Rosalba Manes “Frutti per l’avvenire”

III Domenica di Quaresima (Anno C)  (20/03/2022)

Vangelo: Lc 13,1-9 

«Lascialo ancora quest’anno… vedremo se porterà frutti per l’avvenire» (Lc 13, 8.9) è la buona notizia della speranza che Dio ha per noi, la sua passione ardente per la nostra crescita. È il divino ritornello, intonato a più riprese, dinanzi alla fatica umana di fiorire e portare frutti di bene, ostacolati come siamo dal peccato (cfr. Rm 3, 23). Dio, che è «lento all’ira e grande nell’amore» (Sal 103, 8), non incenerisce il roveto che noi siamo ma lo infiamma per ridargli vita (cfr. Es 3, 2). Egli è il promotore della nostra bellezza e santità e desidera che ciascuno dia frutto «a suo tempo» (Sal 1, 3). Per questo nel vangelo della III domenica di Quaresima troviamo l’invito a non perderci in futili investigazioni ma ad affrettarci a raddrizzare la postura del cuore, evitando giudizi temerari verso gli altri e respingendo la paura che ci impedisce di abbracciare fino in fondo la nostra vocazione.

Il testo di Luca 13, 1-9 prende le mosse da timori e preoccupazioni che ci riportano al tempo presente segnato da una pandemia globale e dal divampare della guerra in Europa. La minaccia dell’abuso del potere umano che può persino distruggere gli altri si aggiunge a quella di catastrofi non sempre prevedibili che possono causare tante morti. Tutto questo spaventa e molti, per esorcizzare la paura, vanno alla ricerca delle cause. Un chiaro modo per accusare i “colpiti” e scagionare se stessi, i “sopravvissuti”. Ed è qui che Gesù smaschera il tranello. Alcuni lo informano di un terribile fatto di cronaca nera: Pilato ha fatto scorrere il sangue di alcuni galilei insieme a quello dei sacrifici da loro offerti. Quale interpretazione dare a questa notizia raccapricciante? Gesù non commenta l’accaduto ma accende luci sull’interpretazione che ne danno i suoi interlocutori: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte?» (Lc 13, 2).

Per Gesù è ormai tempo di liberarsi dell’idea della retribuzione secondo cui la morte colpisce il peccatore e, per rafforzare questa urgenza, cita un altro fatto di cronaca nera: il crollo della torre di Siloe che uccise diciotto persone a Gerusalemme. Anche dinanzi a questa tragedia pone la stessa domanda: «credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?» (Lc 13, 4). Come l’ingiustizia o la sciagura non sono conseguenze del peccato di chi viene colpito, così scampare a un pericolo non è frutto dell’innocenza di chi si salva. Per chi resta in vita gli eventi drammatici sono un monito a vivere meglio, a rompere con il peccato e l’ingiustizia grazie a un cammino di conversione (cfr. Ez 33, 11). Per questo Gesù invita al cambiamento del cuore e della mentalità, a liberarsi da ciò che rende infruttuosa la propria vita: «se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (Lc 13, 5).

Attraverso una parabola agricola che richiama l’amore di Dio per la sua vigna (cfr. Is 5, 1-7), Gesù consegna un insegnamento prezioso col quale ci invita a non smarrirci tra angosce e paure né a presumere di essere migliori degli altri ma a curare sul serio i doni ricevuti per farli fruttificare. Il peccato rende sterile la nostra vita, ma l’intento di Dio non è di reciderla. Per questo ci è offerta una dilazione, un’ulteriore attesa in vista della sperata fecondità. Il presente è il tempo della pazienza di Dio, quello in cui il Padre attende il ritorno del figlio ostinato e ribelle. È l’occasione per recidere i rapporti con le abitudini che paralizzano il cuore, la chance della conversione a una vita nuova che fa dell’avvenire una stagione ricca di frutti.

di ROSALBA MANES

Fonte:https://www.osservatoreromano.va


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