Figlie della Chiesa Lectio I Domenica di Avvento

I Domenica di Avvento (Anno C) (28/11/2021)

Vangelo: Lc 21,25-28.34-36 

Il tempo di Avvento rappresenta un itinerario di rinnovamento spirituale in preparazione al Natale: viene Cristo, il Principe della pace! Prepararci al suo Natale significa risvegliare in noi e nel mondo intero la speranza della pace: la pace anzitutto nei cuori.
L’Avvento nasce e si sviluppa sul modello della Quaresima.
Come infatti la più importante delle feste dell’Anno Liturgico, la Pasqua di Risurrezione, prevedeva un periodo di preparazione, così, attorno al secolo VI, la Liturgia sentì il bisogno di un periodo di preparazione anche al Natale.

Come la Quaresima è scandita su sei domeniche, anche l’Avvento fu strutturato su sei domeniche. Fu attorno al secolo VII-VIII che la Chiesa romana accorciò l’Avvento a quattro settimane, e quest’uso si diffuse poi in tutta la Chiesa latina occidentale, tranne che a Milano, dove si conservò il computo più antico, da qui il nome di “Avvento Ambrosiano”.

Il significato liturgico dell’Avvento nel suo aspetto più naturale è la preparazione immediata alle festività natalizie, nelle quali la Chiesa ricorda la prima venuta di Cristo, salvatore degli uomini, nell’umiltà della nostra condizione umana, tuttavia le letture bibliche proposte per questa settimana portano a riflettere sul tema della seconda venuta di Cristo, quando tornerà nella gloria alla fine dei tempi.

Già gli antichi Padri della Chiesa videro nella nascita di Cristo quasi un’immagine profetica del ritorno di Cristo alla fine della storia, del suo incontro definitivo con il popolo della città santa. La teologia dell’Avvento ruota quindi attorno a due prospettive principali: con il termine “adventus” si è inteso indicare sia l’anniversario della prima venuta del Signore sia la seconda venuta alla fine dei tempi, la “parusia”.

Il termine greco “parusia” significa semplicemente “presenza”. In epoca ellenistica, esso aveva acquistato il senso tecnico di visita di un principe o di manifestazione di un dio; infatti una visita imperiale in una città di provincia doveva rappresentare un evento considerevole. Il giudaismo se ne servì probabilmente per indicare il trionfo finale di Dio o del Messia; è in questo significato che gli autori del Nuovo Testamento l’hanno utilizzato per indicare il ritorno glorioso di Cristo alla fine dei tempi.

Questo termine si trova sei volte nelle lettere ai Tessalonicesi (1Ts 2,19; 3,13; 4,15; 5,23; 2Ts 2,1.8) e una volta in 1Cor 15,23. Nei sinottici, esso non s’incontra che presso Matteo (quattro volte nel discorso apocalittico: Mt 24,3.27.37.39). È interessante fare un parallelismo tra Matteo e Luca. Là dove Matteo parla di parusia, Luca parla di Figlio dell’uomo nel suo giorno (17,24) o dei giorni del Figlio dell’uomo (17,26). Sembra quindi che il termine parusia (venuta del Signore), sia utilizzato soprattutto nel contesto ellenistico. In ambiente giudaico, si parla più tradizionalmente del “giorno del Signore” o della venuta del Figlio dell’uomo.
Possiamo dire che se “avvento” è da intendersi attesa di Cristo Signore”, allora l’intera vita cristiana può essere definita un lungo avvento: un’attesa orante del ritorno del Signore.

Lectio
v.25:
 La congiunzione «e» “kai” che troviamo nel testo greco, collega i segni cosmici, che si accinge a descrivere, ai mali storici accaduti, di cui ha parlato nei versetti precedenti. Sono quindi in continuità e vanno letti allo stesso modo: avvenimenti del cammino della storia. «Segni nel sole, nella luna e nelle stelle». Tutta la realtà cosmologica partecipa all’evento, come già era avvenuto per i due momenti fondamentali della vicenda storia di Gesù (nascita e morte): «Dov’è il neonato re dei Giudei? Poiché abbiamo visto la sua stella in oriente e siamo venuti ad adorarlo…» (Mt 2,2); «si fece buio su tutta la terra fino all’ora nona, essendosi eclissato il sole» (Lc 23,44).

Accanto ai segni nel cielo che coinvolgono «il sole, la luna e le stelle», troviamo i segni sulla terra: «il fragore del mare e dei flutti» (citazione del Salmo 68), è un’immagine per indicare la totalità del mondo. Le potenze dei cieli, sono il simbolo di quello che c’è di più saldo, fermo e affidabile. Il sole, la luna e le stelle, sono l’immagine stessa della solidità, della fermezza e della costanza, perché non cambiano; sono fermi al loro posto. Affermare che saranno sconvolte è un modo per dire che verrà meno ogni sicurezza e solidità. È iniziato l’oggi di Dio, tanto aspettato ansiosamente dalla creazione stessa: «La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19 ss).

Ma sulla terra domina l’angoscia “synochē”, cioè un’ansia esteriorizzata: è la condizione di chi non conosce la paternità di Dio e che ignora di venire da Lui e di tornare a Lui. Bisogna pensare al terrore di persone che non riescono più a trovare alcun sostegno o certezza nel mondo: al posto della speranza c’è la certezza angosciante che le cose peggioreranno.

v.26: Gli uomini verranno meno per la paura. La “phobia” è diversa dal timore di Dio. Spesso l’uomo è attanagliato dalla paura già in vita, pensando alla sua morte.
La reazione degli uomini di fronte al Figlio dell’uomo che viene è la stessa di Adamo (Gen 3,10), che al rumore dei passi di Dio nel giardino si nasconde perché ha avuto paura “ephobēthēv”. Il paradosso è che l’uomo teme la sua Vita come la propria morte.  

v.27: E allora vedranno “opsontai”: sarà un’esperienza sensibile, riscontrabile con gli occhi del corpo. Tutto quanto detto prima focalizza l’attenzione sull’avvenimento fondamentale che è descritto in questo versetto: «Allora vedranno il Figlio dell’uomo che viene in una nube con potenza e molta gloria». È qui il centro! «E allora»: la venuta di Gesù è da vedere contemporaneamente agli sconvolgimenti di cui si è ha appena parlato.
Il Figlio dell’uomo viene in una nube. La nube è simbolo della presenza di Dio. Esodo 40,34a: «la nube coprì la tenda del convegno». La nube è legata all’apparizione di Dio che si rivela e si nasconde: ai discepoli al momento della Trasfigurazione di Gesù (Lc 9,34), al momento della sua ascensione (At 1,9); rimanda ad un futuro escatologico: la Chiesa salirà al cielo sulle nubi incontro al Signore (1 Ts 4,17; cfr Ap 11,12).
L’espressione Figlio dell’uomo è ripresa da Ezechiele (Ez 2,1 ss); nei vangeli è posta sempre sulle labbra di Gesù e vuole indicare, sia il giudice della fine del tempo inviato da Dio; sia Gesù stesso, l’inviato da Dio incaricato di anticipare il giudizio ultimo perdonando i peccati, accordando la salvezza a quelli che credono in lui (Lc 5,24; 6,5); sia, negli annunci della passione, Gesù stesso che si prepara a dare la vita sulla croce (Lc 9,22.44; 18,31). Il suo giudizio è la sua croce.

L’immagine del Figlio dell’uomo che viene sulla nube viene era descritta da Daniele (Dn 7,13-14), dove è narrata una visione notturna.
Il profeta vede uscire dal mare (il mare nella concezione biblica è un simbolo caotico di morte e di ostilità) quattro grandi bestie: la prima simile ad un leone con ali di aquila; la seconda simile ad un orso; la terza simile ad un leopardo, la quarta simile a niente, perché è così spaventosa che non è nemmeno descrivibile. Le quattro bestie rappresentano, per il Libro di Daniele, una serie di Imperi che hanno dominato la storia del mondo, dei Medi, dei Persiani, Alessandro Magno, forse prima dai Babilonesi.
L’idea che ne viene fuori è evidente per Daniele: la storia è una successione di Imperi bestiali. A queste quattro figure bestiali, se ne contrappone una quinta, che viene non dal mare «ma viene con una nube del cielo; giunge fino al vegliardo che dà a questa figura il potere eterno e universale… è uno simile ad un figlio di uomo». Questa figura d’uomo si contrappone alle bestie: quelli erano imperi bestiali, questa finalmente è una figura umana e umanizzante.

