Don Marco Ceccarelli I Domenica di Avvento, Anno “C”

I Lettura: Ger 33,14-16
II Lettura: 1Ts 3,12-4,2
Vangelo: Lc 21,25-28.34-36

  • Testi di riferimento: Lv 26,36; Sal 3,4; 27,6; 83,2; 110,7; Ez 32,7; Gl 3,3; Am 8,9-10; Dn 13,35;
    Mal 3,2; Mt 13,22; Lc 9,26; At 2,19; Rm 8,19.23; 13,11; 2Cor 4,14; 11,2; Ef 5,27; 6,13-14.18-19;
    Fil 4,6; Col 1,22; 4,2; 1Ts 5,3.6.17; Eb 2,3; 10,26-27; 1Pt 1,5.9; 4,7; 5,8-9; 2Pt 3,10-12; 1Gv 2,28;
    Gd 24; Ap 3,3; 6,12-14.17; 16,15
  1. L’attesa della salvezza. Il periodo dell’Avvento che apre l’anno liturgico è orientato, almeno fino
    al 16 Dicembre, alla seconda venuta di Cristo. Gesù è venuto nella carne duemila anni fa e tornerà
    nella gloria alla fine dei tempi, e giudicherà i vivi e i morti. Questo è uno dei fondamenti della fede
    cristiana. Se la caratteristica principale dell’Avvento è dunque da un lato la venuta di Cristo, d’altro
    lato, dal lato del cristiano, è l’attesa della salvezza. Ogni volta che Cristo viene; ed egli non viene se
    non per salvare. La parola chiave dell’Avvento è appunto “salvezza”, come è messo in risalto sia
    dalle letture che dalle preghiere liturgiche. Il cristiano, anche se ha già ricevuto la salvezza, continua
    ad attenderla. Infatti, è «nella speranza che siamo stati salvati» (Rm 8,24). L’avvento perciò ricorda
    ai cristiani che essi non possono considerarsi al sicuro finché la salvezza, già realizzata da Cristo attraverso l’evento pasquale, non si sarà compiuta per loro definitivamente con l’ingresso nel regno
    celeste. Per quanti interventi di Dio possiamo avere sperimentato, per quante volte Cristo possa
    averci salvato, rimane sempre l’attesa di una salvezza più perfetta e definitiva (1Pt 1,5.9). Occorre
    sentirsi sempre bisognosi di essere salvati. Non basta essere già stati salvati da peccati anche profondi e gravi, e poi sedersi tranquillamente e “dormire”, cioè pensare che ormai siamo a posto per
    sempre e possiamo rilassarci e fare quello che ci pare. Anche quello che abbiamo ricevuto si può
    perdere e la nostra condizione può diventare peggiore di quella precedente (2Pt 2,20; Mt 12,45). Per
    questo dopo essere stati salvati il combattimento sta tutto nel non addormentarsi, nel non rilassarsi,
    perché il demonio continua a ronzarci attorno, come un leone ruggente, per cercare di divorarci (1Pt
    5,8-9). Occorre dunque vigilare.
  2. La vigilanza. Sebbene ogni anno le letture delle quattro domeniche di Avvento cambiano, a seconda dell’anno liturgico, ogni domenica conserva una sua tematica specifica. La prima domenica
    di Avvento ha come soggetto centrale quello della vigilanza. Occorre stare svegli, nell’attesa della
    salvezza. L’avvento annuncia che “questo è il tempo della salvezza” (2Cor 6,2), perché è sempre il
    momento in cui Dio ci vuole salvare. Come dice la prima lettura «vengono giorni» in cui Dio realizzerà la “parola buona” (cioè la parola di bene, di salvezza) che ha promesso (Ger 33,14). Questi
    sono i giorni – quelli che ci sono rimasti da vivere in questo mondo – utili per essere salvati. Il
    “germoglio di Davide” è già in mezzo a noi per fare giustizia sulla terra (v. 15). L’avvento è il tempo favorevole per accogliere la salvezza di Dio.
  3. Il Vangelo.
  • La vigilanza e l’agire. L’attesa della salvezza, della meta celeste, non implica in alcun modo una
    passività. Chissà perché si è voluto vedere nella vigilanza cristiana un disimpegno dall’attività. Al
    contrario, il vegliare ha a che fare con l’agire. Il vigilare coincide con l’adempimento di un’opera.
    Farsi trovare addormentati significa essere venuti meno all’opera affidataci. E in effetti è il dormiente che è privo di attività e non chi è sveglio. Allo stesso modo sono gli ebbri, e non i sobri, che
    non sono in grado di lavorare. «Vigilate in ogni momento» (v. 36) significa che bisogna mai farsi
