Rosalba Manes”Entrare nella vita”

XXVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)  (26/09/2021)

Vangelo: Mc 9,38-43.45.47-48 

È «nel nome di Gesù» (Fil 2, 10) che si manifesta la potenza salvifica del Padre nel corso della storia. Tale nome offre alla storia la chiave d’accesso alla vita vera. Il nome, infatti, per la mentalità semita non è un dettaglio tra gli altri, ma è ciò che meglio esprime l’identità e la missione di una persona. Il nome evoca la persona che lo porta, la rende manifesta e, in qualche modo, persino presente. Così accade per il nome di Gesù («Dio salva») che, evocando la sua persona, fa scorrere la vita tra le crepe dei cuori e dei corpi di quanti egli incontra sul suo cammino comunicando loro salute, liberazione e salvezza.

È «nel nome di Gesù» che la Chiesa delle origini, come attestano a più riprese gli Atti degli Apostoli (cfr. At 2, 38; 3, 6; 4, 10.12.18.30; 5, 40; 8, 16; 9, 27; 10, 48; 16, 18; 19, 5), annuncia la salvezza nella dynamis dello Spirito e accetta di farsi plasmare per essere «sacramento universale della salvezza» (Lumen gentium 48). È col suo nome che, a partire da Antiochia di Siria (cfr. At 11, 26), sono chiamati tutti coloro che sperimentano la conversione e ricevono col battesimo un’identità densa di fragranze, quella di «cristiani», unti e profumati come il loro Signore.

Mentre Gesù gioisce per quanti operano nel suo nome, nel cuore dei suoi discepoli (di ieri e di sempre!) si annidano il sospetto e l’ostilità nei confronti di chi non appartiene al proprio gruppo. Tale reazione rivela la tendenza a voler catturare il Signore per tenerlo tutto per sé e la propria cerchia. Giovanni, uno dei tre più intimi di Gesù, vuole infatti che egli impedisca a chi è estraneo al suo gruppo di compiere azioni di prossimità verso i fratelli, proprio allo stesso modo in cui Giosuè voleva che Mosè impedisse a Eldad e Medad di profetizzare nell’accampamento (cfr. Nm 11, 28). È questo un chiaro esempio di quell’«orgoglio» che prende il sopravvento sulla persona (cfr. Sal 18, 14) e la trasforma in qualcuno che vuol primeggiare sugli altri e persino su Dio, quasi che egli dovesse relegare la sua signoria e la sua azione salvifica al recinto ben delimitato di appartenenze dettate da criteri rigidi ed elitari.

Gesù però è sommamente libero e non si lascia imprigionare o possedere da nessuno, specie da quanti vorrebbero impedire che altri operino nel suo nome. Egli sostiene che chi compie miracoli nel suo nome non fa altro che operare in sinergia con lui (cfr. Mc 9, 39-40). È possibile pertanto essere collaboratori efficaci dell’opera della salvezza, anche se non si appartiene alla cerchia ristretta dei discepoli.

Il vero attentato al cammino di un discepolo è il sentirsi così ricchi e potenti tanto da prevaricare sugli altri, maltrattandoli e non considerandone la dignità (cfr. Gc 5, 1-6). Agire per i propri interessi e fini egoistici è il vero attentato alla vita di una comunità cristiana e alla comunione. Per questo Gesù condanna severamente la ricerca del potere che prende in fretta le sembianze dello scandalo, di un evento cioè doloroso e deleterio che rallenta il cammino cristiano e fa inciampare i «piccoli», i più fragili e indifesi tra i fratelli. Con espressioni iperboliche (come amputarsi un arto o cavarsi gli occhi), Gesù invita a recidere dal proprio cuore tutto ciò che non rispetta la sacralità degli altri e che preclude l’accesso alla vita condannando al destino infernale della solitudine. In tal modo egli insegna che il discepolato non è questione di potere o di appartenenza alla cerchia dei perfetti, ma è l’apprendistato della custodia fraterna, di quell’amore che, riconoscendo la «terra sacra dell’altro» (Evangelii gaudium 169), permette davvero di entrare nella vita.

Chi mai potrebbe dire di amare sul serio il Signore se poi umiliasse i fratelli e le sorelle creati a sua immagine? Perché da come custodiamo gli altri emerge se amiamo il Signore a parole oppure nei fatti.

Consacrata dell’Ordo virginum e docente
di teologia biblica (Pontificia Università Gregoriana)

di ROSALBA MANES

Fonte:osservatoreromano.va