don Mario Simula Quando la nostra fede “indispone e allontana”

XXIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (12/09/2021)

Vangelo: Mc 8,27-35

La fede diventa visibile con le opere. Se non avviene questo travaso di concretezza, diventa una semplice parola che vola e batte l’aria.
La vitalità della fede consiste nelle opere che costruisce, ogni giorno, per il bene e il sostegno degli altri.
Opere semplici: un gesto di solidarietà che si traduce in un vestito per coprire la nudità in modo dignitoso, la condivisione dello stesso cibo, il dono di parole di incoraggiamento sincero e di messaggi di vita.
Le opere sono vicinanza, attenzione, occhio che si accorge e provvede, gesto che trasmette amicizia, prontezza all’ascolto. Le opere sono il tempo che metto a disposizione dell’altra persona quando domanda una briciola di premura, uno sguardo sereno, una pazienza illimitata.
La fede ha il sapore delle opere che riesce a produrre.
La lettera di Giacomo ci mette davanti a due scene.
La prima è fatta di una sfrontatezza inaudita e crudele. Incontro una persona che mi domanda qualcosa e le dico, magari con un sorriso falsamente pietoso: “Hai fame? Va’ a sfamarti. Sei nudo? Va’ a vestirti.
Sei disperato? Va’ e cerca consolazione”.
Il mondo, oggi, è fatto spesso così.
Bisogna accoglierli? Si. E’ vero. Accoglieteli. Da voi non da noi. Hai bisogno di me? Non adesso. Sono occupato. Nel frattempo faccio perdere le tracce della mia persona.
La salvezza di Dio viene dalla fede eloquente, concreta, credibile nelle opere.
Se osserviamo la storia delle nostre comunità ci rendiamo conto, spero con vergogna, che è fatta di una fede “scaricabarile”. Prevalgono gli slogan: “Chi fa per sé fa per tre. Io mi preoccupo di me. Gli altri si aggiustino per conto loro. Stanno venendo meno per strada, non ti accorgi? Problemi loro e non miei”.
Capisco queste reazioni. Sono di uso comune. Credere con la mente e con il cuore e, soprattutto, credere con i fatti è frutto di un’attenzione continua e dolorosa, a volte. Ma sempre inebriante.
Numerose situazioni della vita mi portano a cercare una fede di tutto comodo.
Dio, e lo ringrazio, non è mai sceso a compromessi con me. Mi ha sempre messo nella condizione di vivere una fede a caro prezzo. Al confine tra incredulità e fiducia, tra il fidarmi e il cedere le armi, tra risposte e cadute.
Sicuramente è un problema sentirsi rivolgere da Gesù la domanda diretta e inattesa, il discorso fatto apertamente. Senza giri di frase, stringente come una morsa. “Mi interessa sapere cosa dice di me la gente”. Poi in maniera più personale e compromettente: “Ma voi, voi che ormai avete iniziato a seguirmi. Voi che dite di essere miei discepoli. Voi che dichiarate di amarmi. Tu che vieni dopo millenni e che ti rifai alla stessa fede dei padri tuoi che, con coraggio, ti hanno preceduto nella loro adesione a me. Tu comunità che ogni domenica ti raduni per celebrare la pasqua, forse senza troppa convinzione e con poca consapevolezza. Ma voi, voi chi dite che io sia?”.
Pietro diventa la nostra voce: “Tu sei il Cristo”.
La professione di fede di Pietro non è un punto di arrivo, ma di partenza. Porta Gesù ad andare oltre per compiere il passo veramente decisivo. A tenere desta la memoria: “Il Figlio dell’uomo dovrà soffrire molto,
essere rifiutato da quelli che contano, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere”.
Questo è il momento più problematico; lo snodo vitale che può aprire alla fede duramente pagata o alla fuga codarda.
Pietro, ancora una volta, diventa protagonista, contradditorio e molto umano. Simile a me e a tutti noi.
Prende in disparte Gesù per rimproverarlo. Come se volesse impartirgli la lezione. Come se volesse insegnare al Maestro di quale impasto è fatta la fede.
Cristo che soffre, muore e risorge, è uno scandalo clamoroso, inaudito e impensabile.
Gesù diventa duro e tassativo. Usa, nei confronti del suo discepolo di fiducia, parole solo vere. Tolgono il respiro. Fanno toccare in un attimo la bassezza della nostra visione di vita, la mediocrità dei nostri ideali di fede, la miserabilità della nostra esistenza credente.
“Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”.
Pietro vive una fede grezza, di terra. Una fede volubile e fragile come una casa costruita sulla sabbia.
Gesù, tuttavia, non registra un fallimento. Le parole stolte di Pietro gli offrono la possibilità di dirci la verità tutta intera, inequivocabile e di orientarci per l’unica via della fede e della sua concreta credibilità:
“Se qualcuno vuol venire dietro a me, se tu, Pietro, vuoi venire dietro a me, se tu credente e discepolo di tutti i tempi, vuoi venire dietro a me, rinnega te stesso. Sei una creatura, riconosci il tuo limite.
Rinnega quella parte di te che ti porta verso le illusioni e verso le delusioni allo stesso tempo.
Prendi la tua croce. Quella di tutti i giorni. Quella croce che ti irrita o ti disturba. Quella che ti umilia o ti pesa. La croce che non vuoi, anche se è inevitabile nella tua vita. La croce che cerchi di scrollarti di dosso.
Prendi la tua croce e seguimi. Per seguire me esiste la via dolorosa che non conduce, oscura e terribile, alla morte. Porta alla vita senza fine. Alla risurrezione. Alla felicità dell’amore e del dono”.

