Don Paolo Zamengo “Un fico carico di promesse “

III Domenica di Quaresima (Anno C)  (20/03/2022)

Vangelo: Lc 13,1-9 

Nel vangelo due tristi episodi come tristissima è oggi anche la nostra cronaca. La reazione brutale dei soldati romani a una timida protesta e il disastro provocato dal crollo accidentale di un torre delle mura del tempio con lo strascico doloroso di feriti e di morti.

E noi aggiungiamo una guerra imposta da una prepotenza inaudita con il corteo drammatico di bombe, di profughi, di feriti e di famiglie nel fango e di soldati tra cui un numero impressionante di giovani che lottano fino a dare la vita per difendere la propria terra e la libertà.  

Raccontiamo  tutto a Gesù perché non trova pace una domanda che ci opprime: “Che senso ha tutto questo? che valore ha la vita se è in balia di chi crede di avere potere su tutto? Che senso ha dire che è sacra e inviolabile se basta un’isteria di pochi per ridurla in cenere?”

Il cuore trasuda tristezza, smarrimento, rabbia disperata e paura, fino a toccare Dio. Dio colpevole di essere Dio ma di non intervenire. Padre, perché ci hai abbandonato?

Gesù accoglie la disperazione profonda delle nostre preghiere e ci dice che Dio non spezza il volo delle rondini, come non impedisce la violenza dell’uomo, ma sta al nostro fianco trafitto come noi dal nostro stesso dolore! 

Ci piacerebbe che Dio fosse onnipotente solo per noi, per liberarci dal male sbaragliando i cattivi della storia. E perché non appartiene a Gesù un Dio Padre che resta impassibile di fronte al dolore e alle lacrime o peggio ne sia la causa, volendo riparare con il castigo il male compiuto dagli uomini. 

Ciò che dà senso alla morte è la vita. La vita buona. La gente interroga su fatti di cronaca e Gesù ci invita a guardarci dentro. “Se non vi convertirete, perirete tutti”, ci dice.  

Nelle ultime settimane  è scoppiata una guerra. Uno stato è stato colpito a morte. E ancora non si trova il modo di fermare i bombardamenti che distruggono vite, case, città e il futuro di milioni e milioni di uomini. In questo triste avvenimento cosa dobbiamo leggere?   Solo una triste, lugubre, isterica, drammatica cronaca politica?

Gesù ci chiede una conversione urgente e profonda. Se l’uomo non cammina su strade più umane, se non c’è un cambio del cuore, se non c’è chi  costruisce pace e giustizia, questa nostra terra andrà in rovina perché, come nella parabola, è fondata sulla sabbia della sopraffazione e dell’ingiustizia.

Nella parabola del fico che non dà frutti,  Dio non è il padrone esigente che pretende e scalpita. Invece Dio è il contadino paziente e fiducioso: “voglio lavorare ancora un anno attorno a questo fico e forse porterà frutto”. Ancora un anno, ancora un giorno, ancora sole, pioggia e lavoro. Quest’albero è buono, darà frutto! Tu sei buono, tu darai frutto!

Dio è il contadino che si prende cura come nessuno di questa mia vita, di questo campo, di questo piccolo orto che sono io. E mi lavora e mi cura e mi ama e sento le sue mani, ogni giorno. Forse, l’anno prossimo porterò frutto.

Questo è il miracolo della divina pietà: una piccola probabilità è sufficiente a Dio per attendere e sperare. Si accontenta di un forse, si aggrappa a un fragile forse. “Forse, l’anno prossimo, porterà frutto”. Per Dio, il bene possibile di domani, conta più del male di ieri.

Convertirsi è credere a questo Dio contadino, ricco di speranza e serietà, felicemente affaticato attorno alla zolla della terra del mio cuore. Salvezza è portare frutto e non solo per me, ma per  tutti. 

Come il fico che per essere vivo deve dare frutto. Per stare bene l’uomo deve dare frutti buoni. È la legge della vita. È la legge della nostra vita cristiana.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: