padre Paul Devreux Commento su Luca 13,1-9

III Domenica di Quaresima (Anno C)  (20/03/2022)

Vangelo: Lc 13,1-9 

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
La gente chiede a Gesù il suo parere su due fatti di cronaca, come oggi potremmo fargli delle domande sui morti di Covid o in guerra. Si aspettano che Gesù condanni i responsabili o i colpevoli; ma non lo fa. Non perde tempo in discussioni banali, ne fa lo spettatore scandalizzato delle disgrazie di turno. Qualcuno pensava che le disgrazie le mandava Dio per punire i peccatori, ma ancora oggi si sente dire: “Che male ho fatto per meritare questo castigo!”. Dio non manda castighi. Le disgrazie sono disgrazie; Dio certamente non le vuole, come non vuole la guerra.

L’unico commento che fa è quella frase enigmatica: “se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”.
Diciamo anzi tutto che non è una minaccia, ma un invito a riflettere sulla fragilità della vita, per non sprecarla. Prendere coscienza del fatto che la vita non è scontata, che siamo vulnerabili. Noi rivendichiamo il diritto alla vita, ma è una presunzione e un’illusione pensare che muoiono solo gli altri. Tanti discorsi, se ci fate caso, sono solo tentativi per dimostrare che quello che sta succedendo agli altri, a noi non succederà.
Gesù invece, c’invita alla conversione, cioè a guardare a lui per trovare un senso a questa vita, e anche alla morte, e cosi evitare di vivere e morire per caso, per questo continua con la parabola del fico.

Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».
L’albero di fico posso essere io, il padrone è Dio e il vignaiolo è Gesù. Dio viene a vedere se porto frutti, perché si preoccupa. Sa che se non porto frutti, non sarò felice. Il fico normalmente dà frutti dolci e offre una bella ombra a tutti. Io cosa offro, cosa produco, cosa voglio fare in questa vita, chi voglio servire e amare? Su questo fico Dio vede solo foglie, apparenza, per cui nasce questo bellissimo dialogo tra Dio e Gesù. Il Dio che vediamo spesso nell’ Antico Testamento è uno che taglia e punisce. Gesù invece rivela un tutt’altro Dio. Un Dio Padre che regala ancora tempo ed è ancora disposto a zappettare e concimare il fico, come quei genitori che continuano ad accudire i figli ormai grandi, con un amore una pazienza incredibile.
Ma io mi rendo conto di quanto ho ricevuto da Dio e da tutti? Signore fa’ che lo veda, affinché anche in me nasca il desiderio di fare la mia parte, portando frutti dolci e offrendo riparo a chi posso.

Guardiamo anche all’esperienza di Mosè, che abbiamo letto nella prima lettura:
Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!».
Il roveto rappresenta la presenza di Dio, e quindi c’è sempre stato. Quanto tempo ci ha messo Mosè per accorgersene? Ha passato una vita a lamentarsi perché gli ebrei non l’hanno capito, gli Egiziani l’hanno cacciato e il posto dove vive è banale. Una vita sterile. Ora finalmente vede questo spettacolo, e in effetti scoprire che Dio c’è è un’esperienza grossa, che posso definire spettacolare. Ma quando prova ad avvicinarsi, come possiamo fare anche noi con la preghiera, chiedendo al Signore di manifestarsi anche a noi, la prima cosa che Dio gli grida è il suo nome:”Mosè”, per cui Mosè si scopre conosciuto, e amato. La seconda è: Prendi coscienza del fatto che la terra che fino adesso hai considerato maledetta, in realtà è santa e bella. Per vederlo basta scoprirci la presenza di Dio. Da qui l’importanza di fermarci, convertirci, cioè guardare non più solo il mondo, con i suoi difetti, ma guardare il Signore, cercarlo e ascoltarlo. Lui è l’artista che ha creato questo mondo e la vita; chi meglio di lui può aiutarci a viverla bene?

Signore aiutaci a convertirci, per non vivere e morire banalmente.

Buona domenica.

Fonte:https://www.qumran2.net/


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