don Marco Pozza”Cristo s’improvvisa otorino

XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (05/09/2021)

Vangelo: Mc 7,31-37

Nessun confine per il Cristo-camminatore: probabilmente, nell’infanzia, Gli avranno insegnato a colorare fuori dai bordi. Disegnare dei limiti o tracciare dei confini, invece, dev’essere la sorte di coloro ai quali, da piccoli, è stato negato il grande privilegio d’uscire dai bordi, dalle righe, dalle strade già tracciate. Fattosi grande, dunque, per Cristo non esistono confini: esce, attraversa, và. Guardalo, inseguilo, braccalo: «Uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare della Galilea in pieno territorio della Decàpoli». Il fatto è che un uomo così infastidisce assai: resterà, nei secoli dei secoli (Amen), il grattacapo più grande per chi tenterà di appropriarsene come cosa-propria, quasi fosse un pezzo di terra da poter accerchiare con fossati e recinzioni. Libero, invece, in perpetuo cammino sui confini delle storie. A pennellare i bordi delle storie. E, da libero, inseguire i prigionieri della vita che, sentendolo passare, avvertiranno un fremito d’ali infiammarsi nel petto: “Se davvero, stavolta, fosse la volta buona? Dicono così bene di Costui che vorrei tanto poterGli stringere la mano, confidargli ‘sta robaccia che mi perseguita, sciacquarmi negli occhi suoi. Vorrei, anche se, da solo, non ci riesco proprio”. Impotenza è dare tutto e vedere che non basta.
Chi non può, però, potrà sempre venire accompagnato da qualcuno: «Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli le mani». Accompagnare è il più alto gesto della fiducia, verbo di manutenzione umana, gesto di vicinanza massima. Poi, per chi non ha più niente di suo, in tutti si fa tutto. E anche Cristo, anzitutto Cristo, ci mette del suo: non tutta la gente è sorda di ciò che dentro te grida più forte. Gli dona la sua finezza: «Lo prese in disparte». Perchè nessuna operazione vien fatta nei corridoi degli ospedali, nessuna confessione nei salotti televisivi, nessuna lavata di capo sulla piazza del paese. In disparte, a tu-per-tu, senz’occhi avidi attorno: “Grazie che me l’avete portato: adesso, però, lasciateci soli, noi due soli”. Gli guarda le orecchie: ci sono, ma non funzionano. C’è una cosa ben più triste di non avere qualcosa: è averla e scoprire che non funziona. Viaggi, vivi, con un peso addosso, ti senti un peso per gli altri, hai la sensazione d’avere un pezzo di carne morta che ti abita. In officina, il Cristo-otorino ripara: «Gli pose le dita nelle orecchie». Senz’avere chiesto la ricetta, Cristoddio va dritto al punto. Poi, per avvicinarsi ancor più, «con la saliva gli toccò la lingua»: se usi solo le mani, non potrai mai toccare tutto. Sì, ha condiviso la saliva: come due innamorati che, baciandosi, si scambiano il chewing-gum, una caramella, un qualcosa sul quale fondere doppia saliva. E lì, con la faccia tra le mani, alza gli occhi, bastona l’infermità: «Apriti!». Ha preparato l’operazione, imbragato la sordità, accerchiato la lingua: poi, guardando il Padressuo, rende vergini i canali distrutti: «Gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente». Quanto devo? Gli avrà pur chiesto il guarito al guaritore. “Tutta grazia: fai buon uso delle orecchie, della lingua. Va’, taci!”. Silenzio come grazie.
Scappano via tutti, disobbedendo assieme. Ha chiesto loro, come prezzo, solo il silenzio. Non ce la fanno: l’amico ha taciuto una vita intera, figurarsi se sono disposti a tacere un altro attimo. Lo raccontano a tutti/e. Lui, il guarito, in conferenza stampa lungo la strada: “Volete che vi dica una cosa? Solo quando ti toccano le mani giuste, senti tutta la bellezza del tuo corpo. È roba rara, ma a me è appena successo” urla leccandosi le labbra con la lingua-funzionante e udendo gli uau! con le orecchie appena riaperte dopo l’intervento. Carezzandosi il volto: «Guarda come appoggia la guancia su quella mano! Oh! Foss’io un guanto sopra la sua mano per poter toccare quella guancia» (W. Shakespeare). Certi tocchi, poi, avranno una memoria d’elefante: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e parlare i muti» (cfr Mc 7,31-37). Triste la città dove ci sono più dita che sfiorano cellulari piuttosto che carezzare volti. Da certi tocchi rinasce la vita. E viceversa.

(da Il Sussidiario, 4 settembre 2021)

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!» (Marco 7,31-37).