Il messaggio è chiaro. Se vogliamo a tutti i costi salvare la nostra vita, ci chiudiamo dentro il nostro bozzolo per sempre. Ci barrichiamo dentro il nostro castello, sempre sulla difensiva. Non viviamo.
Perdiamo la vita.
Se invece mettiamo in gioco la nostra vita e la perdiamo per gli altri, per ogni causa di bene, per il Vangelo, la salveremoLa nostra vita trova senso. Trova motivo per essere vissuta. Perché è grande, perché è nobile, perché è donata, perché ogni giorno diventa più preziosa. Assume il sapore e il profumo di Gesù.
Giòcati la vita seguendo il Maestro dal fascino infinito. Rischia senza reti di protezione. Rischia per il Maestro di quella vita che nessuno potrà toglierti.

Gesù, lo dichiaro con un certo orgoglio che non saprei dove andare lontano da te e dalle tue parole di vita.
La mia fede, tuttavia, non avvalora questa certezza. Non c’è giorno nel quale non provi a svignarmela. Di nascosto. Sperando che tu non ti accorga di niente.
Gesù, come sono strano. Un caso difficile. Sono un NI eterno e incorreggibile.
Tu sei esigente oltre ogni misura, Gesù. Qualche volta mi viene voglia di dirti: “Parli bene Tu. Sei Figlio di Dio!”. Sono proprio stolto. In un attimo dimentico i novi mesi di ambientamento nel grembo di una donna. Gli scossoni di un viaggio che nemmeno i profughi di oggi riescono a sostenere. La tua nascita da accampato provvisorio.
Gesù, Tu sai come è vero che nel mio rapporto di fede con Te mi sento come uno che ti strattona verso la sua parte. Quella comoda, quella facile, quella indolore.
Mi viene la tentazione di dire: “Non parlerò più in suo nome. Voglio essere discepolo anonimo per non correre troppi rischi. Con una fede da tramonto, quando pochi attimi separano la luce dalle tenebre”.
Sento in me, d’improvviso, bruciare un fuoco che non controllo più. Come potrei sopportare di essere messo dietro, alle tue spalle, come Pietro?
Gesù, mi piace la tua sfida: “Prendi la tua croce, come io prendo la mia. Seguimi come io ho seguito il Padre e la sua volontà”. Il fuoco rovente che mi brucia è questa sfida. Questa prova d’amore.
Gesù, dammi ancora qualche po’ di tempo, se ne rimane qualche attimo, per comprendere che la mia vita si salva quando la perdo e la perdo quando cerco, anche facendo carte false, di salvarla.
Gesù, aiutami a non essere un “baro” come lo è il mondo con le sue promesse.
Gesù, perdere la vita per Te e come Te, sarebbe l’atto d’amore decisivo nei tuoi confronti. Quello che porta alla maturità della fede e alla pienezza della fiducia. Fino ad arrivare all’incanto di Maria di Magdala che pazzamente e per amore ti riconosce e canta chiamandoti con confidenza: “Rabbunì.
Maestro mio. Maestro del mio cuore e del mio amore festoso nel pianto e nella gioia”.

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