fr. Massimo Rossi Commento XXIII Domenica del Tempo Ordinario

XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (05/09/2021)

Vangelo: Mc 7,31-37

Nella persona di Gesù, si sono realizzate le profezie di Isaia contenute nella prima Lettura: il Messia avrebbe fatto udire i sordi e parlare i muti. “Ha fatto bene ogni cosa – proclamano i testimoni del miracolo – fa udire i sordi e fa parlare i muti.”.

Il racconto della guarigione del sordomuto segue lo schema tradizionale dei miracoli contenuto nei Vangeli: portano il malato davanti a Gesù, Egli lo prende in disparte, gli impone le mani, pronuncia le parole sul malato, e infine comanda di non divulgare la cosa…

In questa occasione, nessuno si scandalizza…. del resto, non erano Israeliti, ma cananei… Gesù non era dei loro, dunque la questione dell’invidia non si pone.

Davvero, Gesù fa le cose per bene! quel sordomuto, verosimilmente dalla nascita, una volta guarito, parla addirittura correntemente, pur non avendo mai sentito una parola in vita sua… non c’è avvenire per i logopedisti…

Ironia a parte, Gesù si lascia vincere e conquistare dalla fragilità umana e non disdegna di venire in soccorso di tutti coloro che lo invocano nella sofferenza….a prescindere dalla fede! il caso in oggetto presenta appunto un miracolo compiuto dal Nazareno in favore di uno straniero, del quale ignoriamo se avesse fede oppure no…

Il tema di questa domenica è dunque il seguente: la fede può essere strumentale a ottenere dei favori? In altri termini, possiamo rivendicare un privilegio davanti a Dio in quanto cristiani?

La risposta è naturalmente negativa… Ma, allora, che utilità c’è a credere in Dio? nessuna, se non quella, appunto, di possedere il dono della fede!

In momenti come quello che stiamo attraversando, avere fede oppure no fa una bella differenza!

Quando sperimentiamo uno stato di fragilità, sia esso la malattia, il rischio di contrarre un virus potenzialmente letale, oppure una congiuntura economica particolarmente difficile,… che dire poi della guerra, di una calamità naturale,… Credere nel Dio dell’Amore, Dio fedele che non ci abbandona mai, – per noi, credere nel Dio di Gesù Cristo – costituisce un appoggio, una forza in più, per contrastare e vincere la tentazione del panico, della disperazione, e non mollare.

La fede non è strumentale a nulla! la fede intesa come relazione affettiva profonda tra noi e Dio.

Abbiamo terminato da poco la riflessione sul capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, laddove l’apostolo che Gesù amava presenta il quesito dei Giudei: “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?”; e Gesù risponde: “Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato” (vv. 28-29).

Scrivendo ai cristiani di Corinto, san Paolo dichiara che la potenza di Cristo si manifesta nella debolezza di colui che si affida a Lui. Forte di questa fede, l’apostolo dei pagani ha – diciamolo pure! – la sfrontatezza di affermare“Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte.” (2Cor 12,9-10).

Chi crede in Cristo non se ne sta con le mani in mano, ad affogare nel suo dolore; ma reagisce sempre e comunque. Perché c’è sempre un modo per reagire al proprio dolore.

Soprattutto, la fede è un antidoto potente contro la paura: ce lo ricorda san Giovanni, nella sua prima Lettera, al cap.4, parlando della fede in termini di relazione d’amore: “Nell’amore non c’è paura; anzi, l’amore perfetto caccia via la paura, perché chi ha paura teme un castigo. Quindi chi ha paura non è perfetto nell’amore.” (v.18).

E con queste poche parole il teologo sottolinea un aspetto fondamentale della relazione tra l’uomo e Dio: quando l’amore per Dio si contamina di paura – com’era la fede degli Israeliti, e spesso anche la nostra – è segno che il legame non è del tutto libero e spontaneo; su di esso grava l’ipoteca del castigo finale.

Il buon vecchio Lutero, scrisse: “pecca fortiter, sed credē fortius!”, cioè: la tua fede sia più forte del tuo peccato!

L’amore conosce diverse gradazioni, diverse sfumature, caratterizzate, potremmo dire, dalla percentuale di timore che vi si mescola; questa percentuale di timore è inversamente proporzionale all’abbandono fiducioso; più ce n’è, meno ci si fida.

C’è la dedizione del servo per il suo padrone; c’è l’affetto del figlio per i genitori; c’è il vincolo d’amore coniugale; infine c’è l’amicizia, la quale non conosce il timore, la paura, presenti, anche in una minima concentrazione, nelle relazioni fondate su un vincolo di soggezione come quella tra servo e padrone, nei legami di sangue come quelli familiari, oppure in un patto solenne tra eguali come il matrimonio…

Non è un caso che il quarto Evangelista esalti l’amicizia come l’espressione più perfetta dell’amore di Cristo per i suoi discepoli.

Certo, noi non saremo mai in grado di nutrire per Dio un amore così.

Tuttavia, saperlo, può aiutarci a purificare progressivamente il nostro legame di fede, liberandolo via via dal peso della nostra natura, intrinsecamente vulnerata dal peccato…

La ferita originale ha sfigurato radicalmente la nostra immagine…
Ma Dio non ha mutato di una virgola il Suo Amore per noi.
Noi siamo cambiati, non certo in meglio… Dio no!

Fonte:https://www.qumran2.net/