«Allora vedranno il figlio dell’uomo che viene in una nube con potenza e molta gloria»: la potenza e la gloria indicano l’instaurazione di una sovranità nuova, forte e invincibile.
«Con potenza e gloria grande»: sono le parole che Gesù ripeterà davanti al sinedrio (Lc 22,69). La nube è il “velamento” che Dio porterà sulla croce: è la croce la potenza con cui Dio vince il male e la grande gloria con cui rivela il suo amore per l’uomo.

v.28: «Quando cominceranno ad accadere queste cose» è un’allusione alle guerre, alle violenze che sconvolgono il mondo: è il mistero del male presente in mezzo a noi. I versetti seguenti pongono la nostra attenzione su quale tipo di esperienza il credente è chiamato a fare, con il compimento della venuta di Cristo.

«Alzatevii» “anakypsate” è un atteggiamento contrario a quello precedente dove si parlava di “uomini che verranno meno dalla paura”. L’appello è dunque a non rimanere sopraffatti dall’angoscia: la speranza è l’arma del discepolo, il quale sa confidare in Colui che ha vinto il peccato e la morte.

«Levate il capo» è l’atteggiamento di chi ha presente nell’intelligenza del cuore e della mente la propria meta, che conosce a quale speranza siamo chiamati: «possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi» (Ef 1,18). La speranza è qualcosa di più dell’attesa: è la certezza che nulla ci potrà separare dall’amore di Dio manifestato in Gesù (Rm 8,39).

«La vostra liberazione è vicina»: la venuta del Figlio dell’uomo, è portatrice di liberazione “apolytrōsis”. Questo termine rimanda al contesto di una liberazione di un prigioniero o di uno schiavo, avvenuta dietro pagamento di un riscatto. «Siamo stati riscattati… col sangue prezioso di Cristo» (1Pt 1,18): il prezzo del riscatto ci dice l’amore gratuito di Dio, ma anche il peso e il valore nostro!

L’immagine di questo versetto realizza un doppio movimento: si parla di drizzare ciò che è curvo e d’innalzare ciò che è basso. La condizione attuale è di umiliazione, di bassezza e di ripiegamento su noi stessi, come di fronte ad un peso che grava sulle spalle, ma quando verrà il Figlio dell’uomo, il credente è chiamato a sollevarsi e poi a sollevare lo sguardo, cioè a diventare diritto e alto. Anche qui la simbologia è molto profonda: si allude alla vita e alla pienezza di vita.
La venuta del Figlio dell’uomo sarà evidentemente una venuta di giudizio, ma avrà come contenuto la liberazione. Questo versetto è un improvviso annuncio di fiducia e di speranza per i discepoli.
Incontrare Gesù significa imparare anche a discernere gli avvenimenti con occhi nuovi: gli occhi della fede. Significa saper leggere negli “avvenimenti di morte” il germe di vita.
Il richiamo che possiamo cogliere è di vedere e vivere in essi la storia della salvezza.

v.34: «State bene attenti»: è una raccomandazione che richiama a ciò che Gesù aveva detto in un precedente discorso: «Fate attenzione, dunque, a come ascoltate» (Lc 8,18). La vita nel mondo comporta inevitabilmente pericoli e rischi; il cammino che ci chiama a percorrere non è facile né libero da difficoltà: è un cammino rischioso.
Qual è il rischio? Che «i cuori si appesantiscono»: cioè che perdano la sensibilità religiosa; che il cuore diventi indurito e pesante, incapace di cogliere la realtà della situazione in cui vive. L’invito a stare in guardia richiama l’attenzione sui pericoli che la vita quotidiana porta con sé.