    prendere dal sonno. Addormentarsi un attimo può essere fatale perché non si può mai dare per scontato di essere in salvo; se ci si addormenta ci si può far cogliere alla sprovvista dal nemico e ci si fa
    trovare impreparati al combattimento. Se ci si affloscia, se ci si “appesantisce” (v. 34), nelle preoccupazioni di questa vita ci si farà cogliere alla sprovvista.
  • Gli sconvolgimenti cosmici. Come dicevamo due domeniche fa riguardo al testo parallelo di Mc
    (vedi gli spunti per l’omelia), abbiamo qui un linguaggio “apocalittico” per indicare le persecuzioni
    contro i cristiani e segni della liberazione (Lc 21,28). Rispetto a Mc Lc ha però delle particolarità.
    • 1) Il verbo anakupsate, “raddrizzatevi” (v. 28). Raddrizzarsi è il movimento contrario al “piegarsi”
    (in Lc è usato solo un’altra volta in 13,11 riguardo alla donna curva che non poteva “raddrizzarsi”).
    Gesù dice ai discepoli che gli sconvolgimenti non devono essere per loro motivo di abbattimento
    (come invece per gli altri; cfr. v. 26), di ripiegamento, ma al contrario di raddrizzamento; non di
    vergogna e smarrimento, ma di glorificazione, di innalzamento (cfr. Gb 10,15; Gen 40,13.19.20;
    Gdc 8,28; 2Re 25,27; Sal 3,4), perché significa che è presente il figlio dell’uomo. Nel giudizio i
    giusti potranno stare diritti, mentre gli empi “non si ergeranno” (Sal 1,5). Siccome è vicino chi ci
    renderà giustizia, possiamo stare a schiena dritta e a fronte alta.
    • 2) La presenza del figlio dell’uomo significa la nostra redenzione (apolutrosis). È l’affrancamento
    da una condizione penosa, come quella della schiavitù, o da uno stato di miseria, di umiliazione.
  • A motivo di quanto sopra occorre vigilare. La cosa peggiore davanti agli sconvolgimenti della storia umana è giacere nel proprio torpore, avere la mente intorpidita in crapule, ubriachezze e preoccupazioni (v. 34). Occorre invece essere desti e lottare per non farsi cogliere di sorpresa e perdere la
    cosa più importante che la fede. E questo può succedere facilmente se non ci si è preparati a combattere. L’idea di “alzare la testa” ha a che fare con un contesto di lotta, di combattimento. Indica il
    coraggio di affrontare i propri nemici, di non avere paura di fronte a nessuno, di non lasciarsi spaventare. Si tratta di combattere la buona battaglia senza timore di nessun avversario, interno o esterno, perché dobbiamo temere soltanto il Figlio dell’uomo davanti al quale dovremo avere la forza di
    “stare eretti” (v. 36). Per essere in grado di “sfuggire a tutte queste cose”, cioè di mettersi in salvo
    (questo è il senso del verbo), occorre “prevalere”, occorre “resistere davanti al figlio dell’uomo” (v.
    36), cioè non scappare, avere coraggio nell’affrontare la buona battaglia contro il demonio (Ef 6,10-
    14), pregando in ogni momento, con perseveranza (v. 18).
  1. La meta. Quello dell’Avvento è anche, nonostante il colore viola, un tempo carico di gioia. L’attesa del cristiano non è contrassegnata dall’inquietudine, ma dalla certezza che stiamo andando verso una meta felice, quella dell’incontro con Cristo, dell’ingresso nel suo regno eterno, della salvezza
    finale e definitiva. Perciò, come dice san Paolo, il cristiano «corre, ma non come chi è senza meta,
    combatte, ma non come chi batte l’aria» (1Cor 9,26). A differenza di chi è senza speranza e si agita
    per non vedere che davanti a sé sta la morte che si avvicina inesorabile giorno dopo giorno, il cristiano corre, opera, vive intensamente, ma sapendo che davanti a sé ha una meta. E perciò tutto
    quello che fa riceve senso e la giusta prospettiva da quella meta verso cui sta andando. L’Avvento ci
    chiama a vivere «lieti nella speranza, pazienti nella tribolazione, assidui nella preghiera» (Rm
    12,12).

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