Tonino Lasconi”Da devoti a discepoli”

XXIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (12/09/2021)

Vangelo: Mc 8,27-35

Pregare Gesù per chiedergli la forza di camminargli dietro.

La scena è di quelle che non si dimenticano: Pietro prende in disparte Gesù e si mette a rimproverarlo. Cosa ha fatto il Maestro per meritare il rimprovero del discepolo? Aveva «cominciato a insegnare loro che a Gerusalemme doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere». Pietro non poteva sopportare per il suo amico una sorte così dolorosa e triste, perciò gli suggerisce una via di uscita: “Se è così, non ci andare a Gerusalemme”. La reazione di Gesù: “Vade retro, Satana!”, è fortissima, tanto da diventare proverbiale in latino, abbinata all’immagine medioevale del diavolo, il brutto ceffo con le corna e il forcone. In realtà Satana è l’avversario, l’oppositore, il tentatore, chiunque si mette in contrapposizione con Dio. Gesù chiama Pietro: “Satana”, perché, suggerendogli di non essere fedele alla sua missione, gli si mette davanti come un ostacolo, un inciampo.

Non è esagerato un rimprovero così forte e severo? A noi può sembrare di sì, perché non siamo stati abituati – e non facciamo molto per disabituarci – a pensare alla fede come discepolato, cioè come camminare dietro a Gesù, seguendone le orme. Quando pensiamo a Gesù, non ce lo raffiguriamo come il Maestro che ci cammina davanti, ma in piedi davanti a noi che, in ginocchio, gli chiediamo quello che ci sta a cuore, che molto spesso non è la capacità di seguirlo nelle scelte di vita, ma la grazia di evitare sofferenze, rifiuti, incomprensioni: quello che gli chiedeva Pietro. La nostra fede è da devoti “preoccupati di ottenere”, non da discepoli “impegnati a seguire”. Questo spiega anche come mai la folla dei santuari, dove si va a chiedere “le grazie”, non si ritrova nelle attività di evangelizzazione e di impegno sociale. Quanti “pellegrini” portano i frutti delle devote giornate di preghiera e di fraternità dentro le “opere” senza le quali, come ammonisce l’apostolo Giacomo, «la fede in se stessa è morta»?

Gesù non chiede devoti, ma discepoli. Meglio, chiede ai devoti di diventare discepoli. Lo ha chiarito in maniera inequivocabile: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Nelle sue parole è limpida la richiesta di una scelta libera e consapevole. Non impone: “deve venire, deve rinnegare, deve prendere, deve seguirmi”, ma invita: “se vuole venire, rinneghi, prenda, mi segua”. La scelta che ci chiede oggi è la stessa “conversione” che ci viene richiesta anche dal momento storico attuale. La crisi della fede “devozionale”, rilevabile dalla caduta pesante della pratica religiosa e del riferimento alla morale cristiana, in atto ormai da decenni, sta ricevendo in questi due anni di pandemia un’accelerazione fortissima, perché incoraggiata dalle difficoltà concrete e numerose delle norme anticontagio. Che fare? È da tanto tempo che si parla della necessità di una nuova evangelizzazione. Questo è il momento per iniziarla davvero. A partire da noi stessi, nella consapevolezza che non è facile accogliere la richiesta di Gesù, che diventa addirittura impossibile se la si intende – come a volte è successo e succede – in senso negativo. “Rinnegare se stessi” non significa annullarsi, svuotarsi, scomparire. Gesù non ci chiede questo – non potrebbe! – ma di affidare alla sua parola e alla sua testimonianza la piena realizzazione della nostra vita. “Prendere la nostra croce”, non significa rassegnarci a una vita triste e umbratile (“Mi è capitata questa croce…”), ma avere il coraggio di cercare la pace e la giustizia anche a costo di farsi crocifiggere come lui. “Perdere la propria vita” non significa buttarla via, ma sfruttarne tutte le potenzialità di bene per fare strada al regno di Dio e diventarne cittadini per l’eternità.

Rinnegare se stessi, prendere la nostra croce, perdere la propria vita… Deboli e piccoli come siamo, queste proposte ci spaventano. La durezza della risposta di Gesù a Pietro, rivela come anche per Gesù la fedeltà alla missione sia stata difficile. Il personaggio misterioso di Isaia che lo prefigura dice: «Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso». Il Maestro che ci cammina davanti è anche accanto a noi per aiutarci a seguirlo, conoscendo le asperità del cammino. Come rivela la Lettera agli Ebrei: «proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (Eb 2,18). Quando ci ritroviamo a pensarci in ginocchio davanti a Gesù, chiediamogli la forza di alzarci per passare a camminargli dietro.

Fonte:https://www.paoline.it/