario “B” – 5 Settembre 2021
I Lettura: Is 35,4-7
II Lettura: Gc 2,1-5
Vangelo: Mc 7,31-3 7

  • Testi di riferimento: Gen 1,31; Es 4,10-12; Lv 19,14; Dt 10,16; 30,6; 1Sam 15,22; 1Re 3,9; Gb
    36,15; Sal 40,7-9; Is 6,10; 32,3-4; 41,10; 42,20; 50,4-5; 52,2; 61,1; 63,4; Ger 4,3-4; 5,21; 6,10; Os
    10,12; Mt 11,5; Mc 4,4.15; 8,12.17-18.23; Gv 9,6; 11,33; 12,49-50; At 7,51; Rm 2,28-29; 8,23.26;
    Gc 1,21; Ap 22,12
  1. Nel brano di Vangelo odierno si presenta un miracolo di Gesù – era da qualche tempo che non ne
    ascoltavamo – che non appare negli altri Vangeli. Il simbolismo di questo miracolo (come anche di
    quello analogo che Gesù compie poco dopo in 8,22-26) svolge un ruolo importante in Mc dove i discepoli sono continuamente provocati a vedere, ascoltare, capire chi sia veramente Gesù e quale
    missione deve compiere; e tuttavia non ci riescono. In questo miracolo vediamo Gesù operare qualcosa di insolito, a cominciare dalla guarigione di un sordo, unico caso raccontato (in dettaglio) in
    tutta la Bibbia. Per fare ciò compie una serie di gesti curiosi come quello di mettere le dita nelle
    orecchie del malato e con la saliva toccargli la lingua. Ma soprattutto Gesù pronuncia una parola
    fondamentale, una parola così importante che l’evangelista ce la riporta nella sua forma originale.
    Tale parola è la chiave per capire i gesti che compie e il senso del miracolo.
  2. La simbologia del miracolo.
  • L’incirconcisione. Sappiamo ormai bene come i miracoli di Gesù siano carichi di simbolismo. Qui
    Gesù ha a che fare con un uomo sordo e che “parla male” (v. 32), che parla con difficoltà (non “muto”!). Il secondo handicap è conseguenza del primo. Non ha imparato a “parlare correttamente” (vedi v. 35) a causa della sua sordità. Il personaggio ha un orecchio “chiuso”, incapace di sentire.
    Nell’Antico Testamento si parla di chiusura dell’udito in riferimento al popolo d’Israele; e per indicare questa situazione si ricorre alla metafora della incirconcisione: «Essi hanno un orecchio incirconciso, non possono ascoltare» (Ger 6,10). La circoncisione era la prima, e una delle più importanti, delle opere di carattere religioso compiute da ogni israelita. Chi non è circonciso è un pagano, un
    non appartenente al popolo e alla fede di Israele (dato il contesto geografico dell’episodio, è possibile che il sordo fosse proprio un pagano; ma non è questa la cosa più importante). Siccome la non
    circoncisione implica una “chiusura”, la metafora dell’orecchio incirconciso sta a dire che è chiuso
    all’ascolto. A quale ascolto? A quello della parola di Dio. È quella chiusura all’ascolto di Dio di cui
    spesso è stato rimproverato Israele (vedi testi di riferimento). Il malato del brano rappresenta perciò
    questa situazione. L’incirconcisione indica una chiusura verso l’altro, una incapacità di entrare in
    relazione. Le facoltà di ascoltare e di parlare sono le forme fondamentali della relazione con gli altri, dell’apertura agli altri. Ma la relazione più importante è quella dell’amore. Per questo
    l’incapacità ad amare è indicata ugualmente come una incirconcisione, quella del cuore (Dt 10,16;
    Ger 4,4).
  • Se non si è capaci di ascoltare inevitabilmente non si è in grado di parlare correttamente. Si “parla
    male” quando si dicono le cose sbagliate; quando per esempio interpretiamo in modo sbagliato, con
    le nostre parole, la realtà che ci circonda e la nostra vita. Parlare bene significa vedere le cose come
    le vede Dio, sapere riconoscere Dio nella nostra vita e “dire bene” di Lui, e dire che “ha fatto bene
    ogni cosa” (v. 37). Ma questo non è possibile se si ha un orecchio chiuso, se non si è imparato ad
    ascoltare. L’ascolto e il parlare vanno insieme per indicare colui che viene istruito (Is 50,4-5). Si
    può parlare correttamente solo se si ascolta correttamente. Per poter ascoltare Dio occorre che Egli
    stesso ci apra l’orecchio, rompa cioè quegli schemi mentali che ci impediscono di ascoltare.
    L’incapacità radicale del popolo di ascoltare il Signore può essere vinta soltanto dal Signore stesso;
    Dio stesso deve intervenire per aprire le orecchie dei sordi (prima lettura), perché solo Lui ha questo
    potere (cfr. Es 4,11).
  • “Effathà” (v. 34). Possiamo così capire il senso della parola pronunciata da Gesù e che
    l’evangelista ha lasciato nella sua forma originale. Se Gesù dice effathà, cioè “apriti!”, non è per
    pronunciare una formula magica, ma per indicare ciò che si deve realizzare nell’orecchio del sordo.
    Se non si può ascoltare perché l’orecchio è chiuso, allora occorre una apertura. Se il terreno non si
    apre, se non viene arato, cioè aperto, affinché il seme possa entrare dentro, la seminagione è vana.
    Se il seme della parola di Dio non entra dentro il cuore dell’uomo perché quel terreno non è stato
    aperto, perché il suo ascolto è chiuso, la parola di Dio non può portare il suo effetto in quell’uomo.
    E l’effetto che porta la parola di Dio è sempre quello della salvezza: «Accogliete la parola seminata
    che può salvare le vostre anime» (Gc 1,21); perché in definitiva la Parola è Cristo stesso. Per questo
    Dio dice: «Arate per voi il terreno incolto e non seminate fra le spine. Circoncidetevi per il Signore
    …» (Ger 4,3-4). Cristo è venuto ad aprire l’orecchio perché il seme della parola di Dio possa entrare e portare frutto. Quando Pietro predica a Gerusalemme si dice che «alle sue parole si sentirono
    trafiggere il cuore» (At 2,37) e per questo si convertirono. Se la parola non entra dentro, se rimane
    soltanto in superficie come il seme caduto sul terreno battuto, non porterà alcun frutto (Mc 4,4.15).
    Possiamo ascoltare tutta la vita, ma senza fare entrare nulla in noi della parola di Dio. Per questo
    rimaniamo sterili, incapaci di relazionarci correttamente con gli altri e di fare la volontà di Dio. Perché soltanto chi ha accolto il seme della parola potrà compiere la Sua volontà. (Sal 40,7-9; Is 50,4-
    5). La parola di Dio ha il potere di portare frutto nella nostra vita nella misura in cui essa entra dentro, come il seme, o come l’acqua che deve penetrare la terra per fecondarla (Is 55,10-11). Ma se si
    apre l’ombrello e si impedisce all’acqua di entrare, non succede nulla. C’è infatti spesso una scorza,
    una corteccia che impedisce alla parola di entrare dentro e portare frutto. Questa deve essere rotta,
    tagliata, come un terreno arido, compatto, deve essere arato perché il seme possa penetrare.

Fonte: http://www.donmarcoceccarelli.it/