Giuseppe Di Stefano “Dio non conta e non sa contare”

Dal Vangelo secondo Giovanni 1, 1-18

Dio non conta e non sa contare

Poche, scarne indicazioni è tutto ciò che questo testo di Luca ci consegna, mentre ci aspetteremmo tutto ciò che del Natale abbiamo idealizzato. Un racconto spoglio, essenziale quello della nascita di Gesù a Betlemme di Giudea; oserei dire scandalosamente “nudo”, disarmante, senza fronzoli e per questo straordinariamente emozionante.

La storia ufficiale ci rammenta che a creare le condizioni affinché il Salvatore nasca a Betlemme è un censimento ordinato da Cesare Augusto, il primo censimento di tutta la terra assoggettata alla potenza romana. Che progetto grandioso quello dell’imperatore: lui sì che è uno che conta e per dimostrarlo vuole contare i sudditi sotto di lui. Quante volte i grandi numeri, le folle oceaniche hanno fatto credere al potente di turno di essere una sorta di “padreterno”; ma le folle, lo sappiamo bene, possono intronizzare o destituire, possono osannare o crocifiggere. La smania di potere si manifesta continuamente con la presunzione di controllare tutto e tutti, di tenere tutto e tutti in pugno, ma per quanto sappiamo che progetti così ambiziosi sono a dir poco folli da realizzare, preferiamo illuderci e far crescere smisuratamente il nostro ego. L’imperatore crede di tenere in mano il mondo, di essere il più potente della terra, di potersi permettere di contare quelli che stanno sotto di lui, di schiacciare e opprimere come mosche i popoli conquistati, convinto com’è di essere lui stesso dio.

Che follia… E Dio, quello vero, glielo lascia credere… preferisce passare per uno che non conta e non sa contare. Pensate a chi, deputato a scrivere, a censire, annotava nomi a Betlemme e, quel giorno, annotò distrattamente, come uno dei tanti, il nome di Gesù di Nazaret. Un nome tra i tanti… e non lo sfiorò neppure lontanamente che quello potesse essere il nome di Dio, del Dio-con-noi, che aveva scelto di mescolare il suo nome ai nostri nomi, il suo volto ai nostri volti.

Censiscono quelli che si credono i padroni del mondo, quelli che contano perché ricchi e potenti, ma non si accorgono che Dio sta tendendo loro un agguato e li attende laddove mai si sognerebbero di cercarlo, disarmato nella sua tenerezza di bambino, tremante e bisognoso di tutto, ricco solo del suo essere uomo. Dio sceglie ancora una volta di sorprenderci e speriamo davvero di non abituarci mai a lui, alla sua scelta di mischiarsi tra le creature che sono opera delle sue mani, di farsi uomo, in tutto uno di noi, che fa sua la sorte di quelli che non contano, degli ultimi e degli scartati della terra, di quelli che sono buoni solo a fare numero per accrescere i deliri di onnipotenza di chi si crede padrone anche della vita degli altri. In quella notte, una notte come tante, Dio inverte la rotta della storia umana e irrompe sovvertendo la logica imperante dal più grande al più piccolo, nel suo esatto contrario. Dio abita ciò che è piccolo, marginale, scartato, si nasconde nella carne ferita di chi è povero e solo, di chi non ha nulla se non il proprio dolore e un profondo bisogno di presenza capace di salvare. E accade laddove c’è un vuoto, una mancanza, un desiderio, un’attesa gravida di speranza. E non cerca consensi a tutti i costi, non va alla ricerca dei grandi numeri, anzi, fugge le luci della ribalta e della popolarità. È capace di “stanare” tra la folla una donna che ha sfidato tutto e tutti anche solo per sfiorarne il mantello, un pubblicano piccolo di statura che cerca di vederlo arrampicato su di un albero, vede un dono incalcolabile nei pochi spiccioli di una vedova gettati nel tesoro del tempio. È folle questo Dio che lascia le novantanove pecore nel deserto per cercare quell’unica che si è smarrita, che fa festa e gioisce come un bambino anche per un solo peccatore che si converte, che si china sui piedi dei discepoli per lavarli, che fa sua la sorte dello schiavo e del bestemmiatore e muore con le braccia allargate, per salvare anche uno soltanto. C’è poco da fare: Dio ha scelto di visitarci come chi non conta e mai conterà, anzi non sa neppure contare lui stesso, perché anche un solo uomo, per lui, vale quanto l’umanità intera.

Mi piacciono da vivere le parole di Bonoheffer, parole come carezze, che avvolgono di tenerezza, che circondano in un abbraccio, che fasciano ferite e consolano, restituendo diritto di cittadinanza alla speranza in ogni cuore. «Dio non si vergogna della piccolezza dell’uomo. Dio è vicino a ciò che è piccolo, ama ciò che è perduto, ciò che è insignificante, reietto, ciò che è debole, disprezzato. Quando gli uomini dicono: “perduto”, egli dice: “trovato”; quando dicono: “condannato”, egli dice “salvato”; quando gli uomini dicono: “no!”, egli dice “sì!”. Quando gli uomini distolgono il loro sguardo con indifferenza o con alterigia, ecco il suo sguardo ardente di amore come non mai… Quando giungiamo, nella nostra vita, al punto di vergognarci dinanzi a noi stessi e dinanzi a Dio; quando arriviamo a pensare che è Dio stesso a vergognarsi di noi; quando sentiamo Dio lontano come non mai nella nostra vita, ebbene, proprio allora Dio ci è vicino come non mai. Allora vuole irrompere nella nostra vita, allora ci fa percepire in modo tangibile il suo farsi vicino, così che possiamo comprendere il miracolo del suo amore, della sua prossimità, della sua grazia».

***

Ti sei fatto carne per permettere alle parole di stare in piedi da sole, per dirci che l’incontro con Dio avviene se abbiamo il coraggio di attraversare la nostra debolezza e i nostri fallimenti.

Ti sei fatto carne per dirci che lo scopo della vita non è strisciare per terra, ma è stare in piedi in quella dignità e in quell’amore che ci viene dall’essere, come te e con te, figli del Padre.

Ti sei fatto carne per dirci che il dubbio va affrontato con fiducia, che non possiamo permettere all’egoismo e all’indifferenza, di anestetizzarci il cuore. Donaci di essere “cerniere di carne” per unire ad ogni costo e mai separare. E dilata le nostre vite col tuo Spirito perché nessuno si senta escluso o emarginato.

Ti sei fatto carne, essenziale nutrimento, pane vivo disceso dal cielo per strapparci alla morte, per donarci e alimentare in noi la tua stessa vita immortale.

Ti sei fatto carne, presenza in ogni carne, Dio dentro la nostra vita, dentro le lacrime, il sudore, la solitudine, per rendere eterno ogni respiro.

Amen

Fonte:https://www.omelie.org/