Don Paolo Zamengo”La vicinanza di Dio”

XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (05/09/2021)

Vangelo: Mc 7,31-37

La vicinanza di Dio     Mc, 7, 31 – 37

Il Vangelo racconta di Gesù che passò per Sidone, dirigendosi verso il mare di Galilea: un territorio “distante”, non solo geograficamente, ma spiritualmente, un territorio ritenuto pagano, terra di pagani. 

C’è una distanza “credenti-non credenti” che Gesù supera, avvicinandosi. E c’è una distanza di cui parla il Vangelo che fa soffrire: “gli condussero un sordomuto”. Il sordomuto è un distante, perché gli è tolta, spenta la comunicazione. È come se per lui ci fosse un mondo chiuso. 

Chiuso il mondo, quello più segreto, degli altri che parlano ma non capisci. Chiuso il tuo mondo, quello più segreto, che vorresti svelare per essere in comunione, ma ti è impossibile, sei un sordomuto. Ti senti tagliato fuori, escluso e distante. 

“E gli condussero un sordomuto”: qualcuno osa superare il pregiudizio perché c’è di mezzo la vita di un povero disgraziato. Una vita chiusa che vita è?  E allora lo portano da Gesù. Oggi resistono ancora e sono rigidi e spietati i pregiudizi che cancellano il bisogno di vita di tanta gente. 

E Gesù compie un gesto di rispettosa sensibilità  proprio per superare le barriere e le distanze. C’è da capire prima, se vuoi amare, c’è da rispettare prima, se vuoi aiutare. 

Con un gesto personale Gesù entra e tocca la sua storia malata per superare la sua solitudine. Gesù lo tocca con le sue dita come una carezza: non sta a distanza. Quante volte parliamo da lontano, senza intimità, non tocchiamo e accarezziamo la vita e il cuore di chi ci è vicino. 

C’è una progressione: le orecchie  si aprono e, dopo, la lingua si scioglie. Quasi a dire che il primo passo, perché la distanza sia superata, è diventare capaci di ascolto. Parlare senza ascoltarsi, ripropone la distanza, conferma la barriera.  È solo dopo aver ascoltato che ci sentiamo finalmente vicini. 

Questo dunque è ciò che fa Gesù, questo è il sogno di Dio: non far tacere, ma far parlare; non essere sordi, ma ascoltare. Questa è  la liberazione di Dio, la rivincita contro coloro che, con prepotenza, fanno di tutto perché alcuni non ascoltino, non sappiano, che fanno di tutto per far tacere gli altri, per zittirli nei loro diritti e nelle loro speranze. 

Era ciò da cui l’apostolo Giacomo metteva in guardia la sua comunità, che, mescolando la fede a favoritismi personali, creava distanze, proprio all’interno della celebrazione eucaristica. I ricchi chiamati vicini e i poveri tenuti a distanza.  Il contrario di quello che fa Dio che ha scelto i poveri, proprio perché già tenuti distanti dalla vita o dalle ingiustizie. 

C’è una parola che, pronunciata, compie il miracolo: “Effatà … Subito si aprirono gli orecchi, si sciolse la lingua e parlava correttamente”. È  come nel libro della Genesi: “Dio disse: Sia la luce! E la luce fu”. 

Effatà è l’ultima parola che il sacerdote pronuncia nel rito del battesimo.  “Il Signore Gesù, che fece udire i sordi e parlare i muti, ti conceda di ascoltare presto la sua parola, e di professare la tua fede, a lode e gloria di Dio Padre”.

Il Signore conceda anche a noi di essere sempre toccati da Lui per ascoltarlo, annunciarlo e seguirlo.