Gian Paolo Carminati”I due diventeranno una carne sola”

XXVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)  (03/10/2021)

Vangelo: Mc 10,2-16

La sapienza dell’antico autore della Genesi è spesso descritta come ingenua, o banale. In realtà, i suoi racconti toccano un livello di realtà profondo e suggestivo, e sono suscettibili di rappresentare in modo adeguato e originale le dinamiche che coinvolgono e strutturano le relazioni.

Il suo sguardo sull’essere umano viene segnato dalla fede nel Dio Creatore, il cui volto non è costituito dalla somma di tratti umani proiettati sul divino; piuttosto, nell’essere umano opera di Dio si manifesta qualcosa del suo mistero, perché egli lo ha fatto “a sua immagine e somiglianza”, coinvolgendosi nella sua storia.

Creazione e alterità

Il racconto della creazione della donna riveste in alcune scene drammatiche una riflessione sorprendente, che delinea rapidamente una concezione dell’umanità originale, differente dalle idee correnti nella cultura del suo tempo.

L’essere umano non è un individuo solitario; è invece chiamato a realizzare la sua realtà personale in un dialogo di accoglienza reciproca e di vita solidale. L’“aiuto che gli corrisponde” non si realizza sul piano immediato dell’utilità funzionale, né del bisogno; esso incarna piuttosto la presenza che soccorre e sostiene la vita, ruolo che di solito la Scrittura attribuisce a Dio stesso.

La “corrispondenza” stabilisce una reciprocità di pari dignità e diviene la condizione di una uscita verso l’altro che innesca una maturità progressiva, capace di sostenere e integrare le differenze e le asimmetrie, maturità per la quale si è vicendevolmente responsabili, per la convivenza e la custodia della casa comune.

In particolare, la creazione della donna, per quanto legata all’uomo e sua controparte, è avvolta dal mistero proprio dell’agire di Dio, e delle sue manifestazioni; il “torpore” dell’uomo di fronte all’agire stupendo del Creatore (Gen 15,12) difende la dignità irriducibile della donna, connessa al mistero della sua origine. Anche il verbo utilizzato per la donna, che Dio “edifica” (ossia, “costruisce”, come si fa con la casa) evidenzia la sua importanza sul piano relazionale e sociale. Altrove si dirà delle matriarche Rachele e Lea che hanno “edificato la casa di Israele” (Rt 4,11).

Nessun essere umano realizza da solo l’idea di umanità; fin dalla nascita, l’essere umano sperimenta questa radicale dipendenza da altri. Con incredibile anticipo sui suoi tempi, e non solo sui suoi tempi, l’autore biblico comprende e annuncia il posto peculiare e imprescindibile della donna nel cammino millenario dell’umanità.

Almeno all’inizio, anche l’uomo sembra accorgersene, nell’entusiasmo della scoperta, che gli fa ripetere tre volte il pronome femminile singolare: «Questa, finalmente, è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta, questa».

Il significato primo della frase di Adamo è quello di un gioioso riconoscimento dell’adeguatezza del risultato dell’opera divina con la sua intenzione, di fargli un “aiuto corrispondente”. Dopo la drammatizzazione dell’insufficienza degli animali, Adamo celebra la stupenda soluzione divina al problema della solitudine. Il riconoscimento avviene con la formula biblica che rinsalda o ristabilisce i vincoli familiari e sociali della parentela, che fondano il diritto di asilo (Gen 29,14), di riscatto (Lv 25,25s) e addirittura le rivendicazioni regali, come nel caso di Davide (2Sam 5,1; 19,12s) e in quello meno noto di Abimelek (Gdc 9,2). La formula stabilisce un titolo pieno e permanente di parità e di competenza e, per la prima e unica volta, è solennemente rivolta alla donna.

Il futuro al femminile

L’autore della Genesi spinge la sua riflessione ancora più avanti, e vede nella donna il futuro dell’uomo, colei che lo porterà fuori della casa di suo padre e sua madre, per dare inizio a un nuovo percorso. Questa “partenza”, che ci allontana dalle radici, comprende una vera e propria chiamata, al modo di Abramo: “Su, parti dal tuo paese, dalla casa di tuo padre… verso il paese che ti mostrerò” (Gen 12,1ss), o dei discepoli di Gesù: “E chiunque ha lasciato case o fratelli o sorelle o padre o madre o moglie o figli o campi per il mio nome, riceverà il centuplo ed erediterà la vita eterna” (Mt 19,27ss).

Il verbo “abbandonare” è audace, perfino paradossale.

La prassi prevedeva infatti, l’ingresso della sposa nella casa del marito, che rimaneva presso i genitori (cf. Rt 2,11). Proprio per Rut, questo fatto,  in seguito alla morte del marito, è contato come una prodezza (Rt 3,11). I Proverbi invitano ad “abbandonare l’inesperienza” propria dell’infanzia per avviarsi nella via dell’intelligenza (Pr 9,6), come si “abbandona” Babilonia, per rientrare in patria dopo l’esilio (Ger 51,9). Questo “abbandono” del padre e della madre segnerà pure l’inizio della missione profetica di Eliseo (1Re 19,20).