«…e affanni della vita»: “merimnais”. Il termine greco è ricco di rimandi: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti preoccupi di tante cose… una sola è la cosa necessaria» (Lc 10,41); il seme gettato dal seminatore e caduto fra le spine «…sono coloro che, dopo aver ascoltato, cammin facendo si lasciano prendere dalle preoccupazioni … e così non giungono a maturazione» (Lc 8,14).
In quest’ultima allusione la Parola è andata in profondità ed è riuscita a germogliare, ma è stata soffocata dalle preoccupazioni, dalle ricchezze e dai piaceri della vita: l’interesse per la volontà di Dio è scomparso o si è affievolito. Il rischio di disperdere le nostre energie e capacità dietro a chimere o mete in ultima analisi non essenziali, è sempre all’ordine del giorno. La parabola del ricco stolto (Lc 12,16 ss) è di grande insegnamento: l’uomo, fondamentalmente, lontano da Dio non trova pace.
Il contrario di «questa pesantezza nel cuore, nelle crapule e nelle ubriachezze», è quell’atteggiamento di fede cui fa riferimento il Vangelo quando dice di non preoccuparsi di quello che mangeremo o berremo o di quello che vestiremo. «Poi disse ai discepoli: Per questo io vi dico: Non datevi pensiero per la vostra vita, di quello che mangerete; né per il vostro corpo, come lo vestirete. La vita vale più del cibo e il corpo più del vestito. Guardate i corvi: non seminano e non mietono, non hanno ripostiglio né granaio, e Dio li nutre» (Lc 12, 22-24a).
Il cuore del problema è di imparare a vivere il tempo che ci separa dalla parusia nella vigilanza, senza essere appesantiti da troppe preoccupazioni, ma mettendo invece la nostra fiducia e la nostra libertà nel Signore.

v.35: «…come un laccio»: l’immagine del laccio che ritroviamo in Isaia (24, 17ss) vuol sottolineare il momento della sorpresa.
«… e quel giorno non vi piombi addosso improvviso»: pensiamo alle parabole del ladro che viene a scassinare: «Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa» (Lc 12,39).
Il giorno del giudizio di Dio è come un ladro per l’uomo che non si riconosce creatura di Dio, mentre è come uno sposo per chi lo invoca «Maranà tha» (1 Cor 16,22). La venuta del Figlio dell’uomo non è qualcosa di tremendo. È il compimento di ogni desiderio: l’incontro con il Signore.
Colui che ama il Signore grida: “Maranà tha: vieni, o Signore”. Tutta la Scrittura termina con l’invocazione dello Spirito e della Sposa: “Vieni!”. E lo sposo dice il suo “Sì, verrò presto” (Ap 22,17.20). Ciò che l’uomo teme e da cui fugge, è in realtà il rumore dei passi dello sposo.

v.36: «Vegliate e pregate»: questi imperativi ci dicono in che modo vivere questa vigilanza concreta. L’atteggiamento fondamentale della vigilanza per Luca è la preghiera, si può ripensare alla preghiera di Gesù nell’orto del Getsèmani (cfr. Lc 22, 39-46). Il Vangelo di Luca insiste molto sul pregare perseverante, senza stancarsi (Lc 18,6-8). Attraverso questa preghiera insistente si può ottenere da Dio la liberazione dal giudizio, perché la venuta del Figlio dell’uomo sia motivo non di condanna ma di liberazione e di salvezza.
«… in ogni momento» può fare riferimento sia alla vigilanza che alla supplica. “Kaipōs” allude al tempo opportuno: ogni momento può diventare luogo d’incontro con il Signore, opportunità in cui si gioca la nostra fedeltà e testimonianza.
La vigilanza è il contrario del cuore appesantito, la preghiera è il cibo di cui si nutre il cuore sveglio. La vigilanza e la preghiera ci fanno stare diritti: è l’atteggiamento di chi accoglie colui che viene, non come giudice, ma come fratello.

«Sfuggire a tutto quello ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».
Comparire traduce il verbo greco “stathēnai” che letteralmente significa “stare”; ha un significato cultuale. L’immagine che viene evocata è quella degli angeli e della corte celeste, che stanno davanti a Dio; dei sacerdoti che prestando servizio nel tempio possono stare davanti a Dio.
Il senso dell’immagine è che in questa venuta del Figlio dell’uomo il discepolo riceve da Dio la possibilità di stare al suo cospetto come all’interno del recinto sacro, al cospetto della Presenza misteriosa, ma ormai benevola e benefica, di Dio nel Figlio dell’uomo.

Fonte:https://www.figliedellachiesa.org/


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