Don Paolo Zamengo “Sulla terra le nostre radici “

Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe (Anno C)  (26/12/2021)

Vangelo: Lc 2,41-52

Sulla terra le nostre radici    Lc 2, 41 – 52

Ci meraviglia il silenzio dei vangeli sulla casa di Nazaret. I suoi genitori avevano portato Gesù a Gerusalemme per dedicarlo al Signore. E la pagina si conclude con il ritorno a casa. “Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui”. Si va al tempio, ma si ritorna a Nazaret. E passano gli anni. In tutto trent’anni di silenzio. Non una parola prima, non una parola dopo. 

Mi impressiona una parola. Si ritorna a Nazaret ed è scritto: “Il bambino cresceva…”. Si ritorna dopo che il ragazzo aveva fatto quella scelta che “non compresero” ed è scritto ancora: “E Gesù cresceva. A colpirmi  è proprio questo verbo, “cresceva”, questa azione prolungata nel tempo legata alla casa, alla famiglia e non al tempio.

Forse ci ricordiamo che il giovane Samuele cresceva all’ombra del grande sacerdote nel tempio di Dio. Qui no, Gesù cresce nella casa, all’ombra di una madre e di un padre. Fu quella la sua terra. Se non hai una terra in cui mettere radici, come fai a crescere? 

Come viveva Gesù le sue giornate, dal mattino alla ser? Mi sembra di cogliere qualcosa dalle sue parabole. Racconta di un lume acceso e mi sembra che Gesù ricordi il gesto di sua madre che la sera lo accendeva per illuminare la casa. E intanto lui cresceva. E racconta della farina che si gonfia a poco a poco per un pugno di lievito e mi sembra di capire che i suoi occhi andassero a  sua madre che silenziosa impastava il pane. E intanto lui cresceva. 

Dobbiamo pensare al silenzio che circonda la prima giovinezza di Gesù. “Ma come? Uno come lui non si distingueva per far capire chi era? Non è forse scritto che quando inizia la sua missione, nella sinagoga del suo paese, lo sconcerto agli occhi di tutti fu totale? E ricordiamo la reazione: “Non è costui il falegname, il figlio di Maria?” 

Nascosto in una vita non esibita eppure Gesù  cresceva. Gesù si trovò ad essere, a trent’anni, quello che aveva vissuto in quella casa e da come si viveva in quella casa, da quello che aveva pregato e da come si pregava nella sua casa, da quello che aveva amato e da come ci si amava nella sua casa.

Si cresce all’ombra di persone e di eventi, è vero.  I giovani, tutto questo, non sempre lo riconoscono.  Ma poi ci sono momenti della vita che te li fanno incontrare, pensare e pesare. Nella casa, in ogni casa, c’è una connessione sotterranea di vita. Ma dalla lettura di questo vangelo, c’è anche una distanza che va rispettata.

Nei confronti dei figli, ma, direi, anche nei confronti dei genitori e di tutti. Gesù crea una distanza: non si aggrega alla carovana nel ritorno da Gerusalemme, si ferma nel tempio. In qualche misura rivendica una solitudine e una libertà. Cresce nella casa, ma non è inghiottito dalla casa, non è assorbito nei progetti dei genitori, non è ristretto nei loro sogni: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”.

E noi siamo chiamati a rispettare il sogno che abita ogni figlio. C’è una distanza da venerare. E non è detto che sia sempre facile. Maria era “la piena d grazia”, Giuseppe, “l’uomo giusto”, eppure è scritto che, davanti alle parole di quel figlio, davanti al sogno che rivendicava, “essi non compresero ciò che aveva detto loro”. Il disegno, come nella vita di ciascuno di noi, si dipanerà poco a poco. A volte lo intuisci all’ultimo tornante. Come fu per Maria, sotto una croce. 

Siamo connessi gli uni agli altri, ma in venerazione della distanza, del mistero che abita ciascuno. Non il possesso ma il rispetto; non l’imposizione ma l’incoraggiamento; non la diffidenza ma la fiducia. E’ così che si cresce. “Cresceva”: è scritto.


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