Derno Giorgetti “NON C’È UN NESSO TRA PECCATO E SOFFERENZA”

III Domenica di Quaresima (Anno C)  (20/03/2022)

Vangelo: Lc 13,1-9

Gesù, sfogliando il Judeapost con alcune persone, viene a conoscenza di due fatti di sangue: un massacro a opera di Pilato, cioè delle sue forze di occupazione, che a noi ci ricorda fatti recenti. A proposito afferma il Catechismo della chiesa cattolica ai numeri 2307-2308: “Il quinto comandamento condanna la distruzione volontaria della vita umana. A causa dei mali e delle ingiustizie che occasiona ogni guerra, la Chiesa esorta costantemente tutti a pregare e ad attuare affinché la Bontà divina ci liberi dalla antica schiavitù della guerra. Ogni cittadino e ogni governante è obbligato a impegnarsi per evitare la guerra”.

Poi, più avanti, il Vangelo parla del crollo della torre di Shiloah: una disgrazia sul lavoro, di cui noi italiani abbiamo un triste primato. Il fatto dei galilei massacrati da Pilato suscitava un duplice problema: in primo luogo, la morte violenta era considerata un castigo per i peccatori.

In secondo luogo – dato che l’uccisione era avvenuta nel tempio, luogo santo – l’accaduto era gravissimo, un sacrilegio. Immediatamente tutti avranno pensato che quegli uomini, avendo dovuto soffrire simile disgrazia, erano dei grandi peccatori. Ma Gesù si rifiuta di pensare così e non vuole che pensiamo che esista un nesso tra peccato e sofferenza. Fa parte del mistero della vita.

Tuttavia Gesù – nel suo commento ai presenti – vi vede un segno del cielo che ci deve scuotere e portare “tutti” alla conversione: siamo tutti peccatori. “Conversione” significa un nuovo orientamento nella nostra vita e soprattutto un cambiare mentalità nel rappresentarci Dio; andare oltre i soliti schemi. Poi Gesù continua con la parabola del fico sterile, minacciato di essere tagliato se non portava frutto. In questo Gesù continua la predicazione del Battista (Lc 3,9).

Apparentemente i due fatti di cronaca e la parabola sembrano antitetici, ma il legame esiste. Il racconto presenta aspetti di normalità e di anormalità: il vignaiolo che supplica che il padrone non intervenga a gettare concime intorno a un albero di fichi. Ma alla fine si mettono d’accordo: se l’albero non produce frutti, allora lo taglieranno. Come andò a finire? Silenzio. Certo c’è di mezzo la pazienza di Dio, e la sua misericordia, vedi Salmo 136 con il suo ritornello: “Perché eterno è il suo amore”, un amore misericordioso e fedele all’alleanza. Secondo la parabola dobbiamo approfittare dell’“anno di grazia” portato da Cristo: si tratta di un ultimo avviso (confronta i quattro “guai!” di Lc 6,24) e di un pressante invito alla conversione. Il tempo c’è, ma fino a quando?

Fonte:https://www.corrierecesenate.it/


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