Emerge ancora la dimensione trascendente della costituzione dell’umanità in una relazione di persone diverse, con un’apertura di significato che dipende dal Dio creatore e rimanda a lui. Dio è coinvolto in questo legame, in cui si rispecchia e a cui conferisce un potere di significazione e di attuazione del suo progetto di vita, attraverso la sua benedizione. Nel legame dell’uomo e della donna si realizza uno specchio del volto di Dio, la sua immagine in questo mondo. Anche la coppia dei verbi “abbandonare” e “aderire a” esprime l’ideale religioso del Deuteronomio, per il quale non si deve “abbandonare” YHWH, “aderendo a lui” nel legame di alleanza. I Proverbi biasimano la donna straniera, “che abbandona il compagno della sua giovinezza e dimentica l’alleanza con il suo Dio” (2,17).

Drammatica libertà

Il saluto entusiasta di Adamo suona tuttavia strano, come privo di armoniche, quasi impercettibilmente stonato, nel momento in cui “oggettivizza” la donna e la racchiude nella prospettiva di una sudditanza quantomeno grammaticale, presunta e proiettiva: ella è “delle mie ossa… della mia  carne” (Gen 2,23). Davanti alla realizzazione del progetto divino si apre come una strada in salita, segnata dal dramma della libertà.

Se alle pagine felici del Cantico dei Cantici potranno unirsi gli inviti dell’autore dei Proverbi: “Bevi l’acqua della tua cisterna e quella che zampilla dal tuo pozzo, perché non si effondano al di fuori le tue sorgenti e nelle piazze i tuoi ruscelli, ed essi siano per te solo e non per degli estranei che sono con te. Sia benedetta la tua sorgente, e tu trova gioia nella donna della tua giovinezza: cerva amabile, gazzella graziosa, i suoi seni ti inebrino sempre, sii sempre invaghito del suo amore!” (5,15-19), le pagine ardenti dei profeti testimoniano il caro prezzo della fedeltà e la tragedia dell’ingiustizia.

Prima di Gesù, Malachia ricorda l’antica sapienza: “Il Signore è testimone tra te e la donna della tua giovinezza che tu perfidamente tradisci, benché ella sia tua consorte e la donna del tuo patto! E non ha egli fatto un essere solo, di carne in cui è spirito? E che cosa cerca quest’essere unico? Una posterità donata da Dio. Vegliate dunque sul vostro spirito e non tradire la donna della tua giovinezza. Io infatti odio il ripudio, dice il Signore, Dio d’Israele, e chi copre d’ingiustizia la sua veste, dice il Signore degli eserciti. Vegliate dunque sul vostro spirito e non tradite!” (Mal 2,14-16).

Il mistero della vita umana, e quindi anche quello dell’amore, sono consegnati alle nostre fragili libertà. Ogni idealità, per realizzarsi, deve fare i conti con i processi della nostra crescita e le condizioni complesse in cui questa si attua. Il limite non ha lo scopo di umiliare gli slanci o di rinchiuderci in banalità e cinismo, ma di rendere concreto, quotidiano e personale il nostro percorso, con ogni nostro slancio e ogni stanchezza, con ogni nostra conquista od errore, così da dare luogo alla forma unica che il bene prende nella nostra vita, con le nostre cicatrici, le nostre rughe, il “mix” originale della nostra storia: di questa “originalità” i figli sono spesso non l’unica, ma la più impressionante manifestazione.

La novità di Gesù

La durezza di cuore che Gesù rimprovera ai farisei è la rinuncia a cercare e a conoscere la forza del bene: è mancanza di fede, ammantata di quel “realismo”, che spesso si realizza a danno dei più deboli, rinunciando vilmente al di più di coraggio e di bellezza che la grazia regala e domanda al tempo stesso.

I farisei si fermano sulla soglia del “proibito” o “permesso”, che ritengono apra loro una sorta di capricciosa nonchalance, mentre finisce per configurarsi, soprattutto nelle condizioni del tempo, come un arbitrio in fuga dalle responsabilità, tanto più intollerabile quanto più ingiustamente unilaterale e tanto più odioso quanto più vulnerabile è la condizione di chi deve subirlo. Così, per la durezza del cuore, la legge di Mosè “consente” il ripudio, ma “obbliga” a garantire la donna da ogni sospetto e incertezza per il futuro.

Per Gesù, invece, l’ideale non sta nei cavilli dei farisei, ma nel mistero che il Creatore ha legato al matrimonio, da investigare e interpretare quale cammino di realizzazione dei due: l’uno con l’altra, l’uno nell’altra. Di questo mistero, Egli rimane alla fine l’artefice e il garante: nella storia dei due agisce Lui, attraverso quell’“aiuto corrispondente” che trasforma ogni “io” in un “tu”, e i due in un solo “noi”, ulteriormente vitale e fecondo.

Fonte:http://www.settimananews.it/